
A cura di: Gianni Saffioti
P. 2008 – agg. 09 10 2010
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ARCHIVIO
STORICO FOTOGRAFICO BAGNARESE
e
ASSOCIAZIONE
BAGNARA CALABRA
Incorporated Sydney NSW
Australia
Sociale
culturale e ricreativa
PRESENTANO
LA FORZA
DEL PASSATO
Società e
memoria
VOLUME
PRIMO
BAGNARA
CALABRA
“ Storie di uomini e donne ”
A cura di:
Gianni Saffioti
PUBBLICAZIONE PRODOTTA
DA:

E DA:

Realizzazione grafica di Carmelo Pavia
Maggiori
notizie e ampia disponibilità fotografica su:
www.bagnaracalabra1.com
la biblioteca
multimediale di Bagnara Calabra
P.2010
Profondissimo
è il pozzo
del passato.
Thomas Mann
Introduzione
Il linguaggio rustico, quasi scarno, grezzo, con cui è stato creato questo lavoro, rispecchia la memoria storica di tutti coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione facendosi gentilmente intervistare.
Non ho cercato minimamente né di addolcire e né di abbellire la scrittura, anzi sono dell’idea che nel mondo della cultura popolare, la forma del linguaggio usato deve essere più vicina possibile al popolo stesso, trascritta cioè così com’è detta, magari andando contro ad alcune regole della lingua ufficiale. Scrivere il linguaggio parlato.
Senza nessuna pretesa di fare letteratura o di scrivere chissà quale opera, queste pagine hanno solo lo scopo di tramandare ciò che è stato un pezzo di storia di Bagnara, quella intorno al 1900, raccontandone la vita, i modi e le usanze della gente che l’ha vissuta. Lo scopo prefissato è quello di ripercorrere le cronache più importanti rimaste impresse nella memoria degli intervistati commentandole in rapporto a ciò che quelle vite, quelle arti, quelle storie, hanno lasciato nella realtà di oggi. Nulla è fatto a caso, ma ogni cosa è tale perché ha avuto un passato; per capirla questo passato bisogna conoscerlo perché la memoria non segue la storia. I brevi accenni storici lontani dal novecento servono proprio a questo.
Una storia raccontata dal popolo, che può benissimo discostarsi da quella ufficiale ma per questo non meno importante, anzi più reale e vera. Purtroppo i fatiscenti archivi comunali non ci hanno dato la possibilità di verificare alcune notizie che meritavano di essere approfondite.
Spesso parlando o scrivendo di storia in generale si va a finire in quelli che sono i cardini dell’ufficialità, tramandando anche tutte le bugie e le falsità che essa da sempre ci propina.
La cultura popolare, ci fa scoprire lati inimmaginabili della storia ufficiale, che rivelano realtà vergognosamente nascoste. Certe cose non si devono scrivere ne sapere. Tra gli esempi più lampanti da ricordare: la verità sullo sbarco dei mille in Sicilia e i massacri dei contadini siciliani da parte della retroguardia garibaldina. Per capire che Nino Bixio non è stato un eroe, per cambiare volto al risorgimento, c’è voluta la pazienza dello storico inglese Denis Mack Smith e l’apporto della cultura popolare siciliana. Ancora oggi la storia ufficiale non dice queste cose, anzi spesso afferma il contrario.
Non ho prefisso una via cronologica ne altro tipo di schema, i capitoli si seguono a caso narrando episodi quotidiani e alcuni eventi importanti avvenuti nella cittadina nel secolo scorso supportati dal materiale fotografico raccolto in venti anni di ricerche che ho effettuato assieme tante altre persone alle quali va il mio più sincero ringraziamento.
Inoltrarsi nel mondo antico ed affascinante della società bagnarese è stato come viaggiare indietro nel tempo, assaporare i ricordi narrati da decine di persone, gustare le bellissime foto realizzate da veri maestri dell'immagine come il prof. Luigi Cristina ed il fotografo professionista Francesco Iracà, o le bellissime cartoline di inizio secolo.
Associare tutte le notizie raccolte in decine di interviste non è stato facile, anzi è stato un lavoro molto laborioso di confronti, limature, conferme che sinceramente non so se sia riuscito bene. Certamente servirà da esperienza per i prossimi volumi che seguiranno questo lavoro e che saranno circa una decina.
Una parola importante spetta alle immagini, che fanno da traino ad una Bagnara attiva ed ingegnosa che fino a prima dell'avvento dei motori viveva quasi esclusivamente di mare. Non solo pesca però, fondamentale per l'economia locale erano i trasporti che via mare si svolgevano con quasi tutti i paesi del bacino mediterraneo e via terra grazie alle bagnarote viagiariche che trasportavano e commerciavano al di là delle colline.
Questo lavoro vuole interpretare il concetto di visione del passato, non come puro e semplice ricordo cadendo magari in inutili nostalgie, bensì come analisi critica e costruttiva di un mondo che, anche se non esiste più, è stato un cardine della vita bagnarese per molti secoli dal quale abbiamo ereditato usi e costumi che formano il D.N.A. della nostra cittadina.
Conoscere l'evoluzione della nostra società, sapere delle vicende e delle storie passate, forse ci può servire d'aiuto per irrobustire la società bagnarese che negli ultimi decenni si è fin troppo cullata sugli allori trascorsi. Molte cose sono cambiate in fretta nel mondo bagnaraese nell’ultimo secolo.
Con il passare delle generazioni tutto si è trasformato e molto ancora si trasformerà. Cambiano i costumi, i sistemi di lavoro, i modi di pensare e di agire, diciamo che si progredisce formando una società più evoluta e soprattutto più ricca dal punto di vista economico rispetto al suo recente passato.
Ci sono però alcuni aspetti di questa trasformazione, che si è molto velocizzata negli ultimi decenni, che ci danno il senso di come la civiltà di oggi ha quasi voglia di dimenticare quel passato fatto di ristrettezze economiche e lavoro pesante; come se cancellando ciò, il presente si avvicini più velocemente ad un futuro socioeconomico sempre migliore.
Questo tendere a minimizzare o ad enfatizzare il passato in funzione del bene o del male a seconda di come è stato vissuto, che ho notato in quasi tutte le interviste, oscurano un lato, forse quello più vero: quello della realtà evolutiva della società, che mentre si realizza non lascia spazio a riflessioni o ripensamenti. Il cambiamento lo vediamo dopo, solo dopo. Per questo, al di là delle storie personali degli intervistati, l’unico modo di capire la trasformazione della società è quello di farsela raccontare da chi c’era e documentarla con le immagini disponibili. Tutto cambia e si trasforma, e quello che ieri era l'indispensabile per poter sopravvivere, oggi non serve e viene dimenticato o peggio confuso di significato. E questo per una società è paragonabile ad un figlio che si dimentica del padre dopo la sua morte, non ricordando che proprio al padre egli deve la vita. Il prezzo da pagare per un benessere economico che oggi ha cancellato molte barriere fra le classi sociali è pesante dal punto di vista culturale, non perché oggi si è meno colti di ieri, ma altresì per aver abbandonato quelle sana cultura di salvaguardia delle tradizioni tramandate sino a ieri e che proteggevano l’identità bagnarese, che invece oggi sta lentamente sparendo uniformandosi alle altre.
Dal dopoguerra in poi sono completamente sparite fame e miseria, non facciamo sparire gli strumenti che le hanno combattute. Non facciamo sparire la memoria della nostra gente, la loro ingegnosità ed il loro lavoro che oggi ha finalmente prodotto una società di pari dignità.
La salvaguardia della memoria e quella dell'ambiente sono essenziali per un’evoluzione sociale dell'individuo che vuole lasciare ai suoi discendenti un mare ed una terra ricchi ed una cultura sana alla quale attingere per migliorare la società.
Nell’ultimo ventennio abbiamo constatato almeno una decina di tentativi di studi sulla nostra società, quasi tutti effettuati da studiosi non locali. Non abbiamo mai visto risultati, neanche minimi. Solo una grande speculazione che ha lasciato Bagnara più povera di prima.
Qualsiasi tentativo di studio che non si curasse di questi semplici ed elementari problemi servirebbe solo a strumentalizzare per l'ennesima volta il nostro popolo per secondi fini, inutili allo sviluppo sociale ma di estrema importanza per lo speculatore di turno.
Per
diletto, solo per diletto.
Gianni Saffioti
CAPITOLO UNO
Intervista alla
signora Maria Iannì
Marinella -
Luglio 1993 –

La signora Maria e la figlia. Foto 1993.
Quella mattina andai a trovare la signora Maria assieme al prof. Giuseppe Dominici che aveva fissato l’appuntamento.
Ci accolse sull’uscio la figlia settantenne ed insieme ci sedemmo a chiacchierare aspettando che la signora si preparasse. Quando ci raggiunse sull’uscio, si volle accomodare sulla sua sedia e poi cominciò a parlarci del terremoto del 1908 recitando questa poesia.
Se vu viriti nell'anno 1908
erano
li cincu e menza ri mattina.
La
prima scossa noi siamo storditi,
sicunda scossa ci
siamo ‘nsospettiti.
Cattiru chiesi,
palazzi, castelli,
se vu viriti
la chiesa Matri
lu sulu cappelluni ‘nci viriti.
Ora
pigghiamu Riggiu e l'autri cittati
na furma di maceri diventati.
Ora
pigghiamu Messina,
non
sulu ca ‘nci fu lu terremotu
ma puru ca ‘nci fu lu maremotu
Non sulu ca ‘ndi moriru quantitati:
triccentu morti e
quaranta feriti
I casi erinu a dui
e tri piani, fatti i grossi petri. Petri angolari i
cinquanta chili. E chi scossi ‘nci fu na mortalità enormi. Feriti avvissi
vogghia.
Mi ricordu ca jeu
era avanti a na zia mia ca aviva
na piccula finnestrea e ‘nci rissi " Oh mamma na fumata ‘ncè.”
E poi duranti a jornata sempri
venivinu piccoli scossi. Tutti, omini e fimmini chi facivimu preghieri cogghiuti, cogghiuti cogghiuti, masculi e fimmini. E venivinu sempri piccoli scossi. E la paura!
Traduzione
Le case erano a due e tre piani, fatte di grosse pietre. Pietre angolari di cinquanta chili. E con le scosse ci fu una mortalità enorme. Feriti tantissimi.
Mi ricordo che io ero davanti ad una mia zia che aveva una piccola finestra e le dissi: “oh mamma mia una fumata c’è ”. E poi durante la giornata venivano sempre piccole scosse. Tutti, uomini e donne che pregavamo tutti insieme. E venivano sempre piccole
scosse. E la paura!
La domanda successiva riguardava la tragedia del 24 maggio 1927, ed anche in questo caso la signora Maria esordisce recitandoci una delle tante versioni della celebre filastrocca.
U
VINTIQUATTRU MAGGIU’
U vintiquattru maggio chi sventura
successi
alla Marina di Bagnara.
Successi na timpesta troppu dura
per
ogni piscaturi chi piscava.
all'undici
a tramuntari ri la luna
lu mari cchiù staciva
e cchiù ‘ngrossava.
Lu pudestà DeLeo cummendaturi
fici dispacciu a tutti li cittati
"mi
veninu cu navi e cu vapuri
ca
se ‘nc'è dannu pagu li spisati."
‘Nci rispundiru cu lu telefùni
ca
non ponnu veniri pe’ nuia cosa
pecchì la timpesta è assai
periculosa.
Chindici belli onesti
marinari
sono
rimasti sutta l'unda di lu mari.
Poi la signora prosegue coi suoi ricordi parlando di suo fratello, capobarca.
Me frati ‘nci cumandava a palamatara o patri i Coppulinu, e capisciu ca 'mmanazzava i prima sira. Ma ‘nci
rissi a jiu u patruni:
" Se vai na varca a mari a mia av’ essiri a prima " Me
frati, piscaturi i nascita ‘nci rissi "E vui aviti a veniri u primu". E cosi jru. Ca varca erinu ‘ccaffora.
I corpi i mari erinu ati
quanto e scogghi. Me frati; a palamatara,
(intesa come rete) a jettau a mari, pigghiau e a ttaccau o vancu ra varca, a ‘ttaccau mentri veniva na mareggiata i fora, mi batti supra
sutta faciva cosi a rizza,
(gesto con le mani) e a varca na battiu.
Si jsava u mari quantu a na muntagna, i
terra, e nautra mareggiata veniva i fora e nui ne virivimu ‘cchiuni e ‘ndi pistavimu. Aviva du frati jeu. Calammu a Maronna i Portusalvu ‘nta riva, tutti i cattolichi chi patrinosti e mani fandu preghieri. Erinu tutti bandunati, sulu u frati meu cu nu pagghiolu cacciava mari
ra varca ma ‘lleggerisci. ‘Nda stu mentri
spunta u vapuri " 'Ca rriva
u nostru salvataggiu " ‘nci griravimu i riva, " Si " ‘nci
facivinu chij, morti, menzi morti e basci. " Alluccà
ca veni " ‘Nci jettau
u salvagenti, me frati ‘nciù mollau
a natra varca aundi nc'era nu marinaru pè perdiri eppuru
u ‘cchiappau. ‘Nda stu mentri chi arrivava u vapuri, a giungiri na pioggia di nivi, ma la fini
del mondo, chi non si viriva chiù. Ausu scuru e ‘ddera
menziornu. Non virivimu ‘cchiù ne u vapuri
e ne i varchi.
Jmmu tutti a stazioni mi ndi
nbarcamu mi virimu aundi i levavinu. I levaru o Faru, a Ganzirri. U vapuri i salvau.
Vui aviti a viriri, scapulandu Favazzina, u mari, maretteia,
oh maretteia, ma meretteia,
e ‘ccà ja timpesta.
Si mentivinu a remari, non c’’nerinu motori, mi si sarvinu ma u mari i rifilava sempri
pe ja. Cosi i salvaru. I salvaru, ma chij chi moriru, moriru. ‘Mbestivinu ‘nte scogghi varchi, cristiani. U mari era mpezzu
i sangu.
‘Nci fu na varca furtunata, non mi ricordu quali fu, ma ‘ncorpu i
mari a chiappau e da minau
‘nte giardini cu tutti i marinari. Quandu calau u mari, arrestaru tutti ja, ca varca. Fu
propria nu miraculu chiju.
All'undici ra
notti, a tramuntari ra
luna, u mari 'chiù staciva e chiù ngrossava.
Si ndi jvinu mi si sarvinu pe Scilla, ma ne faciva passari, u mari.
Traduzione
Mio
fratello comandava la barca del padre di Coppulinu, e capì che si metteva
subito male. Ma il padrone gli disse:
“ Se una barca va a pescare, la mia deve essere la prima
”.
Mio
fratello, pescatore di nascita, gli rispose “ va bene
ma voi venite con noi ”. Così partirono, mentre le onde diventavano alte quanto
gli scogli. (riferimento a quelli sotto la torre).
Mio
fratello gettò la rete in mare e poi la legò al banco della barca per tentare
di difendersi dalle onde che tentavano di capovolgerla. Con quel sistema la
barca non si rovesciò.
Si alzava
il mare come una montagna e quando la barca era nel mezzo di due onde, da terra
non li vedevamo più e ci disperavamo.
Avevo due
fratelli. Portammo la Madonna di Portosalvo in spiaggia e tutti i credenti con i
Padrenostri in mano a pregare. Erano tutti abbandonati, solo mio fratello con
un secchio svuotava il mare dalla barca per alleggerirla.
In quel
momento arrivò il battello di salvataggio. “Arriva il nostro Salvatore”, gli
gridavamo dalla riva. “ Si ” gli rispondevano quelli
che annaspavano moribondi in mezzo al mare. “ Eccolo
che arriva ”
Lanciarono
un salvagente a mio fratello che lo passò ad un'altra barca dove c’era un marinaio
in pericolo così lo salvarono.
Mentre
arrivava il vapore, giunse una fitta grandinata che non si riusciva più a
vedere. Come fosse buio. Non si vedevano più ne il
battello ne le barche.
Andammo
tutti alla stazione per salire sul treno e seguire il battello che dopo aver
salvato tante persone, adesso andava via verso il faro di Ganzirri. Il battello
li salvò.
Dovevate
vedere il mare superando Favazzina. Era calmo che sembrava quasi impossibile; e
qui c’era quella tempesta!
Remavano
per tentare di salvarsi, ma il mare li portava sempre più al largo. Così li
hanno salvati, ma per quelli che erano morti, oramai era tardi. Il mare
sbatteva sugli scogli le barche e gli uomini e si colorava di sangue.
C’è stata
una barca fortunata, non mi ricordo quale, che fu alzata e portata dalle onde
fin dentro un giardino senza ferire nessuno degli uomini dell’equipaggio.
E’stato proprio un miracolo.
Alle undici
di notte, il mare ingrossava sempre di più, le barche cercarono di spostarsi
verso Scilla ma il mare le ostacolava.

Palamatare
in disarmo ed abbandonate. Anni sessanta. Barca e rete denominate palamatare. Anni cinquana.
Altre notizie e testimonianze legate alla tragedia del 24 maggio del
1927
Il ventiquattro maggio del millenovecentoventisette, verso le cinque del mattino, una dura tempesta colpì decine di pescatori che si erano attardati in mare.
La sera precedente, come di consueto nel periodo di pesca di alalunghe e pescespada, poco dopo l'ora del vespro i pescatori si ritrovarono sulla spiaggia vicino alle loro imbarcazioni pronti a scendere in mare ( a varari).
Le nuvole in cielo e le onde del mare erano accarezzate da un vento insolito che non faceva prevedere nulla di buono per la notte prossima a venire.
I più anziani, forti della loro esperienza, percepirono subito che quello che si stava preparando non sarebbe stato molto piacevole e dopo animate discussioni molti rinunciarono al varo. Altri, giovani e temerari, insieme ad alcuni capi barca poco prudenti decisero di non rinunciare alla nottata di pesca, anche perché nei giorni precedenti il pescato era stato scarso.
Maggio era il mese dell'anno più ricco per la pesca e perdere una nottata con la palamatara pensando alla carestia del periodo invernale, era come rinunciare ad una fetta di guadagno. Forse questa ragione favorì la decisione di alcuni capibarca molto esperti all'uscita notturna.
Palamatare a riposo in piazza Gramsci nel periodo
invernale.
La signora Grazia del rione Valletta,
testimone del tragico evento, ci narra quanto ricorda di un dialogo tra due
pescatori: Carmini e Cicciu.
CICCIU - Carmini, è moriri!
Pe na sira non si mori, pe sta sira non si vara.
CARMINI - E pecchì,
Cicciu?
CICCIU -Pe na sira
non si mori: stanotti c'è lu
tirribiliu ri lu tempu.
Cicciu, parente della nostra testimone, tornò a casa. Ma Carmini, più bisognoso, fu quasi costretto dal destino fatto di fame e miseria a trovarsi un'altra imbarcazione ed affrontare il pericolo. Forse anche contro la sua stessa volontà, andò incontro alla morte.
A quei tempi la vita dei pescatori era
molto dura ed il tipo di pesca che quella notte doveva fare Carmini richiedeva molta fatica. Grazie alla sua prestanza fisica
trovò facilmente posto ai remi di un'altra palamatara.
Le palamatare erano barche a otto remi e prendevano il nome dalle reti con le quali si pescavano le alalunghe ed i pescespada. In genere erano di proprietà dei signorotti del paese, i quali annualmente rifacevano la ciurma in base alle esigenze del capobarca a cui veniva data la licenza stagionale di capitano di piccolo cabotaggio.
Il guadagno del pescato veniva diviso in parti già prestabilite fra il padrone, il capobarca e la ciurma. Gli uomini dell'equipaggio, oltre al loro lavoro di pescatori, avevano altri compiti, come la manutenzione delle reti, della barca, il tiraggio della stessa, la preparazione dello scalo per far scivolare meglio la barca in mare.
La pesca con la palamatara non era delle più facili, soprattutto se si pensa che dopo il calo delle reti nel luogo prefissato chiamato posta bisognava mantenere la barca più vicina ad esse, faticando contro il vento e le correnti marine. Davanti allo stretto di Messina le correnti " scindenti e muntanti " spesso mettono in serie difficoltà anche delle grosse imbarcazioni.
All'epoca di Carmini, la potenza di queste correnti aggiunta a quella del vento veniva misurata in base a quanti remi della barca riuscivano a contrastarla: " i rimi i ventu, " che potevano essere due se debole, quattro sei o addirittura otto quando non si riusciva a vincere la corrente e bisognava tornare in dietro. I rimi i ventu, erano dunque l'unità di misura della potenza delle correnti e del vento in mare aperto.
Carmini sapeva tutto ciò, ma il destino di chi nasce povero e deve sempre lavorare e rischiare la vita giorno per giorno per poter sopravvivere, si misura con la vita stessa che gli riserva sempre duro lavoro senza alcuna certezza.
Quella notte la pesca fu molto proficua e più il mare si increspava e più le barche si riempivano di pescato.
Durante le prime ore del giorno il tempo mutò in peggio. Quando doveva cominciare ad albeggiare, il cielo si fece più scuro ed il vento più forte.
Alcune imbarcazioni, a fatica riuscirono a conquistare la riva, altri non avvertirono in tempo l'arrivo della tempesta e si ritrovarono in preda alle onde, con i marinai stanchi ed inermi a lottare contro le onde. Erano le cinque del mattino quando, sotto una pioggia battente, i familiari degli sventurati intuendo la sciagura si riversarono sulla spiaggia nel tentativo di aiutarli.
Lentamente il litorale si gremì di gente che portava come poteva il proprio aiuto e la propria solidarietà a dei compaesani che stavano lottando contro la morte in mezzo a quel mare che li aveva traditi.
Le barche furono tutte rovesciate e per i pescatori si presentarono ore molto tragiche. Stremati dalla fatica, molti lottarono contro le onde aggrappati ad un pezzo di legno. Quando finalmente il cielo si rischiarò, uno spettacolo penoso si presentò agli occhi della gente del paese che era oramai tutta riversata sulla spiaggia.
Si cominciarono a recuperare i primi corpi privi di vita che il mare aveva scaraventato sulla spiaggia. Fu subito trovato il corpo di Carmini che pagò con la vita il guadagno di un pezzo di pane. Due furono ritrovati sulla spiaggia di Palmi.
Molti furono salvati, aiutati da chi dalla riva lanciava funi in mare nel tentativo di raggiungere i disperati. Altri, accecati dal sale marino, annaspavano tra le onde con la sola forza della disperazione come appiglio alla vita. Per alcuni la sorte fu maligna. Mentre stavano giungendo salvi a riva, una mareggiata li stroncò da terra sbattendoli sugli scogli. Li raccolsero con le schiene spezzate fra le lacrime e la disperazione dei familiari. Le vittime furono quindici e quando si avvicinarono i primi mezzi di salvataggio chiamati alla disperata dal podestà De Leo era quasi tutto finito, ma riuscirono a portare in salvo parecchi pescatori.
Oltre a Carmini, morirono pescatori forti e potenti come Marrazzu, di cui parleremo anche dopo e il Melma che ottantenne andava ancora per mare. Altri nomi di pescatori morti che abbiamo strappato alla memoria del mare di quella notte sono quelli di Cornu r'oru e Basili, u Lallo, Pisciapanara sei della famiglia dei Pirignocchi e due di quella dei Nenna.
Alcune persone nel tentativo di portare il loro aiuto rischiarono di essere risucchiate dalle onde. Le barche vennero sbattute a pezzi sulla spiaggia insieme a parte del pescato.
Una seconda e preziosa testimonianza c'è stata offerta dal Sig. Luigi Oriana, indimenticabile ex presidente della pro loco bagnarese.
Il suo racconto si concentra tutto in un dialogo fra suo nonno Micu ed un altro proprietario di barca, Patri Rosariu Gioffrè, vecchio marinaio tra i pochi a tenere la bussola in barca.
MICU - E chi ‘nriciti
Patri Rosariu?
PATRI ROSARIU - E' malutempuni Micu. Ieu mandaia tutti a casa.
Così Micu si lasciò ben consigliare e per quella sera congedò il suo equipaggio. Due suoi marinai, dopo aver protestato per il mancato varo, decisero di trovarsi un'altra barca. Trigghia e Marrazzu, quest'ultimo citato anche nella testimonianza precedente, erano due muratori molto forti e capaci e quindi non trovarono difficoltà a farsi ingaggiare dai Nenna, famiglia numerosa di pescatori.
La sorte non risparmiò questa palamatara ed il giovane Marrazzo perì ingoiato dalle onde assieme a due dei proprietari della barca. Secondo il sig Oriana le cause di quelle morti violente sono state la fame e la grande carestia del tempo, che assillavano i marinai alla ricerca un pasto per la famiglia.
Questo triste evento fu tema di ampie e rissose discussioni fra pescatori per tanti anni ogni qual volta si presentava il tempo incerto. Da allora questa tragedia viene temuta e ricordata grazie ad una filastrocca dialettale della quale siamo riusciti a recuperare alcuni stralci grazie alla memoria di una donna anziana.
U VINTIQUATTRU MAGGIU
U vintiquattru maggiu chi sventura
successi alla marina di Bagnara.
Successi na timpesta cosi dura
pè ogni
figghiu i mamma chi piscava.
Chindici
belli e onesti marinari
restaru sutta l'unda ri
lu mari.
Lu putestà De leo, cummendaturi
fici dispacciu a tutti li cittati:
" veniti cu
navi e cu vapuri,
ca se nc'è dannu pagu li spisati."
‘Nci rispundiru cu lu telefuni
ca la timpesta è
assai periculusa.
Come si potrà notare, a distanza di tanti anni, restando fermo il contenuto saliente di quella cronaca, la filastrocca qui ancora riproposta subisce alcune variazioni rispetto a quella narrata dalla signora Maria, e senza dubbio altre decine di versioni ancora diverse potremmo ascoltarle da altre persone.
Il tempo ed il tramandarsi oralmente di queste strofe, solo dopo poche generazioni acquistano forme diverse, come è prassi della cultura popolare, mantenendo invariata la sostanza.
Dalla testimonianza precedente, notiamo che l'ora in cui viene fissata la fase cruciale della tempesta è intorno alle cinque del mattino, mentre qui sotto si parla delle undici di sera del giorno precedente e quindi del 23 maggio.
Dettaglio, anche se poco indicativo, invece molto utile per capire i vari modi con cui poi i pescatori narrarono la vicenda.
Probabilmente il maltempo si manifestò verso le undici di sera, ma cominciò a rendere difficile la pesca, trasformandosi in burrasca verso le cinque del mattino. E sta in questa chiave di lettura gran parte del rapporto di sensibilità che i pescatori avevano con il mare. Alcuni capirono il mutare del tempo e la pericolosità che poteva recare già verso le undici. Altri pur notando un cambiamento meteorologico, non intuirono il pericolo e si accorsero della gravità solo verso le cinque del mattino. Piccole sensazioni, elaborate in attimi in cui si pensa all'abbondanza del pescato, alla famiglia, ai figli e si sceglie in base ad un qualcosa di non razionale e che forse non si riesce a spiegare. In quell'attimo, apparentemente come tantissimi altri, un niente decise la sorte di quindici persone. Nello stesso attimo, altri, forse più paurosi, forse obbedendo al primo istinto, forse ragionando, tornarono a riva. Altri ancora pur restando in mare, lottarono contro le intemperie e si salvarono: fortuna, destino, chissà ?
Costruzione di una barca in piazza Gramsci. Foto Frank
Monaco anni sessanta.
Da notare i segni caratteristi del
malocchio a prua dell’imbarcazione: il peperoncino e la grattugia.
Tra le testimonianze più interessanti sulla tragedia, quella che Carmelo Pavia ha ricavato dopo un’intervista al sig. Rosario Iannì, nato il 10 febbraio 1920 e di cui riportiamo le fasi salienti, è tecnicamente la più valida. Si comincia a capire l’andamento del tempo meteorologico e le previsioni azzeccate dei marinai più esperti che confermano la tesi che la strage si poteva evitare.
Il signor Iannì spiega che quel tempo meteorologico non è stato improvviso, ma già da cinque giorni i sintomi si vedevano chiari e tondi. Il vento soffiava forte dalla Sicilia ed era sempre in aumento, rasava le montagne. In gergo marinaro il fenomeno si chiama “tempu liscuni ” che con il cambiare della luna poi, arrivo a terra. Per cinque giorni quel vento lisciava le montagne, poi col cambiamento della luna si abbassò fino al livello del mare. Il cambiamento della luna creò una situazione per la quale il vento forte si mise a spirare da nord ovest e non più da sud est. Ora era frontale fora dirittu. Da sud ovest il tempo meteorologico, ‘ddestrau quasi improvvisamente e mutò in quello che tutti i pescatori anziani, conoscitori del tempo temevano, tempo da nord ovest. E’ interessante questo passaggio del signor Iannì perché ci fa capire e ci conferma come un tempo, sia i pescatori che i contadini conoscevano il tempo e lo temevano. Lo prevedevano anche mesi prima, secondo alcuni calcoli che facevano in determinati periodi di luna. Difficilmente sbagliavano.
Nella nostra zona, ancora oggi c’è qualche persona anziana che, ad esempio, all’inizio della primavera riesce a prevedere in base allo spostamento delle nuvole e l’andamento delle onde del mare, quando quante e quali tipi di “lavatura” farà poi in estate.
Ma tornando al signor Iannì, suo padre “Patrie e Peppi, aveva consigliato sin dal principio di non andare in mare, ma uno dei Foti, appartenente alla famiglia dei Pirignocchi, che ebbe più morti, volle andare in mare lo stesso nonostante le lacrime della moglie che lo scongiurava di desistere. Il marito invece la mandò a casa in malo modo a prendere una coperta per la notte da passare in barca. Della famiglia dei Pirignocchi ne sono morti sei tra i Foti e i Savoia. Un altro chiamato Lallo morì più a sud, ed ancora uno di Porelli chiamato Pisciapanara non riuscì a salvarsi, mentre altri furono raggiunti dal rimorchiatore e portati verso il faro di Ganzirri.
Il mare raggiunse la chiesetta di Portosalvo ed il piccolo cimitero di fronte dove riposavano i caduti di Marinella della grande guerra.
L’ultima versione che vi propongo della celebre filastrocca è quella più ricordata al rione Porelli, che è uno dei rioni che nelle notti di pesca con le palamatare dava più braccia ai remi delle barche e quella notte purtroppo a rimetterci la vita ci furono pure marinai di questo rione. La riportiamo così com’è stata trascritta nel periodico Albatros del 8 dicembre 1995, giornalino di quel rione stesso.
U VINTIQUATTRU MAGGIU
“ O 24 maggiu chi sventura,
successi a la marina di Bagnara.
Successi na timpesta rossa e dura,
pe’ ogni piscaturi
chi piscava.
La sira a la curcata
di la luna,
lu mari
chi ‘cchiu’ stava e cchiu’ ngrossava.
Pudestà De Leo cummendaturi telefonava a tutti li città,
mi venunu cu navi e cu’
vapori,
mi salvunu a chii poveri sventurati.
Ci rispundiru cu telefunu,
c’ ‘a tempesta grossa non si puo’ passari.
Li poviri marinari
hannu rittu,
ca terra di Bagnara non virunu
‘cchiu’ “
Ho scelto questa versione tra le tante che ho sentito perché è quella che si discosta di più dalla prima che ritengo più vicina all’ originale. Completamente diverso è il dialetto, e stravolto è il finale che sembra quasi tirato per i capelli da una memoria oramai sbiadita. E’ pur sempre, comunque, una valida testimonianza di come il dialetto bagnarese varia da rione a rione e da generazione a generazione. Per la cronaca aggiungiamo che la filastrocca fu scritta, da un cantastorie di Sant’Eufemia d’Aspromonte chiamato dai parenti delle famiglie che ebbero più vittime e che raccolsero notizie tra la gente bagnarese. Stonano infatti, dialettalmente parlando alcune parole come “successi”, che nulla ha che spartire con il “succeriu” bagnaroto.
Vista oggi, la sciagura del 24 maggio 1927 sembra quasi un racconto drammatico che non è più radicato nei ricordi della cittadina, per circa trent’anni le campane di tutte le chiese bagnaresi in quel giorno hanno suonato a lutto, poi niente più, ne una via ne una piazza dedicata a quell’evento. Mai nessun tipo di manifestazione per ricordare, per approfondire e salvaguardare l’evoluzione di un mestiere che si è completamente trasformato e non sempre in maniera positiva.
Una analisi sociale completa del quadro sopra descritto va letta in riferimento a ciò che succedeva in Italia in quel periodo e a quali erano le situazioni economiche e politiche; come veniva contrattato il lavoro e tutte le varie restrizioni che il regime fascista attuava contro i lavoratori che giorno dopo giorno si vedevano ridurre sempre più i loro salari in qualunque tipo di lavoro.
A Bagnara il ventennio non fu poi così esageratamente repressivo, vuoi per la mancanza di fabbriche e di organizzazione dei lavoratori, vuoi per il camaleontismo di chi al solito approfittò dell’occasione per raggiungere il potere, vuoi perché un paese piccolo non creava grossi problemi. Possiamo dire che fu un fascismo all’acqua di rose rispetto al resto d’Italia; ma nonostante tutto la paura per la repressione faceva rendere prudente ogni accenno di opposizione.
Quindi la situazione sociale non era di quelle ottimali per chi non aveva da mangiare e doveva ad ogni costo lavorare per sfamare la famiglia. Se il clima fosse stato diverso e la situazione economica migliore, certamente nessuno quella notte sarebbe andato in mare a pescare con le palamatare e così 15 uomini non sarebbero morti e 15 famiglie non avrebbero portato il lutto. Il numero di 15 morti è quello ufficiale del primo documento del sindaco, ma alcune testimonianze parlano addirittura di 19 morti.

Il sig Iannì
Rosario vecchio pescatore di Marinella testimone della tragedia. Foto C. Pavia.

Pesca con le reti e le palamatare
fatta dalla spiaggia.
A conferma di quanto detto sopra riporto una tabella del 1927 con tutti i passi salienti che il regime fascista fece contro i lavoratori, opprimendoli fino all’inverosimile. Proprio il 24 maggio i sindacati fascisti decisero e ottennero una riduzione generale dei salari del 10 per cento. Alla faccia dei sindacati! Il 4 gennaio di quello stesso anno veniva sciolta la Confederazione generale del lavoro (CGL), e in tutto quell’anno molte altre cose contro la classe lavoratrice vennero approvate, come pazientemente ci riporta la tabella sotto, che è solo verità storica per stabile la realtà del momento, e non contrapposizione ideologica.
Tabella Riassuntiva dati 1927
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4 Gennaio |
Viene sciolta la Confederazione generale del lavoro. |
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7 Gennaio |
La Carta del lavoro è presentata al Gran Consiglio del fascismo (sarà approvata il 22 aprile). |
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1 febbraio |
Il Tribunale Speciale inizia la sua attività, condannando a 9 anni di prigione ciascuno due muratori romani che avevano deplorato ad alta voce il fallimento dell'attentato a Mussolini. |
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12 marzo |
Prime dure condanne del TS: 28 comunisti toscani sono condannati a pene da 1 a 14 anni di reclusione . |
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25 marzo |
Il ministro della Pubblica istruzione (Pietro Fedele) illustra alla Camera il programma fascista per la scuola ("Fascistizzare la scuola [...] è il mio compito"). |
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5 maggio |
Il Consiglio dei ministri delibera la riduzione della indennità di carovita agli impiegati statali. |
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7 maggio |
Vengono ridotti gli stipendi ai dipendenti degli enti locali. |
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24 maggio |
I sindacati fascisti decidono e ottengono una riduzione generale dei salari del 10 per cento. |
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26 maggio |
Mussolini pronuncia alla Camera il discorso cosiddetto "dell'Ascensione". Riaffermando la propria dittatura personale, enuncia il programma: sviluppo demografico della popolazione, messa a punto delle forze armate ("Bisogna poter [...] mobilitare cinque milioni di uomini"), creazione dello "Stato fascista". |
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23 luglio |
Condannati dal TS 19 comunisti imolesi a pene fino a 12 anni. |
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1 settembre |
Nomine di nuovi prefetti. Si completa rapidamente il processo di fascistizzazione della pubblica amministrazione. |
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17 ottobre |
9 dirigenti comunisti vengono condannati dal TS a pene sino a 17 anni di reclusione. |
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21 dicembre |
Con decreto ministeriale viene "rivalutata e stabilizzata" la lira a "quota 90" (90 lire per 1 sterlina). La politica di deflazione si ripercuote duramente sul livello di vita dei lavoratori. |
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31 dicembre |
9 dirigenti comunisti vengono condannati dal TS a pene sino a 17 anni di reclusione. |
Conforto fino a quanto detto ci viene dato da una pagina del libro del Dott. Alessandro Carati dal suo “I CAVALIERI DELL’ASPROMONTE - ed. Marafioti Polistena P. 2004”, egli sostiene: «Fatta eccezione per il pescespada, la cui pesca ed il cui mercato davano credito ad una piccola ma assai remunerativa industria locale, della quale il pescatore non costituiva altro che manodopera a basso prezzo, anche il pesce nostrano, quello più pregiato, in genere poteva oscillare sulle lire una al chilo, dunque era caro, perché la prima scelta ed i prezzi li facevano i proprietari delle barche, che davano la preferenza e la prima possibilità di scelta alle famiglie più agiate, mentre in genere la quasi totalità dei pescatori, come gli altri lavoratori salariati, tiravano avanti alla giornata; tuttavia, poiché il pesce è un prodotto facilmente deperibile e il suo consumo non si allontanava oltre i confini del mercato locale e dei paesi limitrofi, il suo prezzo, una volta servite le mense dei più facoltosi, scendeva alquanto e le qualità meno pregiate si potevano acquistare, a seconda del prodotto, anche a qualche decina di centesimi al chilo: riusciva dunque a rientrare tra gli alimenti fondamentali della povera gente e della città. Con l'avvento del fascismo i prezzi al consumo del pesce, verranno rigidamente calmierati e tenuti sotto controllo; la qual cosa non contribuì di certo a sollevare le sorti della maggioranza dei pescatori, ovvero di una categoria di lavoratori tra le più disagiate economicamente e tra le più prolifiche a livello coniugale.»
Documento del Podestà in riferimento a
quanto accadde il 24 maggio 1927
Il Regio Podestà del comune suddetto, comm. Antonio De Leo, assistito
dal segretario Comunale Sig. Porpora Luca, ha adottato la seguente
deliberazione:
Considerato che la mattina del giorno 24 maggio corrente a causa del
fortunale abbattutosi in questa spiaggia furono sorprese in mare e distrutte
quattro barche pescherecce con un numero complessivo di 32 uomini di equipaggio.
Considerato che in tale disgrazia trovarono la morte ben 15 pescatori,
lasciando sul lastrico le povere famiglie che del loro lavoro traevano i mezzi
di sostentamento.
Considerato che tale sciagura oltre a colpire i congiunti delle vittime
ha anche colpito la cittadinanza tutta, apportando un lutto cittadino. Ritenuto
che a riconoscimento del grande spirito di abnegazione e di sacrificio degli
scomparsi è doveroso siano eseguite solenni esequie alle vittime del lavoro.
DELIBERA
Che il giorno 30 volgente mese abbiano luogo
nella chiesa Madre i funerali suddetti ed il trasporto delle salme rinvenute;
il tutto a carico del Comune, imputando la spesa occorrente all’art.84 bilancio
corrente esercizio. Del che è stato redatto il presente processo verbale, sottoscritto
come appresso.
il Segretario
Capo: Porpora
Il Podestà: De Leo
Superato l’impatto iniziale, la signora Maria ci chiese se volevamo sapere ancora delle cose, e cosi cominciò a parlare degli argomenti più vari, iniziando dal rapporto fra fidanzati e le rispettive famiglie.
Ai tempi ‘ntichi,
‘nda ‘ntichita, se a unu ‘nci moriva a muggheri, no voliva nuiu ‘chiu, ricivinu
che vedovo, ricivinu cattivu.
Allura, se a prima muggheri
era bona, ‘nci toccava ‘natra
cosi, no di ciriveiu struita,
‘cchiù malisortata, comu aja diri. Viriti comu era o mundu.
Voliti altru, i cumportamenti antichi. A gnurantità
era troppu, troppu. Non era
comu aja a diri na gnurantità leggera, profunda, gnurantità profunda. Facivimu i figli ‘zziti e i sposavimu o sindicu e poi i beniricivinu a
chiesa. I sposavinu o sindicu non mi si poti scunchiuriri.
La gelusia uh, gelusia ri genituri, Diu che ce ne libera. ‘Ncera ‘ncarchi runu mostriceiu più scaltru, ma ‘ndaviva…………, la gnurantità. Nemmenu ssettati comu siti vu dui, cosi
(riferimento a due persone sedute vicine), nemmenu ssettati.
‘Ncera na zia mia chi ropu chi sindi iva u ‘zzitu, ‘nci riciva a so maritu “ non mi si ssetta chiù javia”.
“ Storta, antica, aundi sav’a ‘ssettari? Jaffora! ”. (rispondeva il marito)
Ma la ngnurantità
era troppu, troppu.
Traduzione
Nei tempi
antichi, ( si riferisce all’inizio del 1900 ), se un
uomo rimaneva vedovo, non veniva più accettato da altre donne del suo stesso “
livello ” : se la prima moglie era di “qualità”, egli doveva accontentarsi di
un’altra donna meno istruita e meno intelligente. Così andava il mondo.
Volete
sapere altro dei comportamenti antichi… L’ignoranza era troppa e profonda, non
era un’ignoranza tanto per dire, ma era veramente tanta. Fidanzavano i figli e
poi li facevano sposare in comune e poi li benedicevano in chiesa. Li facevano
sposare in comune per non rompere il fidanzamento. La gelosia dei genitori era
troppa. C’era qualcuno meno rigido, ma gli altri…Nemmeno seduti vicini i
fidanzati potevano stare.
C’era una
mia zia, che dopo che andava via il fidanzato, diceva a suo marito che i due
fidanzati erano rimasti seduti troppo vicini.
Ed il marito gli rispondeva in malo modo. Ma l’ignoranza era troppa,
troppa.
Cunsinnavinu a ‘rrobba.
Si usava mi ‘nci fannu na carta, si usava na carta mi ‘ncia presentinu a famigghia ill’omu, sicundu chiju chi potiva, sicundu a famigghia. E poi cu ja carta, a chiamavinu e ‘nci cunsinnavinu a ‘rrobba chi aviva scritta.
A tempi antichi erinu
genti ‘mbonati; ‘nci misi
una, centu liri ‘ncontanti a na figghia, centu liri, e ‘nna maritava perchi non l’aviva sti centu liri. Allura
era nu zii meu, ‘nci rissi
a so mamma” mamma l’ha centu liri
mi ‘nci ‘ppresti, ca non mi
voli maritari me soggira
non mi faci malafigura, ca ‘nda
carta ‘nci misi centu liri. Se ‘nci mpresti
tu, ca ropu chi cunsinna ti
runa.
Chij si sentivinu più ati, ma me nonna i superava, chi loru
lavuri, chi loru lavuri. E ‘nci ‘llappi a prestari a mamma ru zzitu.
Se era natra
scaltra me nonna, ‘nci riciva,
figghiu non ci faci nenti,
non mi tinti runa, l’aja fari figurari
jeu. Apparissi ca ti runa i sordi.
Quandu si maritavinu, na mangiata familiari, senza ristoranti, senza complimenti
o zzitu. Sulu jiu ‘nci aviva a ‘ccattari
l’oru.
Traduzione
Presentavano la dote della sposa.
Quando ci
si fidanzava, era usanza da parte della famiglia della sposa di scrivere
l’elenco della dote che portava la figlia e poi di presentarla alla famiglia
dell’uomo e contrattare.
Quando poi
si sposavano, alla presentazione della dote, veniva contata tutta la roba
scritta, che doveva corrispondere, pena la rottura del fidanzamento.
Nei tempi
antichi, la gente era alla buona, una mamma scrisse che sua figlia portava in
dote anche cento lire, e non la faceva sposare perché non aveva quelle cento
lire.
Allora il
fidanzato, era un mio zio, disse a sua mamma di prestarle cento lire altrimenti
sua suocera non li faceva sposare. Cosi presentavano la dote e poi li
restituiva.
Nella
famiglia di lei erano orgogliosi, e pur di non fare brutta figura, preferivano
rimandare il matrimonio. Cosi mia zia gli prestò le cento lire.
Quando si
sposavano, facevano un pranzo tra familiari, senza ristoranti, senza
complimenti al fidanzato. Solo il fidanzato doveva comprare l’oro alla sposa.
Ad alcune nostre domande la signora,
risentendo anche del caldo e dell’età, rispose in modo casuale riassumendole
tutte in una risposta. La traduzione sotto quindi apparirà sconclusionata. Alla
fine, mi sono permesso
di fare dei piccoli accenni degli argomenti trattati per
completare i concetti espressi.
A
scialata
‘Nda natali facivinu a scialata ra palamatara, no ‘nda na Natali, i carnilavari, i Natali, i carnilavari,
facivinu a scialata. Piscistoccu,
patati, vinu, e mangiavinu, mandavinu e famigghi. ‘Nci mandavinu nu pocu i mangiari puru e famigghi. A tempi i l’untri, prima mi ‘nci togghiunu i parti pè piscispati.
U mari nostru era chinu
i piscispati, e ‘ncerinu
tanti posti, e i varchi suparavini i posti e chiamavinu reci, chindici, durici jorna i ‘rranti. Chiji chi restavinu jvinu a ìrranti. A manu a manu comu calavinu ri posti, passava avanti
u primu e ‘ccupava a posta.
E Ccuminciavinu ra punti i Parmi, Surrentinu, Per’alapa, Satu Leu a Roschi, u Capu, Marturanu, a Sirena, a Hiumara, Scirtari, Rusticu.
‘Nda muntagna ‘nc’era ‘npezzu i terrenu aundi mi potiva stari u guardianu chi ‘nci faciva signi cu farzolettu e i faciva vocari pè ‘ffora,
pè ‘ssusu, pè ‘nterra. Tanti voti ‘nci shiattava u cori cu ju remazzu e mani e quandu ‘rrivavimu ‘nterra, u piscispatu viriva ‘nterra e sindi fuiva. E restavinu morti ri duluri e ri fatica. E u guardianu ‘nci indicava cu farzolettu. U farzolettu era u cumandu.
Traduzione
A Natale si
faceva la festa della palamatara,
no a Natale, a carnevale, a Natale e a carnevale si faceva festa. Baccalà
patate e vino, e si mangiava e si mandava anche qualcosa a casa alle famiglie.
Questo
succedeva ai tempi dell’untri,
prima di dividere le
parti spettanti per il lavoro.
Il nostro
mare era pieno di pescespada, e c’erano anche tante poste di avvistamento ma le
barche superavano le poste e così a giro molte barche pescavano e cacciavano
fuori zona in posti più difficili rispetto agli altri.
Sulle
montagne, per ogni posta c’era un pezzo di terreno dove stava l’avvistatore che
segnalava la presenza del pescespada. Spesso inseguendo il pesce i rematori
facevano una fatica enorme ed il pesce scappava. L’avvistatore segnalava con un
fazzoletto bianco. Il fazzoletto era il comando.

Untri al varo. Anni cinquanta.
Approfondimento sul tema
Cu l'aiutu
ra provvirenza: a scialata,
l'untri e a palamatara.
Fino agli anni sessanta i pescatori, che costituivano la classe sociale
più povera del paese, nei mesi invernali vivevano un periodo di carestia tale
da indurre i padroni dell'untri e delle palamatare ad organizzare, da Natale a Carnevale e spesso
fino a Pasqua, delle riunioni tra pescatori dove si consumavano abbondanti
pasti dopo magari alcuni giorni di forzato digiuno o mal nutrimento. Queste
riunioni, chiamate scialate, erano
provvidenziali e ben accette dalle famiglie dei pescatori, i quali approfittando
dell'abbondanza del banchetto si dividevano il rimanente, che serviva poi a
rifornire le credenze delle loro case per alcuni giorni. Le scialate venivano consumate nelle numerose cantine
cittadine, oggi totalmente sparite. Le pietanze che per l'occasione venivano
servite, erano costituite da stoccafisso e patate, pesce salato e conserve
ortofrutticole. Durante il banchetto, mentre qualcuno si lasciava andare a
qualche bicchiere di troppo, altri organizzavano e preventivavano il lavoro per
la stagione seguente. Si impiantavano strategie per accaparrarsi i marinai più
forti e più bravi e si brindava più volte, sia in onore del padrone che aveva
offerto il pranzo e che dava loro da lavorare, sia ad ogni nuova idea sul come
cambiare e migliorare le varie tecniche di pesca. I più anziani amavano
raccontare le loro storie, che venivano ascoltate con interesse da tanti o da
pochi in base alla personalità ed alla popolarità che questi possedevano. Non
tutti gli anziani godevano della stessa fama, anche tra di loro esistevano i
più ed i meno bravi, chi fortunatamente era scampato a più pericoli grazie
all'aiuto della Provvidenza, e chi, proprio grazie all'aiuto della Provvidenza,
poteva raccontare di pescate miracolose. Tutto ciò costituiva vanto o motivo di
rivincita per le generazioni più giovani, che appartenenti a questa o quella
famiglia, si vedevano pesare sulle spalle sia le belle che le brutte eredità.
Prima
dell'avvento dei motori, il pescespada veniva pescato e cacciato con due
sistemi molto antichi che da secoli si tramandavano da
padre in figlio. Di giorno si cacciava con l'untri, e di notte si pescava con le reti dette palamatare, da
cui presero il nome anche le barche. La giornata cominciava al mattino presto
prima delle sei con il varo dell'untri ed il raggiungimento della posta stabilita per quel
giorno. L'equipaggio di questa barca molto particolare comprendeva quattro
rematori, un fiocinatore ed una vedetta. Inoltre un avvistatore si appostava
nel luogo prestabilito sulle colline e segnalava con gesti, urla, fazzoletti
bianchi, la presenza del pesce nelle vicinanze, indicandone la direzione e la
velocità. La vedetta sulla barca seguiva con occhio vigile le istruzioni che
gli venivano impartite dal monte e comandava ai rematori le dovute indicazioni.
Una lotta ardua si instaurava tra il pesce che scappava e la barca che
inseguiva, fino a che il fiocinatore non lo controllava sotto tiro scagliandogli
addosso l'arpione al grido di " San Marco ". Attimi di tensione
assalivano tutto l'equipaggio mentre il fiocinatore lanciava la sua arma. Un
silenzio di tomba seguiva il rituale di liberare in mare la sagola legata
all'arpione che aveva lacerato le carni del pesce infliggendogli un corpo
mortale e che il pesce si trascinava lontano nel tentativo di liberarsi. Si
seguiva il pesce per tutto il tempo necessario, poi quando questi si arrendeva,
veniva recuperato e legato alla barca di lato alla prua. Non sempre però andava
bene, spesso anche un piccolo spostamento della barca, o la variazione
improvvisa di direzione del pesce, facevano sbagliare il colpo, ed allora in
pochi minuti si consumavano imprecazioni, scuse e rabbia per la fatica
sprecata. Dopo, scaricata la tensione, si ricominciava di nuovo con l'aiuto
della Provvidenza. Spesso si tornava a riva con le mani vuote. Nel tardo pomeriggio gli untri tornavano a riva, mentre si preparavano
le palamatare
che intorno alle diciannove scendevano in mare. Parte dell'equipaggio era
composto da pescatori che già la mattina avevano remato per dieci e più ore. Il
resto dei marinai, oltre che da pescatori esperti, veniva reclutato fra gente
che di giorno faceva altri mestieri: contadini, muratori, artigiani. Il lavoro
della palamatara
era molto pesante, sia per la grandezza della barca, sia per la pesantezza
della rete. Otto rematori mantenevano la barca, mentre altri erano addetti alla
rete. La stagione della pesca e della caccia al pescespada finiva a metà Luglio, ma già alla fine di Giugno si tiravano le somme.
Secondo un detto locale " Se a San
Gianni non facisti a staggiuni,
a San Petru simu fora ". Questo detto voleva
significare che se il guadagno fatto fino al ventiquattro giugno non era
sufficiente, per rimediare c'erano ancora cinque giorni, fino al ventinove;
dopo non c'era più tempo. I fiocinatori della costa bagnarese erano tra i più
bravi di tutti e riscuotevano grande fama fino alle coste siciliane. Qui, essi
venivano ingaggiati a guidare le ciurme locali dove il pescespada a metà Luglio si spostava prima di guadagnare il mare aperto.
Concludendo vogliamo simbolicamente ricordare due personaggi tra i più capaci
nella caccia al pescespada con l’untri, un
fiocinatore di marinella Rocco Ianni’ clase 1911 detto palumbina che in meno
di un mese nel periodo di luglio quando la caccia si trasferiva sulla sponda siciliana infiocinò 93 pescispada, ed un avvistatore del rione
inglese dalla vista aguzza che non lasciava scappare neanche un pesce ed a
detta di tutti il migliore che si ricordi nella zona, Carmelo Parrello detto u fascista.
Notizie e
curiosità legate alla pesca del pescespada.
La
pesca e la caccia al pescespada sono le attività più antiche che per secoli
hanno formato la principale fonte economica, sociale e culturale della
cittadina. Testimonianze di queste millenarie ed appassionanti realtà, si
trovano un po' ovunque nelle svariate pubblicazioni sul tema. Lungo il corso
dei secoli, moltissime sono state le trasformazioni sia dei mezzi di lavoro:
barche, reti, fiocine, ecc.., sia della cultura, della società e soprattutto
del folclore. E' bene riportare alcune curiosità e brevi
cenni storici, proprio per riferire di cose importanti e molto interessanti.
Due notizie brevi ma fondamentali, che non vengono riportate dai libri ma
appartengono alla memoria della gente ed elaborate da esperti locali, sono
legate alla palamatara.Questa imbarcazione, aveva sulla prua
un'asta di legno lunga circa 1,6 metri, e di base rettangolare 10 per 3
centimetri circa. In cima all'asta vi era sistemata una palla in legno di
diametro di poco inferiore al lato più largo dell'asta stessa e di colore azzurro
con al centro una striscia bianca che divideva le sette stelle dell'Orsa
Maggiore: due in alto e cinque in basso, che su di essa erano state dipinte. Secondo
il signor Antonino Ranieri, studioso locale prematuramente scomparso nel 2004,
i riferimenti a questo simbolo sono tutti da ricercarsi dentro la cultura
fenicia. Questo popolo di grandi navigatori usava navigare di notte orientandosi
usando come punto di riferimento l'Orsa Maggiore. Svolgendosi appunto di notte
anche la pesca con la palamatara,
il simbolo dell'Orsa è stato posto in alto alla prua della barca.
Un untri in postazione.
Legato alla palamatara è anche il rituale
della "runzata",
che il Sig. Luigi Oriana ha rievocato con piacere per questa occasione. Lo
scopo della runzata
era quello di augurare una buona pesca a chi si recava in mare per la nottata.
A tale proposito, alcuni bambini venivano posti a poppa vicino alle reti mentre
gli uomini facevano scivolare in mare la barca. Appena la barca raggiungeva il
mare, i bambini innaffiavano le reti con la loro pipì bagnandole il più
possibile. Dopo questo rito, esclusivamente pagano e su cui bisognerebbe meglio
addentrarsi, ai fanciulli veniva concesso un breve giro in barca prima della
partenza. Negli anni cinquanta e sessanta, quando Bagnara era meta di gite
quotidiane di turisti della provincia, il rito della runzata era diventato quasi una
funzione per intrattenere il forestiero che veniva a trascorrere la serata sul
lungomare cittadino osservando l'evento e gustando il buon gelato bagnarese. La
runzata,
che alla fine era quasi diventata una forzatura, si dissolse lentamente poco
prima dell'abbandono della vera palamatara. In merito ai documenti storici che parlano della
pesca, ricordo alcune delle concessioni di epoca normanna fatte all'Abbazia
bagnarese, all'atto della sua nascita. Ad essa furono concesse due poste per la
caccia al pescespada, e il diritto di falangaggio. Ed
ancora è da ricordare a cardata ra cruci, segno antichissimo di
cui i cacciatori del pesce non hanno ancora perso il ricordo. A cardata ra cruci
è il segno a forma di rombo che i pescatori incidono con le unghie sulla
guancia destra del pescespada infiocinato. Secondo il
già citato Sig. Antonino Ranieri, questo segno non è altro che un antichissimo
simbolo che i cacciatori di orsi usavano incidere sulla parte destra della
testa dell'animale ucciso, volendo simboleggiare la sezione del midollo spinale
della preda di cui erano ghiottissimi. Riportato ai nostri giorni, dopo
millenni di storia ed importato chissà da chi e chissà come, sull'argomento ci
sono tanti studi di approfondimento in corso, questo simbolo inneggia alla
prosperità della pesca e viene sempre marchiato su tutti i
pescespada infiocinati, mai su quelli pescati.
Nella spartizione del pescato, fino a qualche decennio fa, veniva usato un
metodo standardizzato e valevole per tutte le imbarcazioni. Dopo la vendita
giornaliera del pesce al rigattiere che aspettava sulla spiaggia, la divisione
del ricavato avveniva nel seguente modo: due parti al padrone della barca, una
parte e mezza al guardiano che stava di vedetta sulla posta a terra ad
avvistare e segnalare il pesce alla vedetta sulla barca, perché di notte doveva riposare
gli occhi, e una sola parte ai marinai che remavano e stavano sulla barca,
perché di notte andavano a pescare con la palamatara. Era tradizione, oggi
lo è molto meno, tagliare la parte superiore della testa del pesce, detta scuzzetta. La scuzzetta, per contratto veniva
data le prime due volte al padrone della barca, e poi una volta ciascuno a
tutti gli uomini dell'equipaggio. Considerata una bontà culinaria, essa spesso
veniva venduta per aumentare il guadagno oppure veniva regalata dal pescatore
al solito notabile del paese che si prestava a consigliarlo o favorirlo in
qualche complicatissimo, per lui, problema dentro cui spesso si cacciava e di
cui solo pochi conoscevano i segreti per addentrarsi e risolverlo
. Naturalmente spesso si gonfiavano più del dovuto semplici atti
burocratici, ed approfittando dell'ignoranza e analfabetismo del pescatore, li
si faceva diventare complicatissimi intrighi tali da spaventare lo stesso
pescatore che ingenuamente quasi si genufletteva davanti a ‘vussignoria quando questi lo
tirava fuori dall'impiccio.

Pescatori a prua della passerella. 1989. Foto mivil Un pescespada issato
a bordo. 1992.
San Marcu era a festa ri
piscaturi, u vinticincu
Aprili. Facivimu festa. Facivinu
a scialata.
U pisci ‘nciu ‘ffittavinu e rigatteri. ‘Nciu pisavinu.
Cacciavinu a scuzzetta a turnu. A prima era ru patruni, a sicunda puru. Poi, ropu chi finuva u turnu ru patruni, a unu
a unu i marinari si rivirivinu
a scuzzetta. ‘Nc’era u bisognu e sa vindivinu. Non è ca
‘nc’era pensioni, a via ri lavuru si iva avanti. U patruni pigghiava du parti, u guardianu na parti e mmenza.
I piscaturi na parti l’unu, perchi i piscaturi, i marinari ivinu ca palamatara a notti. U guardianu non potiva jiri, ca saviva a riposari l’occhi. I rizzi non erinu
longhi comu a ora, erinu ‘cchiù piccirii, 200 passi, e ognunu a jettava ‘nda so posta. Quandu sa tiravinu, sa tiravinu cu chiju chi ‘nci mandava a provvirenza i ‘Ddiu e basta. ‘Nc’era u guardianu chi guardava,
‘nc’era l’ostra, avivinu i lanternei. Apoi quandu si regulavinu iji a sicundu a riquesta, sa tiravinu. Cu ‘ndi pigghiava due, cu non pigghiava nenti, cu pighhiava lalonghi.
Chi passarelli i lavuri erinu menu pecchi ‘n’cera
u motori. Chiji ra ‘ntinna cumandava u piscispatu. Non viriti chi bbandunaru i posti ri muntagni. Si pigghiavinu i ‘llatu. ‘Nci avivinu
a ‘ddari pisci, a cu na lalonga, ca posavinu i peri ‘nda muntagna, ‘nciavivinu a fari u rigalu, apoi chi ficiru i passarelli, ne carcularu ‘cchiù. Chi volivimu ‘cchiù.
Si ccuminciau a perdiri a pisca a Bagnara. Si ccuminciau
a perdiri i chi jiru chi piscispatari finu a Napuli, a Sardegna, ‘ccupunu
tuttu u mari. Se ‘ndi scappa ‘ncarchi
para ccà. Ca restaru quattru passarelli chi girinu u mari. Si perdiu l’arti.
A quantità ccà era, a Bagnara ri
piscispati. Ora inch’ijru
chi piscispatari non ‘ndi rri
va chiu pisci,
poca roba. Pocu o nenti, Pochissimu.
Traduzione
Il
venticinque aprile, San Marco, si festeggiava. Il pesce lo affittavano ai
rigattieri, lo pesavano. A turno si divedevano la “ scuzzetta
”, le prime due al padrone, poi toccava al capobarca e poi all’equipaggio, che
per necessità la vendevano.
C’era
bisogno e la vendevano. Non c’erano le pensioni, si viveva solo con il lavoro.
La divisione dei soldi del pescato avveniva con le seguenti modalità: due parti
al padrone, un parte e mezza alla vedetta ed una parte ad ogni uomo
dell’equipaggio, perché
il guardiano doveva riposarsi gli occhi e non poteva andare di
notte a lavorare sulla palamatara come facevano i rematori. Le reti non
erano lunghe come quelle di adesso, massimo erano di duecento passi, ed ogni barca la gettava
nella sua posta. Quando si tirava la rete si prendeva ciò che mandava la
provvidenza di Dio. Di notte, mentre i rematori dormivano sui remi, sulla barca
c’era il guardiano che si orientava con l’orsa maggiore, e controllava la rete
grazie ad una lanterna. Poi quando capivano che era ora di tirare le reti, le
tiravano. A volte ne prendevano due, altre volte niente, spesso prendevano
alalunghe.
Con le
passerelle il lavoro era inferiore, perché c’erano i motori. Dall’antenna si
pilotava la barca e si inseguiva il pescespada. Così si sono abbandonate le
poste di avvistamento sulle montagne, per le quali i proprietari del terreno
pretendevano di essere in qualche modo pagati. Da quando poi arrivarono le
passerelle fecero benissimo a meno di
loro.
La pesca a
Bagnara è andata in crisi da quando i pescherecci hanno occupato tutto il mare
antistante ed i pesci non arrivano più. Se ne scappa qualcuno, arriva. Qui sono rimaste quattro passerelle che
girano nel mare.
Si è persa
l’arte. La quantità di pesce era a Bagnara. Poi da quando sono arrivati i
pescherecci non ne sono più arrivati.

La palla con
le stelle dell’orsa maggiore a prua dell’imbarcazione.
Approfondimento sul
tema
IL PESCATORE. ( un mestiere, una famiglia, una
storia. )
Il mestiere del pescatore
non si imparava a scuola. Si diventava pescatori subito appena nati e, volenti
o meno, a questa attività si dedicava tutta una vita intera. Prima di
inoltrarci dentro questo mondo misterioso e rude, è bene ricordare che al
giorno d'oggi tante cose si sono trasformate e spesso scomparse del tutto. Le
trasformazioni si sono velocizzate nella seconda parte di questo secolo, ma ciò
non significa che per millenni e fino all'avvento dei motori tutto sia rimasto
uguale ed immobile. I bambini, e ci riferiamo alle generazioni di questo secolo
e fino alla seconda guerra mondiale, già in tenera età cominciavano a
collaborare con i più grandi, facendo dei lavori di manovalanza, tipo:
trasferire sulla barca il necessario per la giornata di pesca, oppure ungere le
falanghe e spostarle in avanti man
mano che la barca scivolava su di esse verso il mare. Spesso stavano tutta la
giornata sulla barca ad aiutare e vedere come si fa il mestiere del pescatore.
Questo succedeva quando si svolgeva un tipo di pesca leggera che non richiedeva
tanta manodopera. Già a 12-13 anni un ragazzino era capace di governare una
barca di medie dimensioni mentre il padre o uno più esperto lanciava in mare il
conso oppure lo raccoglieva. Sempre a
quell'età, dall'avvento delle passerelle, il suo compito era di stare vicino
alla sagola, a prua dell'imbarcazione. Il conso
consiste in una lenza lunghissima a cui sono attaccati, tramite braccioli
sempre di nailon, dai 50 ai 500 ami. In base alla grossezza del filo e degli ami
serve, ancor oggi, per diversi tipi di pesca. Adoperando il conso si possono pescare sia gli
squisitissimi surici e pettini,
con ami piccoli e lenza corta, sia le alalonghe e pescespada, con ami grossi e
lenza lunga. Naturalmente questa pesca, come tutte le altre cambia al variare
delle stagioni. La tecnica ed i segreti di essa, come delle altre pesche, si
tramanda a via di pratica. Non ci sono carte scritte ma solo occhi per vedere e
mani per provare. Solo così si diventava grandi ed autonomi. Un forte contributo al mantenimento del
nucleo famigliare lo davano anche le donne ed in special modo quelle sposate.
In tutte le foto in cui le vediamo protagoniste, sono sempre al lavoro, lavoro
faticoso e duro che le rendeva forti e rappresentative come gli uomini. Ma ciò
non deve trarci in inganno e farci pensare che, come molti stupidamente
vogliono farci credere, a capo della famiglia ci fossero proprio le mogli e non
i mariti oppure che la donna veniva tenuta in così scarsa considerazione da
essere soggetta a prestazioni di grande fatica. La realtà era tale che tutti,
nessuno escluso, dovevano dare il loro contributo alla famiglia; altrimenti era
la fame. La caccia e la pesca al pescespada nello stretto di Messina ed a
Bagnara in particolare, sono due attività antichissime che al loro inizio
servivano a sfamare gli indigeni del luogo. Con il susseguirsi delle conquiste
dei vari popoli che nel corso della storia hanno occupato queste terre, sono
invece divenute stretto monopolio delle classi dominanti che si servirono dei
pescatori per arricchirsi ed imporre la loro volontà su tutto e su tutti. I
pescatori come i contadini e la maggior parte del ceto lavorativo erano
considerati fino a qualche decennio fa le classi sociali più basse e quindi più
sottomesse e mal ripagate. I Ruffo, che per secoli hanno dominato l'intera
zona, furono certamente la famiglia che più di ogni altro in assoluto ha
sfruttato la gente e l'economia a discapito di una evoluzione politico
economica ed a favore dei propri interessi, creando insieme alle altre famiglie
baronali della Calabria e del meridione in generale, le basi dell'attuale
sistema di degrado sociale ed economico che oggi subiamo. Un po’ tutte le
classi dominanti si servirono del lavoro dei pescatori usurpando loro parte del
pescato. E' documentato che cominciarono i Normanni ad
impossessarsi di due poste per la caccia allo spada per donarle ai monaci
dell'abbazia costruita su Marturano insieme a tanti altri privilegi su ogni
tipo di pesca. Al giorno d'oggi è tradizione per i pescatori di Marinella, che
con il passare degli anni hanno avuto un'evoluzione economica non indifferente,
lasciare alla chiesa parte del guadagno del pescato. Un rapporto di interessi,
e mi riferisco solamente all'ultimo secolo, c'era anche fra il proprietario
della barca ed il padrone del terreno dove era situata la posta del guardiano
che indicava alla vedetta posta sul falere i movimenti
del pesce. Per l'occupazione del terreno, un metro quadrato circa, il contadino
ed il suo padrone pretendevano una adeguata ricompensa. Con l'arrivo delle
passerelle i pescatori, con grande sollievo, poterono fare a meno del guardiano
sulle colline, ponendo fine all'estenuante lavoro di avvistamento che impegnava
una persona per dieci dodici ore al giorno tutti i giorni per quattro mesi
all'anno.
A Marina, non rrivava
mi ‘ncesti reci casi. Era i Portusarvu,
na festicciola campagnola, vindivinu
u vinu a filarata, vindivinu carni. Na festicciola campagnola, e succeriva sempri sciarri, sempri quistioni, ogni annu succerivinu sciarri. Poi, ora si fici
randi randi, non si viriva tuttu stu largu pecchi si ll’avivinu pigghiatu i giardinari.

La vecchia chiesa di Marinella in un dipinto di don
Giovanni Cacciola (per gentile
concessione dei familiari)
Si
cchiappavvinu tuttu u largu
comu calava u mari. Pagavinu
i rimaniu pè tri sordi. Ora
s’arricchiru senza lavuri,
i locali i vindiru a alti prezzi e casi a quantità.
A Maronna ‘ncì cacciavinu a parti e cu ji pochi
sordi chi cogghivinu facivunu
a festa, e na processioni ‘ccà
vicinu.
Qund’era picciula me figglia, ‘nci fù
n’atra mareggiata, pigghiammu e ‘ndi
fuimmu ‘ndò ziì Gianni cularina, ‘ndà prima casa vicina a Cresa; aviva nu bbuzzettu chi veniva carricatu i recina ri costeri. Pigghiau
u buzzettu e u ‘ttaccau cu barcuni. Mentri erimu ja, veni n’corpu i mari, pigghiti a varca e
si levau puru u barcuni. E ‘ndi pilavimu, e a paura.
‘Ccà non ‘ndaviva casi, na filerata i barracchi, na funtaneia jassutta
a Cresa. I marinoti facivinu
a strata ra Cruci, non
c’èra strata, ‘cca ‘ncera u mari, e di ja calavinu e nchianavinu.
C’ra sulu na filarata
i casi vasci a na mattuna, ‘ncarchi cincu, ‘nci fici
u cummendaturi.
Stu cummendaturi aviva fattu tanti cosi, l’asilu ri monachi, a villa ja ‘ssupra, a pischeria.

La pescheria. Foto anni 60.
Aviva fattu na pischeria chi non l’avivinu a cacciari mai, i culonni ri ferru,
i pisci stampati ‘nde culonni,
na funtana ‘nda n’angulu e na funtana ‘nda
natru. Quattru scali chi ‘ssi nchianava ‘ndaja pischeria grandi; banchi pè ‘mparavimu. Pè fari na littira,
pè leggiri nu libru, ‘ndi rranciavimu.
I l’età mia non di trovati chi sannu leggiri. Jeu ora no schiaru ma a
furia mi scrivu littiri e leggiri…
Du misi e menzu, du misi e durici iorna, ca poi non mi potturu mandari chiu, chi era na famigghia omanina
e non mi potturu mandari.
Me mamma aviva a jri vindendu pisci e lavurandu, i me
frati e me patri, comu facivinu.
Ieu non potiva jri chiu, e sempri
mi rricordu chi pè durici iorna ‘nciappuru
a pagari a misata. Poi a
furia i leggiri a destra e a sinistra, mi ‘rranciai bona bona.
Quand’era malutempu
e ‘dderimu intra, jeu e me figghi
i ‘mparava a leggiri ‘ntò primu libru,
prima leggiva i bocali e
poi in seguitu arrivavinu a
menzu libru, poi quandu ivinu a scola i misiru ‘nda sicunda.
’Nci mparava puru a religioni jeu e me figghi.
Puru a religioni, chi me figghiu
si cogghiru cu na para i giuvanotti e sin’di jru o cacechismu.
L’abbati u ‘nterrogau a me
figgliu e quandu vitti ca
me figghiu sapiva tutti
cosi, ‘nci rissi: “ ma comu, tu ca non veni mai o catechismu,
sai tutti sti cos i. - ‘Nci rissi me figghiu:
mi ‘mpara me mamma. Arrestau ca ucca aperta, ‘nci faci nu bigliettu mi va ‘nda Bellantoni.
-Scegliti ‘nvestitu”.
Jeu non sapiva nenti era a casa e tu viju veniri ‘nnacandu ‘nnacandu cu nu giornali ‘ncartatu
‘nde mani, tuttu cuntentu richiatu e soddisfattu comu mai.
- Nci rissi: “aundi jsti,
- Ija o catechismu e pigghiaia u premiu.
-E non mi potivi chiamari a mia mi tu scegliu
-No chistu ‘cca mi piaciu.
-Insomma erimu na famighia chi ‘ndi ‘rranciavimu.
Vicinu o municipio, sa ‘ccàttau
a casa, u palazzu, a ja
l’abbati, i ‘mbuscau
ca ju mi zzappa.
Ogni mortu chi
moriva, antichi storti, ji pochi sordi chi si usava, nci portavinu a jiu. Nci ll’avivinu
a levari o previtu. A sua
volta, ‘nci fu unu chiu scartru, ‘nci rissi: - siti tutti morti i fami,
stati morendu i fami e ‘nci
levati tutti, levatincindi i menzi.
- E da
poi se si
sapi?
- E chi savi a sapiri.
E si ‘nda cuminciaru a teniri i menzi. A manu a manu quandu si apriru l’occhi, non ‘nci ‘ndeziru ‘cchiu. E a quei tempi iju si ccattau u palazzu.
E si cumbinavinu,
morti i fami, ottu jorna intra, bandunati, e i sordi
chi cogghivinu mi ‘nci rurunu a iju.
Viriti a gnurantità.
Ora non si usa cchiu,
‘ncarchi doveri so voli fari nu parenti u faci, ma
non si usa ‘cchiu.
Na ghirlanda custa
centuvinti milaliri. Jeu pè mmia l’appi rittu, a non pigghiari banda, a mentiri ‘ndo manifestu,
escluso le visite. Ca annu figghi
e non sannu a stari intra sicundu
l’usanza. Pecchi jeu a me maritu non ‘ncindi pigghiaia banda, e u levaru cu du banderi,
una ri piscaturi e natra ri cumbattenti.
U mortu aviva ‘rrivatu ‘nde scogghi
e ancora a popolazioni era ‘cca. Perdia
na figghia e non di pigghiaia mancu banda. I rispetti
nostri erinu chiji.
Me maritu, se anni
i sordatu, tri anni pè
leggi, pò nci bisognaru i terra e u passaru i terra. E nui ‘ndi misimu a cianciri
quandu ‘ndi scriviu na littira
ricendu: - non partengo più alla Regia marina,
appartengo all’esercito per il fronte, - e fici l’autra guerra e terra, e sempri
zona di guerra. Dalmazia, San Benicu, munti Grappa,
munti Neru, sempri l’aiu ‘nda testa, ca aiu i littiri chi faciva in zona di guerra. Se anni. Se, all’urtimu ‘nci fu nu picculo sordu, na piccola pensioni, chiji chi campavinu ill’età sua ‘ncì reziru, me maritu ch’era mortu, nenti. A famigghia non campava;
ehi, ancora ‘ndi rura risgraziati. Se anni, se anni, non si ‘zzannia.
Prima fu ‘mbarcatu
a bordu a San Giorgiu, chi
poi ‘nci fu me enniru, so maritu. So maritu, fu premiatu ra sicunda
guerra, ca San Giorgiu prima mi sa pigghia u nemicu, a ‘ffundaru, e vinniru premiati. So maritu. Me maritu puru fici u sordatu
‘nda San Giorgiu, tri anni
a poi u passuru i terra ‘nda l’esercitu.

La nave San Giorgio dove era imbarcato il marito della
sig.ra Iannì.
‘Nda sicunda guerra, quandu ‘ncerinu i bumbi ‘ndi rifuggiavimu ‘nta galleria. Fici a guerra puru jeu. Allura jeu, viaggiava
chi pisci e ficimu a corsa cu Carridi.
U Carridi era a ‘cchiu grandi navi ru
ferriboot, allura l’apparecchiu ‘ndi bumbardava, i cannuni u Carridi l’aviva randi, ca erinu longhi comu in ‘ccà ‘ndo
muru. Sparava a navi e scussava
comu o terremotu.
L’apparecchiu ‘ndi mmazzava a nui, ca ju sindi
‘nchianava e ra navi a voghhia a sparari.
Erimu jeu, a bonanima i
Ciccarella, a muggheri i
Zappalà, passavimu chi pisci, allura
tutt’ancorpu: – sarvagneti addossu -. ‘Ndi misimu i sarvagenti. Jeu ra paura mindi misi due. A ‘ncertu puntu pariva
chi l’avivimu jettatu ma quandu chi ju sentiva i corpa sin’di nchianava pè ll’atu. A guerra è perduta, a perdimmu a guerra.
Se durava natri dù misi a guerra, morivimu tutti,
tutti ca sciorta, tutti, omini, fimmini
‘mbiscati, tutti ca sciorta.
Non nc’era ‘cchiu virgogna e no ‘nnenti. Tutti ca sciorta, manchi i cani. A cunetta chi calava l’acqua era
china china china. Morivimu, quandu vinniru i mericani, ‘nci ccuminciammu a battiri i mani mi ‘ndi runinu a libertà.
Jeu e Vicenzinu pateia; rinnu ca non c’è ‘Ddiu, eccomu ‘nce
‘Ddiu, erimu tutti morti addiunu, e na ‘zzattira ca farina, affundaru e
tutta a farina ‘nde sacchi randi,
tutta pari ca riciva u Signuri pigghiati,
pigghiati. A ‘rrema a ‘mmunseiava pè ‘rribba i mari, ma levava no pe
fora, non ‘nte scogghi. A
rema era a volunta i ‘Ddiu.
Jeu e pateia ‘nda ‘mmazzammu mi tiramu. A japrivimu: - uh, chista puzza i nafta -. Poi chija chi era bona
‘nda pigghiavimu e ‘nda levavimu a rrizzichi i vita ‘nda galleria.
‘Nda galleria ‘nc’era i libri. U municipio. Tutti i libri i jettaru ja, dall’imboccu ra galleria. Tutti i
libri.
Vatrova quantu ‘ndi levati ingiru ora cu sti
cosi, cu sti fotografiì.
E sse ‘ndi levati, …….mi tagghiunu l’abitu.
Traduzione
A Marinella c’erano solo una decina di case. Quella di
Portosalvo era una festa piccolina, dove una fila di bancarelle vendeva vino e
carne. Capitava spesso che si litigava. Adesso invece è una festa grande. Non
si vedeva tutto questo spazio, perché era destinato ad orti e giardini.
Occupavano tutto lo spazio che lasciava libero il mare dopo una mareggiata.
Pagavano il demanio per pochi soldi. Ora sono ricchi senza aver mai lavorato,
vendendo il terreno a prezzi alti.
I soldi per
la festa della Madonna venivano raccolti fra la gente più una parte che
d’obbligo i pescatori davano per la festa.
Quando era
piccola mia figlia, c’è stata ancora una forte mareggiata. Noi scappammo da mio
zio Gianni detto Cularina
che aveva una casa vicino alla chiesa. Questo zio aveva una barca (buzzetto), che
serviva per portare l’uva dalla costiera. Egli per sicurezza legò la barca al
balcone della casa. Subito dopo arrivò una mareggiata che portò via sia la
barca che il balcone. E noi piangevamo, e la paura! Qui non c’erano case, solo
una fila di baracche ed una piccola fontana vicino alla chiesa. Per andare in
centro si faceva la strada detta della Croce, non c’era ancora la strada di
oggi.
C’era solo
una fila di casette basse costruite dal commendatore (De Leo).
Questo
commendatore aveva fatto costruire tante cose, l’asilo infantile, la villa
comunale, la pescheria con le colonne di ferro in cui erano stampati i pesci e
due fontane ai due angoli estremi, quattro scale per salire e tanti banchi per
la vendita del pesce. Arrivavano i venditori di frutti di mare anche da
Messina.
Vicino alla
posta una mia zia aveva una piccola trattoria dove vendeva gassose e frittura
per chi voleva fare colazione. Ora invece c’è un paese senza una pescheria.
Andavamo a
scuola, mio padre tra i tanti sapeva leggere, eravamo quattro o cinque bambini
che andavamo a scuola, ma dovevamo nasconderci i libri ed i quaderni, perché
dicevano che andando a scuola ed imparando a leggere, poi scrivevamo ai
fidanzati. E così ci nascondevamo i libri.
A scuola
non c’erano maestri di
materie specifiche. C’era il maestro Calì che insegnava musica, e sua figlia,
gobba ma intelligente ci insegnava a leggere e a scrivere. Lei dettava e noi
scrivevamo se sbagliavamo lei vedeva, e così in poco tempo imparavamo a
scrivere. E così per scrivere una lettera o leggere un libro ci arrangiavamo.
Della mia età non trovate nessuno che sappia leggere e scrivere.
Due mesi e
mezzo, due mesi e dodici giorni sono andata a scuola, poi non ci sono più potuta
andare.
La mia era
una famiglia di soli uomini e mia madre doveva andare a vendere il pesce, così
con tanti uomini in casa, mi toccava badare ai miei fratelli e mio padre che
lavoravano, come potevamo fare!
Mi ricordo
sempre, due mesi e dodici giorni, e per dodici giorni abbiamo dovuto pagare la
mensilità intera. Poi lentamente imparai bene da sola.
Quando c’era
maltempo e stavamo in casa ai miei figli insegnavo a leggere nel libro di prima elementare, prima
leggevano le vocali e poi fino a metà libro. Quando poi andavano a scuola, li
facevano andare subito in seconda.
Insegnavo
anche la religione ai miei figli. Un giorno assieme ad altri mio figlio andò al
catechismo.
L’abate lo
interrogò, e quando vide che mio figlio sapeva tante cose, gli chiese dove le
avesse imparate. Lui gli rispose che le aveva imparate da me. Soddisfatto il
prete gli regalò un biglietto per comprarsi un vestito.
Arrivato a
casa molto soddisfatto, mi raccontò tutto. Eravamo una famiglia che si arrangiava.
Vicino al
municipio si è comprato la casa l’abate, i soldi li ha guadagnati perché è
andato a zappare (ironico).Ognuno che moriva, antichi
stolti, quei pochi soldi che si raccoglievano durante il lutto, li portavano al
prete. Li dovevano portare al prete.
Una volta uno più scaltro disse: - siete tutti morti di fame, state morendo di
fame e portate tutti i soldi al prete, portatene la metà. – e così tra dubbi e
paure la gente cominciò pian piano a non dare più soldi.
Ora non si
usa più, se qualche parente del defunto vuole donare qualcosa, lo fa, ma senza
obblighi.
Una
ghirlanda oggi costa centoventimila lire. Per il mio funerale ho detto che non
voglio ne’ la banda e ne’ le visite, perché i parenti
hanno i figli a cui badare e non è giusto che li trascurino per il lutto.
Per il
funerale di mio
marito non ho voluto banda, però erano presenti due bandiere, quella dei
pescatori e quella dei combattenti. La bara era già arrivata sotto Marturano e parte del corteo funebre ancora doveva partire. Quando è morta mia figlia, non ho
voluto la banda.
Mio marito
fu sei anni soldato, tre per legge e poi per la guerra lo sbarcarono e lo
passarono di terra. Piangemmo tanto quando arrivò una sua lettera con su
scritto: - non appartengo più alla regia marina ma appartengo all’esercito per
il fronte. – E così fece la guerra anche di terra.
Sei anni di guerra. Alla
fine ci fu la pensione per i reduci, solo per quelli vivi, per
quelli che nel frattempo erano morti, niente, neanche alle famiglie. Sei anni,
sei anni, non si scherza.
Prima è
stato imbarcato a bordo della San Giorgio, dove poi fu imbarcato anche mio genero.
Mio genero fu premiato durante la seconda guerra mondiale perché affondarono la
San Giorgio prima che il nemico potesse impossessarsene. Mio marito è stato per tre anni soldato
nella San Giorgio e poi passò a terra nell’esercito.
Durante i
bombardamenti ci rifugiavamo nella galleria. (quelle lato Palmi). Anche io ho
fatto la guerra. Viaggiavo per vendere i pesci e mi trovavo sulla nave
traghetto Cariddi, quando ci bombardarono. La nave che possedeva dei cannoni
grandi, rispondeva al fuoco che sembrava il terremoto.
Ma quell’aereo si avvicinava, sparava e restava sempre
lontano dal tiro. Eravamo io, la buonanima di Ciccarella, e la moglie di Zappalà, che andavamo a vendere i pesci
a Messina. All’improvviso – Salvagente addosso - Ci mettemmo tutti i salvagente ed io
per la paura ne misi due. Sembrava che l’aereo dovesse cadere da un momento
all’altro sotto i colpi del cannone, invece, no. La guerra è perduta.
Se la
guerra durava altri due mesi, morivamo tutti. Tutti con la diarrea, tutti
uomini e donne,tutti con la diarrea. Non c’era più
vergogna. Stavamo morendo, quando sono arrivati gli americani che ci hanno
ridato la libertà.
Io e Vincenzo Pateia; dicono
che Dio non esiste, ed invece esiste eccome; eravamo tutti morti di fame, tutti
a digiuno, ed una zattera affondata, carica di farina si dirigeva verso terra,
la corrente la portava nella direzione giusta, non sugli scogli ma a riva,
sembrava guidata dal Signore. La corrente era la volontà di Dio. Io e Pateia con fatica l’abbiamo portata a riva e poi scelti i
sacchi che non sapevano da nafta li portammo sin dentro la galleria.
Dentro la
galleria c’erano i libri del municipio. Tutti i libri del comune buttati
all’imbocco della galleria.
A conclusione di questo capitolo alcuni cenni sul rione Marinella.
La
festa di Maria SS di Portosalvo
La festa di Maria SS di Portosalvo si celebra, come di consueto, l’ultima settimana di settembre, quasi a finire della lunga e calda estate bagnarese. Fino a qualche anno fa era caratterizzata anche dal primo giorno d'ora solare dopo sei mesi d'ora legale.
Da quasi trecento anni, e precisamente dal 1700, si hanno notizie di una cappella costruita e dedicata alla Madonna per uno scampato pericolo in mare, da un certo sacerdote di nome Vincenzo Palumbo. Come sotto ci descrive il Cardone in una nota del suo libro “ Notizie storiche di Bagnara Calabra ” del 1873.
“Viaggiando in detto anno per questo mare un sacerdote nomato D.
Vincenzo Palumbo, costui trovandosi in grande pericolo fe voto alla Vergine,
che se egli avesse scampata la vita, egli nel luogo di sua salvazione avrebbe
fondata una chiesetta, dedicandola a S. Maria di Portosalvo; ponendo
sull’altare di essa il quadro che tale immagine rappresentava, e ch’egli avea presso di sé, destinato per altro luogo. E oltre a ciò
promise, che andrebbe pure a comprare un fondo, pel mantenimento di una cappellania.
Di fatti essendo stata la sua
prece esaudita, egli esattamente adempì alla promessa fatta; e il capitano del
legno regalò pure alla chiesa stessa, in origine più picciola di quella che ora
è, la campana del salvato naviglio, che è la minore delle due che vi sono.
Questa antica tradizione ci venne constatata dallo scritto che vi è
appiè del quadro suddetto (che sarebbe dipinto sulla tavola, non cessa di
essere buono), ove si legge il nome del fondatore, e l’epoca in cui il quadro
medesimo era stato alla menzionata chiesa posto, ch’è quello di sopra cennato”.
La festa è autofinanziata dai pescatori, che eleggono appositamente un comitato. I soldi comunque arrivano da ogni parte del mondo dove da generazioni molta gente di Marinella è emigrata Australia, Sud America e Stati Uniti e Germania sono i paesi da dove arrivano più contributi.
Fino al 1990, la processione si svolgeva regolarmente per tutto il rione, e dopo l’esibizione del cantante di turno, i fuochi d’artificio, concorrenziali con quelli della festa del SS. Rosario per la loro bellezza, concludevano una festa che coinvolgeva tutto il rione ma poco o niente il resto del paese.
Nel 1990, in occasione del centenario della Madonna, la processione varcò la frontiera, coinvolgendo tutta Bagnara ed entrando in tutte le chiese della cittadina, frazioni escluse. Tale manifestazione suscitò un notevole interesse ed una buona partecipazione di gente, che si moltiplicò il giorno dopo, quando per la prima volta la statua della Vergine venne portata in processione via mare per tutto il litorale in un gran corteo di barche e di pubblico che, curioso dell’evento, affollò tutto il muretto del viale Turati, dal porto fino alla fine del rione Valletta.
Per l'occasione, molte iniziative culturali furono ideate dal parroco del rione, don Giovanni Cacciola, ma per motivi di salute il parroco stesso dovette rinunciare a quelle giornate di festa, rammaricandosi anche per alcune cose che purtroppo in quell’ occasione non si poterono realizzare.

Una fase della processione del 1992.
Il territorio.
Dal celebre disegno di Edward Lear del 1847, che bisogna però guardare con la stessa inventiva che il famoso viaggiatore lo volle realizzare, il rione di Marinella ci viene mostrato al riparo della rupe di Maturano.

Edward Lear del 1847
Fino alla fine della seconda guerra mondiale il rione non cambiò molto il suo aspetto di villaggio di pescatori. Pochissime case povere ed una chiesetta riparata dagli scogli. Le prime case popolari furono costruite dallo stato con un finanziamento legge pro terremotati, nel 1926, ed erano costituite da una stanza grande ed una piccola, senza servizi e ne’ acqua. Altre costruzioni popolari furono realizzate dallo stato nel 1947, ed ancora altri sei fabbricati per un numero di 32 alloggi furono edificati nel 1956.
Fino alla fine degli anni cinquanta, l’aspetto del quartiere era come quello che vediamo nelle foto a seguire.
A partire dagli anni sessanta in poi, grazie al permissivismo edilizio e ai facili e superficiali condoni edilizi creati appositamente da uno Stato quasi completamente assente in tutto il meridione; come un cancro che assale la sua preda impotente da ogni difesa, il cemento e l’incoscienza della gente hanno distrutto un immenso patrimonio di giardini coltivati ad ortaggi ed alberi da frutto che assieme alla pesca davano l’unico reddito economico.

Due vecchie fotografie del rione visto da punti diversi

Ancora due foto del rione di epoche diverse.
La realtà panoramica odierna ci appare come una spina che punge la sensibilità del lettore che sfogliando queste pagine si lascia indietro l'odore degli agrumi e delle viti che un tempo qui venivano coltivati e che adesso sono stati sostituiti da case a più piani costruite senza un minimo criterio di rispetto dell'area pubblica, spesso sulla sabbia o vicino a cave di pietra abbandonate, mai terminate completamente tanto da sembrare dei cantieri permanenti.
Il disastro edilizio pianificato a Marinella, se la cosa può consolarci, non è un caso isolato, ma rispecchia fedelmente l'andamento dell'espansione edilizia della cittadina tutta che non ha mai varato un serio piano regolatore e del sud dell’Italia in generale.
Sarebbe facile, a questo punto del discorso, individuare e colpevolizzare i singoli, ma si sa che le cose non sono così semplici come sembrano e che le radici dell'attuale degrado, che pare purtroppo accentuarsi giorno dopo giorno, sono da cercarsi nella endemica crisi socioeconomica e del sottosviluppo sud della penisola.
CAPITOLO DUE
La lavorazione del legname
Ovvero: Storie di
miseria e di sopravvivenza, di servi e di padroni.
Trascrivere tutte le interviste che ho fatto sul tema sarebbe veramente improponibile, cercherò di riassumere quanto ho appreso da coloro che si sono resi disponibili a dedicarmi un poco del loro tempo.
Francesco Patamia, ultimo discendente di una delle famiglie più interessate al commercio del legname e nipote del famoso omonimo armatore, nel 1992 mi rilasciò una lunga intervista nella quale riassumeva la storia della lavorazione del legname e la vita dei poveri “coffari”. Man mano che le mie ricerche continuavano, tale storia si ampliò e perfezionò grazie al contributo di tante altre persone, ed in particolar modo del sig. Francesco Zoccali di Porelli, anche lui ultimo discendente di una famiglia di “circari”, e del sig. Mario Fazzari.
In questa descrizione si intrecciano le vite di persone che nascono, vivono e muoiono lavorando sempre e restando nella miseria più assoluta, e quelle dei padroni, i signorotti che si arricchivano con il lavoro di questa povera gente che non aveva un briciolo di speranza per venire fuori dalla situazione. Girando la medaglia dalla parte del padrone, era lui invece che dando lavoro a queste persone le sfamava e dava loro la possibilità di sopravvivenza. La storia ci tramanda che tantissime persone vivevano di stenti e di lavoro duro col quale altre, di numero molto inferiore alle prime, godevano di una vita molto agiata. Se poi qualcuno presume che questa gente era felice cosi, mi si permetta di dire che anche gli schiavi negri catturati in Africa e deportati in America, che erano costretti a lavorare nei campi di cotone dall’alba al tramonto cantavano al ritmo delle loro cultura tribale, ma non erano certamente ne felici e ne contenti di essere schiavi.
Il commercio del
legname
Il commercio del legname a Bagnara è storia antica.
E’ documentato che già i Ruffo commerciavano oltre confine il prodotto dei nostri boschi adiacenti.
Nel 1700 alcune fra le famiglie più
benestanti avevano le proprie piccole navi ed esportavano il legname fino in
Grecia, Francia ed in Inghilterra. Tra i maggiori esportatori ricordiamo i
Messina, i Denaro, i Versace ed i Romano, dei quali Vincenzo,
di Carmine nato a Bagnara Calabra nel 1774 e morto nel 1842, era ricco
proprietario terriero e commerciava direttamente il legno di castagno, che
traeva dai boschi di sua proprietà e che esportava a Marsiglia.
Chi non aveva a disposizione imbarcazioni proprie, trasportava il legname con grosse navi da carico inglesi o francesi che si fermavano nel porto di Messina che a quell’epoca era portofranco. Questo tipo di commercio però non era di tipo costante e programmato, per lo più invece era estemporaneo, quasi casuale, anche se la cosa durò per molto tempo. Cioè non ci fu una organizzazione sul territorio per esportare il legno bagnarese in determinati e precisi luoghi, come poi avvenne più in là per le ceste, bensì si sfruttava maggiormente l’opportunità di vendere quando arrivava la nave giusta e l’occasione buona. Nonostante questa precarietà gli affari economici portarono reddito e ricchezza a quelle famiglie bagnaresi. Dopo l’unificazione d’Italia il traffico mercantile fu notevolmente ridimensionato dalle nuove ed esose tariffe imposte.

Documentazione navale ordinaria della fine del 1800,in alto un documento di accompagnamento della merce e
sotto un contratto di noleggio di una nave mercantile.


Bastimento parte da Bagnara carico di legname.
“I grandi armatori di un tempo cambiarono
domicilio, come i Florio, oppure accettarono il
ridimensionamento, erano diventati commercianti alla breve distanza e avviavano i loro figli alle professioni
liberali, come i Morello, la genia dell'illustre Rastignac;
inoltre si era affermata una classe
di redditieri, ex intendenti dei Ruffo, o ex armatori che reinvestivano il loro denaro nella rendita
fondiaria o nell'industria estrattiva del legno, molto vivace e proficua nella
zona e che convergeva tutta, per la
commercializzazione, nella cittadina
tirrenica.” Op. cit. sotto.
A tale proposito citiamo un passo del
libro che vi invitiamo a leggere completamente: “ L’AVVENTO
DEL FASCISMO IN CALABRIA di ENZO
MISEFARI E ANTONIO MARZOTTI di
PELLEGRINI EDITORE 1980 ”, che ci
descrive la situazione e le condizioni lavorative all’inizio del 1900.
“ A
Sant'Eufemia d'Aspromonte, un piccolo centro aspromontano
dove qualche notabile, rappresentante dei più grossi proprietari
terrieri del luogo che non erano del paese - erano i De
Leo e i Patamia di Bagnara, che si erano accaparrati gran parte
dei beni dei Ruffo all'atto dell'eversione della feudalità, essendo
gli intendenti dell'antica casata -, qualche piccolo proprietario
locale, qualche professionista, dominavano su una popolazione
di braccianti, ma soprattutto di boscaioli, cerchiai e cestai — vivace era
infatti nella zona l'industria estrattiva del legno
— che vivevano nella più nera miseria.
All'inizio
del secolo, per sfuggire a questa miseria, a condizioni di
lavoro inumane — orari di lavoro dall'alba al
tramonto, a casa vecchi, donne e bambini che lavoravano ad
intrecciar canestri, salari di fame — molti di questi lavoratori
dei boschi preferirono emigrare. Fu un esodo di dimensioni
imponenti e, per rimpiazzare questi schiavi, furono fatti venire braccianti dalla Piana di Gioia, specie
da San Giorgio Morgeto, più morti di fame di quelli partiti
che accettarono le condizioni di lavoro suddette. In quella zona, il collegio di
Bagnara, che comprendeva i comuni aspromontani
di Sant'Eufemia, Sinopoli, Delianova e San Procopio,
oltre a Scilla, Campo Calabro,
Cannitello, Fiumara, Salice e San Roberto,
il movimento socialista era pressocché inesistente; il collegio fino al 1896 fu
controllato alternativamente da un De Leo
e da una Patamia, e, poi, da De Nava; in seguito, sotto il fascismo, riprese il controllo dei De Leo, che,
anche se limitato a Bagnara, è
durato più o meno fino agli anni 70.
All'inizio del
secolo un De Leo giunse al punto di concentrare a Bagnara e
rinchiudere, in magazzini di sua proprietà, alcuni addirittura in cisterne
per l'olio, alla vigilia di un'elezione, tutti i suoi dipendenti
che votavano nel collegio. L'unica organizzazione politica che in qualche modo
concedeva ai lavoratori una possibilità di associazione
era la Chiesa, specie attraverso le confraternite laicali; alcune di queste, a Bagnara, erano riservate
ai boscaioli e ai cestai. In questo
quadro di bestiale oppressione, ai notabili del piccolo centro aspromontano,
tutti più o meno asserviti al notabile bagnarese di naturale tendenza
governativa, che già aveva mandato i figli ad
alcune manifestazioni fasciste, ufficialissime e rispettabili naturalmente, ai notabili eufemiesi, per compiacere al
nume bagnarese, parse opportuno fondare dal nulla un fascio intitolandolo a « Luigi
Cutrì », illustre e incognito personaggio.
Questi
dominavano incontrastati su una notevole massa operaia e bracciantile
e su un forte nucleo di pescatori, un quarto della
popolazione, che viveva relegato in un ghetto
incredibilmente squallido e misero, scalzi, laceri, senza un porto, esposti, le persone
e le barche, alla furia violenta delle mareggiate
invernali. In paese il movimento socialista aveva sì portato alla fondazione di una Società operaia, ma
poggiava sulle esili spalle di
qualche giovane intellettuale, mentre forte e qualificato, per la presenza del medico Antonino
Arena, dirigente nazionale dell'Opera
dei Congressi, era il movimento cattolico. “

Vincenzo
Romano 1774.
Ben diversa fu poi la situazione quando numerose famiglie della piana di Gioia Tauro costretti dalle ristrettezze economiche furono costretti a spostarsi a Bagnara per esercitare il loro lavoro di cestai di cui erano veri maestri. Da allora ci fu un vero mercato ed un commercio sviluppatissimo sia delle ceste che di altri derivati del legno, grazie alle numerose industrie di trasformazione che si svilupparono nel nostro paese che lavoravano il legno e che adesso descriveremo.
La lavorazione del
legno.
(ceste, doghe, circhi, ecc.)
La lavorazione del legno, è stata per tantissimo tempo la principale fonte di lavoro del nostro paese. Dopo la seconda guerra mondiale, lentamente la sua produzione fu sempre meno richiesta, fino all’estinzione completa che avvenne alla fine degli anni settanta quando si lavoravano oramai quasi esclusivamente i paluni per un mercato prevalentemente locale.
Il periodo più florido di questo lavoro, è stato tra la fine dell’ottocento e l’inizio della seconda guerra mondiale. Si lavoravano diversi tipi di legno e si producevano legnami e articoli assai differenti tra di loro.
In base alle culture ed ai periodi stagionali, si producevano ceste, doghe, circhi, pali, paluni, verghelle.
Si producevano inoltre forme per oggetti vari e per scarpe in particolar modo, ed ancora, trappiti, specie di filtri per frantoi macina olive per fare l’olio; quest’ultime fatte con legno di castagno. E poi ancora, Sparrazzi, panari, cannistri e ventagghi.
Le ceste venivano prevalentemente commerciate in terra siciliana e servivano per la raccolta di patate, piselli, carote, carciofi, ecc. Il loro commercio si fece talmente vasto, che alcuni imprenditori bagnaresi impiantarono fabbriche e magazzini in vari luoghi dell’isola siciliana. Tra le più importanti quella di Iaracitano a Palermo.
Il periodo più impegnativo nella costruzione delle ceste, era quello che precedeva la raccolta della patate in particolar modo nelle zone di Giarre e Riposto, dove se ne producevano grossi quantitativi. Solo in questo periodo venivano prodotte e spedite circa cinquecentomila ceste.

Donna trasporta “i sporti” foto Calabrò anni 60.
La produzione delle ceste quindi era legata principalmente al mercato delle patate, il quale non era circoscritto alla terra siciliana, ma si estendeva alle richieste dei mercati del nord ed in particolare di quelli tedeschi. Più grande era la richiesta di patate e più la produzione di ceste aumentava.
Gli imprenditori bagnaresi, ed in particolare i Gioffrè, seguivano l’andamento del mercato delle patate in modo da poter piazzare a buon prezzo la propria merce. Tramite l’istituto del commercio con l’estero, seguivano tutti i flussi del mercato, e quando la richiesta di patate era di consistenza tale da poter favorire la vendita di un gran numero di ceste , gli imprenditori bagnaresi erano già sul posto pronti a contrattare il prezzo.
Oltre che per la raccolta delle patate a Giarre e Riposto, le ceste venivano principalmente vendute nelle zone di Paternò e Lentini per la raccolta degli agrumi, a Campo Felice vicino a Palermo per la raccolta dei carciofi e sempre vicino Palermo in località Ficarazzi e Ficarazzelli per la raccolta delle nespole.
In molti altri centri siciliani si usavano quantità minori di ceste, ma fagioli, piselli, carote, ecc., venivano raccolti sempre dentro le ceste costruite a Bagnara.
Un tipo di ceste particolari, dette speciali, venivano usate per la raccolta delle cipolle di Tropea che venivano riconosciute per la caratteristica fascia colorata della ‘nghettatura che le distingueva dalle altre. Accorgimenti particolari c’erano per quelle con i fondi pesanti per i fichi, carciofi e patate. Alcune famiglie del napoletano esperte nel lavorare le ceste speciali, si trasferirono addirittura nel nostro paese.
Come sottolinea il sig. Mario Fazzari, classe 1927, dal 1930 al 1942 una cesta veniva pagata due lire e quelle speciali per le cipolle cinque lire. Una famiglia composta da cinque persone impegnate in questo mestiere per dodici, quattordici ore al giorno, produceva quotidianamente dalle cinquanta alle sessanta ceste normali o una ventina di quelle speciali. Il Sig. Fazzari che a sei anni ha cominciato questo mestiere per dare un contributo all’economia familiare, descrive la sua infanzia, fatta di sacrifici e povertà, come pochi ancora possono ricordare. Tempi duri fatti di lavoro ed emigrazione stagionale, perché quando nel periodo tra giugno ed agosto, i macchinari bagnaresi restavano chiusi per la mancanza di lavoro, egli emigrava in Sicilia per lavorare nei depositi e nelle industrie dell’isola.

Come nasceva una cesta, come veniva costruita?
Nei limiti delle mie conoscenze e delle ricerche che ho fatto, cercherò di seguire il lavoro che facevano i cestai, in dialetto chiamati coffari, da tempo oramai non più praticato e che per quanto mal pagato dava almeno da mangiare a migliaia di famiglie.
La costruzione delle
ceste.
Il legno usato per costruire le ceste era principalmente quello di castagno. Si usavano zaccuni di cinque anni che provenivano dai boschi di Solano o dai pianori della Corona.
Questo legname veniva trasportato a Bagnara quasi totalmente grazie al lavoro delle bagnarote che se lo caricavano in testa. Giunto a destinazione, il legno veniva bollito e quindi scortecciato. Poi si spaccava in quattro parti per tutta la sua lunghezza e si passava sotto le macchine. Il primo lavoro dunque era quello del caddararo che si svegliava alle 2 del mattino per far bollire il legno e renderlo meno duro alle macchine.
La prima macchina lo sezionava a sfoglie grosse e poi una seconda lo terminava riducendolo a sfoglie più sottili. Erano così pronte le fasce per fare le ceste.
Dalla fabbrica, questo legname sezionato in fasce veniva trasportato nel luogo di lavoro, principalmente le case dei lavoranti. Interi nuclei familiari si dedicavano a questo lavoro, duro e mal pagato. Per questa gente, che campava alla giornata, lavorare era il massimo della loro aspirazione, infatti tanta era la povertà che nessuno di essi poteva permettersi il lusso di una benché minima istruzione, neanche per i propri figli. Studiare, informarsi o semplicemente occuparsi di qualcosa di diverso dall’attività lavorativa, era molto difficile, quasi impossibile. Si contrattava il prezzo delle ceste in base al quantitativo di fasce adoperate e si stabiliva che per ogni numero di chili di legno dovevano essere costruite un determinato numero di ceste. Se avanzava del legname, questo passava di proprietà del coffaro, che costruiva altre ceste e le rivendeva a prezzo a lui più conveniente o le “intrallazzava” con altri venditori dai quali ricavava maggior guadagno. I più bravi riuscivano ad intrallazzare anche il 50% del legname guadagnando più del doppio rispetto a quello venduto ordinariamente. Quel guadagno serviva per poter sopravvivere nella stagione estiva quando in paese non c’era da lavorare. Uno dei più abili “intrallazzatori era mastro Nando Trentinella che passava casa per casa a contrattare e ci ritornava a pagare subito dopo aver venduto la ceste. Non si ha nessun ricordo di un suo ritardo nel pagare, tanto che si dice che col suo commercio sfamava tante famiglie.

Vari tipi di ceste.
E’ inutile sottolineare che fino agli anni cinquanta, questo era quasi totalmente lavoro nero e che solo nel decennio successivo, per garantire l’assistenza medica a tutta la famiglia, venne assicurato solo il capofamiglia. In occasione dei rari controlli “programmati” si facevano girare le persone in modo che tutto risultasse regolare. Diverso era il sistema assicurativo durante il periodo fascista.
I pagamenti avvenivano alla fine dalla settimana lavorativa a casa del padrone. Gli operai si adunavano accanto alla porta della sua abitazione. Dopo aver atteso anche delle ore, il padrone concedeva loro quella misera paga per cui avevano pesantemente lavorato.
Spesso si sentivano dire: “Pe’ oggi u patruni non paga, passati romani” vedendosi negare quelle poche lire di gratificazione.

Due foto di operai bagnaresi negli anni 40. Nella prima
nei depositi della ‘segheria’ al rione Valetta,
nell’altra dentro uno stanzone di una casa
nelle adiacenze della chiesa dei SS. Petro e Paolo.
La vita dei coffari non era certamente da invidiare, infatti, mentre i signorotti del paese si ritiravano dal circolo dove avevano trascorso parte della nottata giocando a carte, essi si alzavano e cominciavano a ncignari, cioè a preparare le intelaiature sulle quali venivano poi costruite le ceste. La seconda operazione era quella della ‘ntramatura, cioè, rivestire lo scheletro intrecciando abilmente le fasce di legname. Poi si passava alla rifinitura, ed infine si confezionavano a gruppi di cinque che prendevano il nome di sporti, pronti per essere trasportati in magazzino.
Si
continuava così dalle due del mattino per dieci, dodici ore consecutive, seduti
a terra o poggiati con le ginocchia sul pavimento tanto da renderli gonfi e
doloranti. Si fermavano solo pochi minuti “pe
‘na muzzicata i pani”.
Si smetteva di lavorare verso le quattordici e fino alle sedici si trasportavano i coffi in deposito, ordinandoli per la spedizione.
La giornata dei coffari proseguiva con una cena frugale ed anticipata, che praticamente era l’unico pasto vero della giornata. Poi si andava a dormire per riposarsi un poco prima di svegliarsi nuovamente a notte alta e ricominciare a lavorare.

Foto di una signora emigrata che tornata a Bagnara per
l’estate mentre finge di costruire una cesta. Foto Roco Calabrò anni 60.
Ogni anno a Bagnara si costruivano all’incirca un milione di ceste, e nel periodo delle raccolte siciliane, la loro produzione richiedeva ritmi molto alti, tanto da ridurre ulteriormente quel poco di riposo di cui i coffari usufruivano.
I pezzettini di legname di scarto che avanzavano tagliando le fasce legnose, che venivano chiamati pezzula, si raccoglievano e si usavano per alimentare il fuoco per cucinare o quello del braciere per riscaldarsi.
Dentro al braciere del tempo, bruciava poco carbone e tanti pezzula che, assieme ai scorci, ovvero le scorze secche che si producevano scorticando i pali (mundandu i paluni), davano un effetto di luci gialle e rosse bellissimo a vedersi, chiamato luci. D’inverno per riscaldarsi si jumava u luci.

“Nu viaggiu i sporti”.
Le Doghe.
Le doghe, assi di legno che compongono il corpo della botte, erano un prodotto di buona qualità che veniva costruito nelle segherie bagnaresi. Oltre a soddisfare il mercato locale e quello siciliano, come le ceste venivano spedite un po’ ovunque nei paesi del Mediterraneo.
Anche questo articolo, dopo l’evoluzione della vetroresina e dei prodotti chimici, lentamente smise di essere commerciato, tanto che oggi è un prodotto tipicamente artigianale.
Tra le spedizioni di doghe a carattere industriale, si ricorda quelle che i Gioffrè facevano per la ditta Bisurgi di Messina.
I circhi
I circhi venivano utilizzati grazie alla loro elasticità per essere inchiodati sui coperchi delle casse da spedizione per garantire la sicurezza del prodotto durante il viaggio.
Essendo, questo tipo di legname, curvo e circolare, per poterlo adattare al coperchio delle casse bisognava rasparlo ed appiattirlo da un lato in modo da renderlo aderente alla cassa.
Quasi tutta la produzione di circhi veniva esportata in Israele, che
ne è stato per molto tempo il paese maggior consumatore fino a quando i nuovi
prodotti artificiali hanno soppiantato l’elasticità del nostro legname.
Pali e paluni
I pali ed i paluni, a secondo della loro altezza venivano usati principalmente per la costruzione di serre e pergolati.
Grandi quantità venivano spediti in
Liguria per la costruzione delle serre dove si coltivavano fiori. In Sicilia si
usavano per fare i pergolati nelle piantagioni di uva. Donna Lucata, Marina di Ragusa, Pachino e Licata erano alcuni tra
i più grossi centri di consumo di pali e paluni.
La Lavorazione dei paluni, che si faceva nelle segherie bagnaresi, consisteva nello scortecciamento di questi pali, ovvero si mundavinu e poi da un lato si appuntivano a colpi di runca per facilitarne la sistemazione nel terreno. Questo tipo di lavoro veniva pagato a cottimo, per numero di paluni mundati ed in base alla loro lunghezza. Più un paluni era grande e più veniva pagato. Esistevano pali di varie lunghezze. Tra le misure più comuni vi erano quelle di 4 - 3,50 - 3 - 2,50 metri.
Questo legname arrivava a Bagnara da un po’ tutti i boschi della Calabria: dall’’Aspromonte, Serra San Bruno, dalla Sila, e da Lorica dove i Gioffrè avevano acquistato un grande bosco.
Oltre alle principali attività sopra descritte, intorno alla fine dell’ottocento era molto sviluppata l’industria della costruzione delle barche, e tra le due guerre esisteva persino una fabbrica di fiammiferi.
Tra i tanti proprietari di fabbriche di ceste, si ricordano: i Carbone, i Mala e i Lanzo, che furono i primi ad intraprendere questo tipo di lavoro nel nostro paese importandolo dalla piana di Gioia Tauro. I Gioffrè, riunitisi sotto la società Ibla, e di cui Gregorio fu il presidente dei commercianti. I Carbone, i Caruso, Papalia, Ieracitano, Caratozzolo Carmelo, Barilà De angelis, la ditta Luppino e Clemente, i fratelli Dominici, i Gramuglia, Vincenzo Barbaro, Dato, Bellantoni, Venturino De vivo, Micu Seminara e i fratelli Morabito, che tra l’altro erano maestri artigiani di ottima fattura.
I De Leo avevano una grande segheria nei pressi della nuova stazione ferroviaria, ed avevano costruito una strada che dall’Aspromonte portava a Bagnara, per facilitare il trasporto del legname. Altre grandi segherie e depositi di legname erano dei Patamia, di don Gianni Gioffrè, di Iaracitano, e dei Savastano.
Tutte queste industrie erano concentrate nella parte bassa del paese, ed occupavano prevalentemente tutto il territorio che oggi è stato trasformato nel corso V. Emanuele II; il viale Turati, o meglio la via marina non esisteva ancora. Per tutta la sua lunghezza il Corso era occupato da fabbriche e depositi di legname fino ad arrivare a località ‘nchiusa, ovvero al campo sportivo, dove esisteva un grosso deposito di legname e manufatti.

Il rag. Giuseppe Lanzo ed alcuni suoi operai
all’interno di una segheria. Foto anni 20.
Le segherie dei Gioffrè erano locate in zona Muntarozzo, dove oggi c’è una piazza a cui non è stato dato ancora il nome. Lungo la strada che collega il viale Turati al corso Garibaldi, parallelamente allo Sfalassà era un tutt’uno di segherie, depositi ed industrie del legname. Queste ultime sono rimaste in funzione fino agli anni settanta.

Veduta di Bagnara primi anni 40 con in primo piano i
grandi giardini dopo
lo Sfalassà e il deposito di
legnami della località “nchiusa”.
MANNISI E CIRCARI
Sunto tratto da da un’intervista fatta al sig. Francesco Zoccali di Porelli
La lavorazione del legname che avveniva nella marina di Bagnara, varia e di qualità, era supportata da tutto un lavoro primario che incominciava sia nei boschi di castagno adiacenti il paese, sia in quelli aspromontani e sia in quelli molto più lontani come Serra San Bruno, Fabrizia, Mongiana, Serravalle ed in altre località ancora. In questi boschi lontanissimi da Bagnara ma molto più grandi di quelli delle nostre zone, spesso si spostava la manodopera locale per intere stagioni o per anni addirittura.
Da un bosco di castagno non si buttava niente, come adesso analizzeremo, solo il ceppo e le radici rimanevano attaccati al terreno, poi tutte le altre parti del legno, foglie comprese, venivano lavorate o raccolte e portate in paese.
Come prima cosa occupiamoci della vita che facevano le persone che lavoravano nei boschi. Cominciamo col dire che una persona detta “ u chiamaturi ” al mattino presto verso le quattro si alzava e lungo il percorso chiamava a raccolta tutti gli uomini del suo gruppo circa venti-trenta persone. Strada facendo così, casa per casa Mastru Michu, Peppe, Saru, Carmini, venivano svegliati e subito si accodavano al gruppo fino a raggiunre località Livara, dove c’èra il raduno di tutti i gruppi, circa 400 uomini e da lì poi si diramavano in base al bosco dove dovevano lavorare. Diciamo anzitutto che una soluzione di sveglia del genere, che non so quanto antica possa essere, veniva usata nella prima Londra industriale, quando i contadini che non erano abituati ai ritmi delle fabbriche facevano fatica a svegliarsi, e così un addetto passava casa per casa e a ogni finestra tirava una corda che era legata alla caviglia dell’operaio che per forza di cose doveva svegliarsi.
Arrivati dunque a Livara, si partiva sempre a piedi per raggiungere le varie località di lavoro, i ragazzini dietro ed i “Mastri” avanti con gli anziani che per passare il tempo raccontavano veri e propri romanzi che affascinavano i ragazzi più giovani.
I boschi più frequentati erano quelli dopo i Chiani a Curuna di Carà, Faluci, ri pianti i Micaracciuolu, di Caforchi, e di Runci e Cippi, gli ultimi due nella zona di Solano.
Si arrivava prima dell’alba e si cominciava a lavorare dopo aver acceso un fuoco che scaldava e faceva luce.
Spesso dentro i boschi si costruivano i “Pagghiari” per passare la notte se si era stanchi o non si aveva voglia di tornare indietro e rifare tutta quella strada il giorno dopo. Nei Pagghiari si dormiva sia con la bella che con la cattiva stagione. La loro costruzione era semplicissima a mò di capanna, un fuoco nel mezzo per scaldare poi dei pali ai lati che venivano coperti con i resti “ i scorci” dei pali mundati, così, attorno potevano dormire circa venti persone. I più bisognosi dopo una giornata di fatica nei boschi tornavano in paese per passare la nottata ai remi di una palamatara per poi ripartire all’alba nuovamente verso la montagna. Chi aveva terreni sulla costiera, la sera di sabato non tornava a casa, ma raggiungeva direttamente il suo pezzo di terreno che necessitava di lavoro e ci stava tutta la domenica. La sera tardi del giorno di festa tornava a casa.
Dicevamo che dal legno di castagno non si buttava niente, tante erano le produzioni che venivano fatte in base alla grossezza del fusto. I boschi si dividevano in base alla grandezza dei castagni, c’erano boschi da uno a sei anni di età, ed in base al prodotto che si doveva fare si andava a tagliare nel posto giusto.
Per produrre “ i cervuni”, grossi tronchi tagliati a due metà per le coperture dei tetti, in disuso da più di 50 anni, occorrevano certamente tronchi grossi di sei anni; per fare “zaccuni” da cui poi si ricavavano le fasce legnose per fare le ceste, ci volevano tronchi di circa quattro anni; per fare “circhi” l’albero doveva essere più o meno di due anni.
Per la costruzione delle doghe si sceglievano alberi di grosso fusto da cui si ricavavano i “trappiti” che in seguito venivano lavorati nelle fabbriche della marina.
“ I tagghiaturi “ erano addetti al taglio dei tronchi di grosso fusto, e dopo aver sezionato il legname i mannisi lo squadravano a misura.
Si producevano anche pali di varie dimensioni e per varie colture, dai paletti di 80 centimetri per gli ortaggi tipo peperoni fino a quelli speciali di 8 palmi per le vigne. Un palmo equivale a ventisei centimetri.
Il 31 Marzo finiva il periodo di taglio e per tutto Aprile e Maggio, i mesi della crescita degli alberi, si puliva il bosco. Alla fine a terra non rimaneva niente. Neanche le foglie, perché tutta la ramaglia e le foglie stesse venivano raccolte nei sacchi o infasciati e portati a bruciare nei numerosi forni cittadini. Infatti un mestiere era quello dei “ramari” che fasciavano tutto il legname di scarto e poi lo vendevano ai forni che lo richiedevano. C’era anche chi “riccippava” i ceppi tagliati, passando con l’ascia pareggiando la superficie e portandosi via i rimasugli.
I boschi così rimanevano sempre puliti, non restava neanche la legna più piccola comunemente chiamata “pezzula” che veniva portata in paese dai lavoratori stessi per gli usi domestici.
Anche per la raccolta della virgheia per fare i cofanetti che andavano in Sicilia e a Malta, si sfruttava la fine della stagione e la pulitura dei boschi.

Uno degli ultimi bastimenti con carico di legname che
parte da Bagnara.
Durante il periodo di produzione si lavorava a cottimo, mentre nel periodo di mantenimento e di pulizia dei boschi si lavorava a giornata.
I circhi erano di due qualità: quelli scelti che andavano in Palestina e che erano circa 5 centimetri più lunghi, e quelli scarsi che erano destinati al mercato siciliano.
La produzione dei circhi era pagata in base alla quantità che se ne produceva. Erano divisi in mazzi ed ogni mazzo conteneva 300 “circhi”. La lavorazione era molto laboriosa ed ogni passo di essa aveva il suo addetto specializzato. Prima bisognava “rimundarli” poi si “carriavunu” nel punto di raccolta poi il “mastro” addetto i “ngnagghiava” e poi si “hiaccavano”. “’Ngagghiari”significava tagliarli a misura e “haccari”aprirli qualche centimetro per dare la possibilità all’operaio di tagliarli in modo corretto con la tecnica di tirarne una parte con le mani e tenere l’altra sotto il piede.
A seconda della grossezza del legno, da una verga potevano venir fuori due tre o quattro circhi, e l’arte e l’esperienza del “mastro” addetto a “nghagghiari” era fondamentale nello scegliere e decidere cosa fare di un ramo di castagno, che per la complessità del lavoro che veniva dopo non doveva avere nodi e doveva essere più liscio e dritto possibile. Poi si raspavano.
La preparazione del legname per poi costruire le ceste era dettata dalla lunghezza dei “zacchuni”, un legno molto più grosso rispetto a quello che serviva per i “circhi”. A seconda delle misure si usavano tronchetti di 4 o 5 metri che si tagliavano e poi grazie all’apporto delle donne si trasportavano fuori dal bosco. Ogni mazzo pesava circa 40-50 chili e così “Na carrata i zacchuni di 40-50 mazzi “ si portava sulla strada “a carrera” e poi si preparavano sul carro a fine giornata già quando era buio. La mattina presto, verso le tre, sempre col buio partivano 20 o 30 carri per raggiungere la marina e le fabbriche, col lume sotto il carro per illuminare la strada quel poco che bastava.
La marina di Bagnara, quella prevalentemente a sud, era attrezzata con fabbriche, depositi e segherie per lavorare i prodotti che arrivavano dai monti, e i cosiddetti “mastri” sapevano in quale segheria depositare i trappiti, in quale fabbrica scaricare i zaccuni ed in quale deposito lasciare i circhi per poi essere “ ‘nbardeiati” e pronti ad essere caricati sui velieri. L’ultimo carico di circhi per la Palestina fu nel 1968, poi la poca produzione che si faceva fu destinata al mercato siciliano.
Al fianco di tutti questi uomini, sulle montagne circostanti la cittadina c’erano circa 200 donne e svariati muli che servivano per trasportare la legna dal bosco al centro di raccolta più vicino. Non sempre i muli riuscivano ad entrare nel cuore del bosco, e così le donne pazientemente andavano avanti caricandosi la testa di trenta quaranta chili di legname per accatastarlo fuori dal bosco. Non esistevano strade e così la strategia era quella di creare dei centri di raccolta accessibili ai carri.
Esempio: tutto il legname raccolto nei boschi nei pressi di Solano, veniva accatastato nella piazzetta dove finiva la strada. Nel 1943 la strada che adesso ci permette di raggiungere Gambarie ed il centro dell’Aspromonte non esisteva, la strada finiva nella piazzetta della chiesa, dove le donne depositavano il legname che portavano dal centro dei boschi. Da li cominciavano i viottoli e le stradine che portavano nei vari boschi. Poi dalla piazzetta di Solano con i carri si trasportava la legna in paese.

Celeberrima foto neorealista del fotografo
professionista Franco Pinna del 1953.
Le strade confluivano nella statale 18 dove poi il trasporto diventava più agevole. Tra le stradine più importanti, dette “carrere” una partiva da Carà e si arrivava a Livarei, un'altra chiamata Regiposti partiva da Solano e attraversando i Chiani a Curuna arrivava a Cruci d’Avena e poi a Acquaruci e andava verso Melicuccà.
A pensarlo oggi, quello dei mannisi e dei circari non era certo un bel mestiere, e il sig. Francesco Zoccali di Porelli, ultimo di una famiglia da più generazioni tradizionalmente di circari, ci ha raccontato la loro vita e la sua vita, che lo ha visto già a nove anni cominciare questo mestiere, di fatica, e sacrifici. Un lavoro che sparì all’improvviso e che lasciò per tutti gli addetti un unico e solo futuro possibile: l’emigrazione.

Rarissima veduta anni 90 sulla via Nazionale. Donne
trasportano legname in paese.

Dopo i bastimenti è la stazione ferroviaria il centro
di partenza dei prodotti del legname.
Nella foto il sig. Barbaro Vincenzo, controlla il suo
carico di “sporti”. Primi anni 70.

Deposito di legname vicino alla statale 18 a sud del
paese.
La società di mutuo soccorso dei cerchiai di Bagnara nell’adunanza del tredici ottobre 1919 nomina l’onorevole Giuseppe Albanese presidente onorario, essendo presidente il sig. Pietropaolo, vicepresidente il sig. Tripodi e segretario il sig. Zoccali.

Presentiamo questo documento, molto importante, per
testimoniare
come l’onorevole Albanese era molto vicino a quella
classe lavoratrice
e sensibile ai
problemi del mondo del lavoro.
Approfondimento sul tema
Tratto dal libro di Pasquale Morabito
Storie di lotte, lutti e letti di un “elettrosaldocarpentubi”
-polivalente e flessibile
Un brano dove l’autore ricorda la fabbrica di ceste
che il nonno aveva aperto a Bagnara negli anni 60.
In quel periodo nonno Pasquale aprì una fabbrica in proprio, chiamando tutti i figli alla sua gestione. La famiglia aveva antiche tradizioni di professionalità e d'esperienza nella lavorazione del castagno e nella costruzione delle ceste. Mettersi in proprio significava nuove possibilità, più occasioni, in un mestiere in cui tutti i componenti erano i migliori in paese.
Intanto per me era iniziato il periodo della scuola: frequentavo la prima elementare. Al mattino venivo accompagnato da un garzone di papà. Anche lui andava a scuola e, pur essendo più grande di me, continuava ad essere ripetente. La sua era una famiglia molto povera, la madre era vedova e con tre figli, per cui fin da piccolo fu costretto a lavorare. La sua presenza nella nostra casa era dovuta al fatto che, aiutando Mamma e Papà, imparava il mestiere.
Siccome dedicava al lavoro più tempo che allo studio, ripeté per tre volte la seconda elementare e abbandonò definitivamente la scuola. Probabilmente, visto che alla sua età era ancora a quel punto, si vergognava, ecco perché accompagnatomi a scuola e assicuratosi che fossi in aula (veniva a guardare dalla finestra) lui marinava andando al mare.

La famiglia Morabito nella fabbrica aperta dal
capofamiglia Pasquale.
“Il Lavoro la
Scuola la Colazione”
Con l'apertura della nuova fabbrica a conduzione familiare, papà andava via al mattino alle cinque, per ritornare a casa la sera verso le venti, qualche volta anche dopo, perché rimaneva a preparare le macchine per l’indomani. Mamma contribuiva al bilancio familiare lavorando le ceste a domicilio. Nel lavoro, per un certo periodo fu aiutata dal garzone, lo stesso che mi accompagnava a scuola. Erano oltre duecento le famiglie che svolgevano l'attività a domicilio. La costruzione della ceste, peraltro, utilizzava anche i bambini. La messa in opera del fondo della cesta e del coperchio veniva fatta sul pavimento. I ragazzi e le ragazze, per la loro agilità, erano più facilitati nella prima fase di lavoro. Le famiglie che non avevano figli, spesso ricorrevano a dei garzoni, che pagavano a cottimo. A volte nelle grandi famiglie, in grado di produrre più di cento ceste in un giorno di lavoro, venivano svolte delle vere gare di velocità.
Guardare i ragazzi e le ragazze, inginocchiate a terra, per comporre il fondo, era spettacolare e disumano. Piroettavano attorno al fondo come tante scimmiette e, come tante bertucce, avevano il culo dei pantaloncini tutto consumato. Questo tipo di lavoro provocava una deformazione delle fragili ossa in fase di sviluppo, che spesso incideva sulla crescita. Parecchi erano i casi di scoliosi e di callosità sul collo dei piedi, sulle ginocchia, nelle mani. Quest'ultime diventavano rudi, macchiate di nero e quasi deformi, a causa dei tagli e dell'utilizzo della mannaia che di continuo si teneva stretta in mano e che provocava pure l'angioneurosi. L'insieme della lavorazione coinvolgeva tutta la famiglia, per produrre un numero di ceste che economicamente erano una miseria, rispetto al lavoro e ai sacrifici richiesti. Io ero ancora troppo piccolo, per essere direttamente messo in produzione, anche se altri miei coetanei, in altre famiglie, erano già in grado di costruire il fondo della cesta e del coperchio. Mamma e Papà volevano per noi figli l'istruzione innanzitutto. Per questo, finchè hanno potuto, ci hanno tenuti fuori dal mestiere. Uscito da scuola, tuttavia, raggiungevo papà. In fabbrica la lavorazione era assordante a causa del rumore delle macchine che spaccavano in due il tronchetto di castagno. Vi era molto caldo a causa delle fornaci e del vapore acqueo prodotto dalle grandi caldaie. Il legno di castagno, dal diametro che variava tra i quattro e i dieci centimetri, veniva segato in diverse misure. Si evitavano sprechi e si eliminavano le impurità dei nodi dalle misure più importanti, soprattutto da quelle che servivano a fasciare la cesta. Dopodiché veniva bollito per ore nelle caldaie di rame lunghe due metri per uno e venti, profonde un metro e cinquanta e poste una di fianco all'altra. Esse poggiavano su una base di mattoni refrattari, che lasciava il fondo scoperto alle fornaci sottostanti.

“Mastru Cicciu” Francesco Morabito
anche da
pensionato si diletta a costruire ceste.
Le fornaci avevano un camino unico, comunicante con una ciminiera alta che sovrastava la fabbrica. Il fuoco sotto le caldaie veniva mantenuto sempre acceso, ed il materiale all'interno vi stazionava in attesa di lavorazione. Il continuo bollire era necessario per mantenere il legno sempre caldo ed evitare che si impregnasse d'acqua. In tal caso la lavorazione in sfoglia era pregiudicata, in quanto il castagno imbevuto, anziché sfogliarsi, si sfilacciava. Per mantenere sempre accese le fornaci, si utilizzavano gli scarti del castagno e le cortecce. L'addetto alla bollitura arrivava in fabbrica all'una di notte, per accendere i forni e far sì che il materiale fosse pronto e cotto per le sei del mattino. Normalmente la giornata lavorativa in fabbrica si basava sulla trasformazione in legname del contenuto delle due caldaie, riempite la sera prima e portate ad ebollizione. Solitamente questo avveniva in otto o nove ore di lavoro effettivo, fermandosi due volte nell'arco della giornata: alle otto del mattino per fare colazione, alla mezza per il pranzo. La sosta per la colazione era qualcosa di più che la semplice necessità di rifocillarsi.
Fermate le macchine e la sega, ci si metteva seduti all'esterno, (se era bel tempo) sul piazzale adibito a deposito del legno da lavorare. In quella sosta v'era una storia di costume e d'usanza, non era solo un diritto sindacalmente acquisito. Si consumava il cibo che di solito era formato da pane caldo, tipico calabrese, imbottito a volte solo con un po’ d'olio d'oliva, altre con olio e acciughe salate, altre ancora, con peperoni oppure con uova fritte, ed anche con specialità locali come: melanzane alla giardiniera, pomodori secchi o tonnetto sott'olio, oppure semplicemente con pomidoro freschi. Durante la sosta si evitava di parlare di lavoro, si discuteva di tutto il resto: politica, calcio, donne, figli e famiglia, oppure si raccontavano barzellette e pettegolezzi paesani. Quella mezz’ora era sacra, durante la sosta non veniva servito nessuno, anzi, se arrivava qualcuno, lo si invitava a sedersi e a bere un bicchiere. Papà però era un`eccezione, spesso saltava colazione e pranzo, oppure mangiava mentre metteva a punto una macchina, o affilava un coltello della stessa che non tagliava più.

Operai nella fabbrica del legname dei Morabito.
Il legname veniva tolto dalla caldaia, cominciando dalle misure più piccole. Due esperti, con apposita mannaia, aprivano perfettamente a metà il tronchetto bollente, togliendone anche la corteccia, che per la bollitura veniva via tutt'intera.
Quando, dopo la scuola, andavo in fabbrica, oppure quando portavo a papà la colazione ed il pranzo, mi fermavo a mondare i tronchetti (togliere la corteccia), bruciacchiandomi le mani. Ero contento di farlo, mi sentivo utile e importante quando lo raccontavo ai miei amici e compagni di scuola. Quel lavoro di mondare, lo facevano anche gli altri, che attendevano di pesare il materiale che utilizzavano a domicilio. In inverno, era anche un modo per scaldarsi le mani. Il legno, spaccato e mondato, subiva ulteriori divisioni dalle macchine: prima attraverso una di sgrossatura, dopo in quella di rifinitura, sino a diventare una sfoglia leggerissima, spessa un millimetro. Il legname cosi lavorato era pronto per essere assiemato e cucito, per fare le ceste ed anche qualcos’altro. Papà e i suoi fratelli erano bravissimi nel fare altre cose oltre le ceste.
A tempo perso, cioè la sera, oppure nei giorni di festa, utilizzando le parti più pregiate del legname e colorandolo, costruiva ventagli, cestini per la frutta da tavolo, gettacarte, rivestimenti di bottiglie e damigiane, grandi e piccole che fossero. Papà costruiva caratteristiche miniature, che poi riempiva di dolciumi tipici e regalava nelle feste. Costruiva anche bauli per trasporti eccezionali e culle per neonati. Queste sue capacità erano apprezzate da tutti e papà, con tutti, s'impegnava per accontentarli. In paese non vi era casa o ufficio e studio, ove non vi fosse un oggetto artigianale costruito da papà o dalla sua famiglia.
Il mestiere, svolto a livello artigianale, con la professionalità di papà, dava solo molta riconoscenza. L`artigianato, pur apprezzato, non veniva pagato quanto meritava. Questo non solo riferito alla professionalità, anche al tempo impiegato. Il castagno nella lavorazione è diverso dal vimini, dalla canna, dalla paglia e dal bambù; occorre professionalità e fantasia per renderlo anche bello.
La costruzione della cesta, utilizzata per il trasporto ortofrutticolo, veniva svolta a domicilio, con lavoro a cottimo, contrattato sindacalmente.
Esso si basava sul peso: tanti chili di grezzo fornito, tante ceste. A coloro che riuscivano a costruirne più di quanto stabilito il surplus veniva pagato extra, per intero, come se il produttore, oltre al valore aggiunto, avesse fornito anche la materia prima. Di solito, con il surplus, s'arrotondavano le entrate economiche in casa. Il surplus era possibile se si sfruttava bene il materiale, se veramente capaci, oppure a scapito della qualità del prodotto confezionato. Chi ne approfittava, producendo male, di solito veniva rimproverato dal principale. Se la cosa perdurava, non gli veniva più concesso legname da lavorare. Il surplus prodotto dalle famiglie faceva gola ad alcuni (trafficoni di contrabbando), che non erano proprietari dei mezzi di produzione. Questi erano disposti a pagare più del padrone che forniva il materiale; essi non avevano a carico spese sociali per il mantenimento degli impianti e per i lavoratori a domicilio.
A volte, erano gli stessi principali a
dare la caccia al surplus delle famiglie degli altri concorrenti specie a
quello delle famiglie professionalmente capaci. Questo serviva ad aggiustare la
qualità del loro prodotto. Ogni principale marcava con una striscia colorata le
ceste della sua produzione, ognuno adoperava un colore diverso dall'altro. Il
surplus era anonimo, senza
fascia, se qualche famiglia la metteva, adoperava il colore del
principale a cui vendeva. Questo però era un rischio che non veniva perdonato.
Le famiglie di solito preferivano "Il trafficone", perché non
volevano far sapere al proprio principale, quanto surplus erano in grado di
produrre. Il motivo, molto semplice, era dovuto al fatto che, in caso di
rinnovo d’accordo sindacale, il trafficone non partecipava alle trattative.
Mentre gli impresari potevano mettere in discussione le precedenti percentuali concordate,
tra prodotto grezzo fornito e prodotto
lavorato restituito.
D'altronde gli impresari dovevano garantirsi; s'impegnavano su diversi fronti: con i boscaioli, comprando i frutti dell'intero bosco; con i clienti sulle forniture e sulla qualità; con le famiglie, a cui garantivano l'intera stagione.
CAPITOLO TRE
La bagnarota, un simbolo, uno
stile di vita.
Hanno collaborato: Barilà Carmela, Scicchitano Grazia,
De Biasi Domenica,
Foti Sarina, Stillitano Teresa, Saffioti Gaetana, Iannì Maria Carmela e Careri Domenica.
La bagnarota, nel corso dei secoli è stata narrata e decantata da centinaia di scrittori, poeti, giornalisti che restavano affascinati ed incantati solo a vederle operare sia nel mondo bagnarese che fuori dalle mura cittadine. Pagine bellissime scritte da personaggi autorevoli o da semplici visitatori del nostro paese hanno fatto il giro del mondo, tanto che periodicamente servizi ed articoli sul tema vengono trattati dai grandi mezzi d’informazione. Spesso ahimè, si tratta di rotocalchi di colore sul tema che sfruttano e svuotano la figura della bagnarota e servono esclusivamente per vendere riviste patinate come impone la società di oggi.
Ultimamente, e raramente anche in passato, mai uno studio serio sull’argomento, solo lavori privi di senso e di logica, senza minimamente pensare all’importanza della figura stessa ed al suo rapporto con la logica territoriale in contesto.
Intorno al 1986, mi ero illuso che una mano allo sviluppo delle ricerche sulla bagnarota e sul territorio bagnarese in particolare, la potesse dare un noto antropologo francese che si interessava anche della questione, ma come tanti altri, è miseramente scomparso portandosi dietro studi e scoperte, senza tanto ricordarsi le promesse che aveva fatto e gli aiuti che aveva ricevuto. Da questa esperienza è nata l’esigenza di cercare e capire questo mondo che è stato il sale della vita bagnarese che, a mio parere, assume un’importanza fondamentale nella storia della cittadina e a cui mai nessuno ha dato il giusto rilievo.
Nelle pagine che seguiranno si potranno leggere, oltre ad alcuni studi da me sviluppati, pagine scritte da altri autori che ritengo importanti, ed ammirare alcune foto che fanno la storia della bagnarota nel 1900. La figura della bagnarota, sin dai tempi antichi, ha segnato in modo indelebile il panorama della vita sociale nella provincia di Reggio Calabria ed oltre.
La società bagnarese, quella sviluppatasi dopo il 1783, l’ha vista protagonista infaticabile dello sviluppo cittadino, dedicare la vita al lavoro spesso molto pesante.
Le donne bagnaresi, rese celebri dai viandanti, dai giornalisti e dagli scrittori, che le hanno osservate lavorare restandone meravigliati, erano belle, forti e coraggiose tanto da essere note al mondo intero.
Bravissime nel baratto e nel commercio in genere, si distinsero sempre per il loro temperamento nei rapporti con la gente dei paesi dove andavano a vendere o a barattare i loro prodotti. Prima d’entrare in questo mondo femminile, unico nel suo genere, che si è dissolto lentamente all’inizio degli anni settanta, è bene ricordare che le bagnarote sicuramente commerciavano i loro prodotti nei paesi vicini, ancor prima del 1783. Grazie a questo loro peregrinare si salvarono dal terribile sisma che in quell’anno decimò la popolazione bagnarese.
Rimaste orfane di quasi tutti i loro uomini, non demorsero, e ben presto nel nostro paese il rapporto d’equilibrio tra maschi e femmine si ristabilì. Molti uomini affascinati dalla bellezza e dalla vigoria delle bagnarote, lasciarono i loro paesi dell’entroterra per trasferirsi a Bagnara.
Dopo quel terremoto, molti cognomi nuovi fecero rinascere la vita sociale della cittadina, mentre altri non vi comparvero più.
A questo proposito, uno studio accurato dei registri comunali e dei libri dei morti delle congreghe cittadine, potrebbe darci l’esatto ruolo che le bagnarote svolsero nella vicenda, che certamente le ha viste protagoniste di scelte non facili ma fondamentali e decisive per il futuro della cittadina.
Ancora un contributo fondamentale allo sviluppo della cittadina le bagnarote lo diedero in occasione della ricostruzione dopo il terremoto del 1908.
Furono loro che si adoperarono per giorni e giorni a trasportare anche nei rioni più alti il legname che servì a costruire le baracche provvisorie, che arrivava con le navi fino alla nostra spiaggia.

Foto di Franco Pinna del 1953.
Istantanea appartenete al periodo neorealista, è stata
presentata in varie mostre fotografiche internazionali, anche in sud America.
Si vedevano ordinate in due file, laboriose come le formiche avanzare lentamente col pesante carico in testa dalla riva del mare e fino alla meta.
Instancabili, dalla mattina alla sera per tutto il periodo della ricostruzione contribuirono alla costruzione di migliaia di baracche, trasportando sulla loro testa innumerevoli tonnellate di legname.
A metà del 1800, il Cardone distingue le donne di Bagnara in tre diversi ceti. Quello civile, dove le donne erano istruite ed abili ricamatrici. Quelle di ceto medio, che filavano e lavoravano la maglia. Quelle del basso ceto, che si occupavano dei lavori più umili e pesanti. Da queste ultime, manco a dirlo, è poi nato il mito della bagnarota.
Vari erano gli impieghi in cui esse si adoperavano. Alcune dedite al commercio partivano all’alba con i loro prodotti dentro le gerle o cannistri, e precedute sempre da una di loro che andava in avanscoperta raggiungevano i paesi dell’entroterra. Grande era la loro abilità di portare in equilibrio sulla testa le loro gerle, rendendosi libere le mani in modo da poter affrontare qualsiasi tipo di sentiero senza doversi fermare o rallentare. Usavano interporre, fra la testa e l’oggetto da trasportare, una corona di stoffa in modo da alleviare la pressione del peso. La cosiddetta curuna, era intrecciata in modo da non potersi disfare ed era simile in ogni dettaglio a quelle che si possono ammirare sulle teste delle bellissime Cariatidi al museo del Partenone di Atene, o nelle loro perfette copie, osservando il portico delle Cariatidi sempre in cima all’acropoli ateniense.
Spesso, dovendo attraversare zone impervie e sedi di malavitosi, stavano all’erta pronte a difendersi se molestate. In genere, conosciute e stimate in tutti i territori da loro frequentati, venivano sempre accolte con il massimo rispetto.
Commerciavano pesce, frutta, prodotti artigianali, stoffe ed altri prodotti che arrivavano coi bastimenti dall’oriente o coi buzzetti dalla Sicilia. Portavano in paese in gran parte prodotti di prima necessità come patate, legumi, ceriali, olive, ecc.
I castagneti dei boschi subito dietro le prime colline del paese, oltre a dare lavoro agli uomini che tagliavano e curavano il legno, richiedevano la manodopera delle donne per il trasporto del legname fino ai depositi dove era preparato per essere in seguito imbarcato sui bastimenti e spedito.
Questo lavoro era veramente duro e richiedeva numerosi viaggi giornalieri di tre e più chilometri, con un peso di circa settanta chili da portare sulla testa. A vederle, tanto erano veloci che sembravano quasi non toccare i tortuosi sentieri delle ripide colline che portano in paese.
In questo lavoro, come in altri di cui dopo parlerò, esse non erano considerate a dovere, e spesso per fare qualche viaggio in più si accontentavano di paghe più basse venendo in lotta tra di loro. Questi conflitti, tutti a favore del padrone del legname, finivano con veri litigi dopo i quali nè le donne nè le rispettive famiglie si scambiavano più il saluto. L’inimicizia durava fino a quando un lutto o un lieto evento interessava una delle famiglie in questione, ed allora era doverosa la visita e quindi la riconciliazione. Nei casi più gravi le inimicizie duravano per intere generazioni venendo meno all’antico e profondo patrimonio di ogni cultura che è il rispetto della morte.
Un vero e proprio caporalato cui erano soggette le bagnarote si instaurava quando bisognava caricare i bastimenti. Esse, che lavoravano alla giornata ed in base al numero di viaggi che facevano con il legname in testa dalla spiaggia al bastimento, mediante delle passerelle, venivano scelte per conoscenza e per simpatia.
Il caporale a suo piacimento faceva lavorare l’una più che l’altra in conformità a quanto poteva risparmiare. Le più deboli, spesso senza nè figli e nè marito perchè lontani, o vedove, erano maltrattate ed in alcuni casi anche picchiate. Per esigenze economiche erano costrette a lavorare più delle altre venendo sottopagate e subendo le più brutte umiliazioni.
Altri esempi come quello già citato li troviamo durante i viaggi che la mattina presto o la notte esse facevano per trasportare i sacchi di sabbia dalla spiaggia al luogo dove serviva per costruire case od altro.
Come possiamo notare, le bagnarote, così decantate dai forestieri e tanto rispettate fuori dal paese, nel lavoro cittadino da loro praticato, non sempre erano trattate per il meglio.
Più morbido era il rapporto con il padrone quando invece si trattava di trasportare l’uva per la vendemmia. Si vedevano scendere lungo le colline con i cofina pieni d’uva in testa fino ad arrivare ai “parmenti” cittadini. Uno, due, tre, dieci viaggi, e così fino alla fine della vendemmia si vedevano salire e scendere lungo i sentieri, le strettoie, attraverso i ponti rudimentali sui ruscelli. Formavano una serpentina variopinta che si muoveva ritmicamente con lo stesso passo veloce e leggero, senza mai riposarsi fino alla meta, ed il guadagno non era certamente adeguato alla fatica fatta. Più laborioso ancora era il trasporto del mosto che avveniva grazie all’ otre che esse si procuravano di anno in anno e preparavano prima lavandolo in mare con l’acqua salata e poi con quella dolce, partendo dalla carcassa di una capra che si prenotavano dai macellai poco prima dell’inizio della vendemmia.
Ancora più arduo e complicato era il trasporto dell’uva in paese dai vigneti situati lungo la costiera. A causa dell’impraticabilità del territorio, furono costruite delle lunghe scalinate che arrivavano direttamente al mare, dove con una palamatara si trasportavano le bagnarote con i cofina pieni di uva sulla spiaggia per poi lasciarle proseguire come consuetudine.
Il lavoro che esse cominciavano con la vendemmia e che vedeva come protagonista l’uva, finiva quando, nel mese di novembre il vino era pronto e bisognava venderlo. Si usava fino agli anni 60 “vandiari u vinu”, ovvero ogni cantina o produttore mandava di strada in strada delle persone capaci a reclamizzare il proprio vino “ vandiandulu”. Tra le più capaci ricordiamo Mela a nurca che reclamizzava il vino di Carmina a Nurata cosi: “ A cu voli vinu bonu a la utti mi vaci n’da Nurata. A cu prova torna. “

Vendemmia
nelle “rasole” di Bagnara .
1 Foto
Natalino Tripodi. Anni 70. – 2 Il trasporto
dell’uva con le barche. Anni 20.
Uno dei mestieri più fotografati dai reporter d’epoca è stato quello del trasporto del pescespada dalla spiaggia fino allo spaccio o alla stazione ferroviaria da dove poi venivano spediti. Intorno agli anni cinquanta lungo il percorso che dalla spiaggia portava alla stazione ferroviaria esse erano seguite da uno o più fotografi che poi le immortalavano con numerosi scatti e che poi le fecero conoscere al mondo intero. Sotto certi aspetti dietro questo largo consumo di foto delle bagnarote col pescespada in testa, lentamente fuori dalla cittadina la si cominciò ad identificare solo come portatrice del pescespada dimenticandosi di tutti gli altri lavori che svolgeva. Uno in particolare per esempio di cui non si è mai parlato era quello della lavorazione e distribuzione del luppolo (u luppinu), per la quale era molto conosciuta nei paesi vicini tanto che a Palmi su questo tema gli hanno persino dedicato una bellissima canzone.
Dopo aver adagiato il grosso pesce su una tavola, spesso lo spada superava il quintale di peso, due uomini lo sollevavano poggiandolo sulla testa di una portatrice che, protetta dalla curuna si incamminava, scalza come tutte le altre bagnarote, velocemente per la via più breve verso la destinazione prefissata.

Trasporto
del pescespada.
Una vera specializzazione era quella delle lavandaie che facevano il bucato a mano per le varie famiglie benestanti. Ogni sei mesi, in pratica al cambio di stagione, esse venivano chiamate a lavare tutto il vestiario stagionale sporco. Esse lo trasportavano a Hiumara e dopo aver preparato uno o più grandi fagotti riempiendo dei lenzuoli con i panni da lavare, lo immergevano a tempo dentro grandi contenitori di acqua bollente e cenere, che a quei tempi sostituiva il detersivo, e poi lo lavoravano con olio di gomito fino a farlo diventare bianco. Poi lo sciacquavano nell’acqua pulita dello Sfalassà e lo stendevano al sole in modo da non fare pieghe. Alla fine lo consegnavano pulito stirato e profumato.
Un trattamento molto particolare avveniva anche per la lana che arrivava dai paesi dell’interno, dopo molto lavoro di pazienza essa diventava bianca e pronta ed essere lavorata.
Ma lo Sfalassà era la lavanderia di tutti in tutti i giorni dell’anno e li nelle ore più impensabili si vedevano donne curvate a lavare i panni quotidiani di tutta la famiglia. Nei ritagli di tempo utile post lavorativo si ricavavano degli spazi per affrontare ancora un lavoro utile per la famiglia, raccolti i panni sporchi andavano al fiume a lavarli, spesso in coro intonavano canzoni che le distraevano e le distoglievano dai tristi pensieri quotidiani di miseria e sopravvivenza. Cantavano si ma per sfogarsi e non certo per la contentezza di dover tornare dopo qualche ora a lavorare duramente fino a tardi per poter avere qualcosa da mangiare il giorno dopo.

Bagnarote a hiumara. Foto
tratte da un documentario del regista De Seta.
Il treno fu il primo mezzo di locomozione di cui esse si servirono per viaggiare. Si vedevano la mattina alla stazione che aspettavano il locale per andare nei paesi vicini a vendere il pesce ed altri prodotti. Erano la disperazione dei capitreno e dei conduttori, i quali faticavano a far pagare loro i biglietti. Era consuetudine che quattro o cinque donne pagassero solo uno o due biglietti coi quali secondo loro avevano il diritto di viaggiare tutte.

Bagnarote in treno ed alla stazione - Archivi F. Crea e M. Caruso.
Tutti questi mestieri, avevano come denominatore comune la classe e l'eleganza delle bagnarote, infaticabili camminatrici. Avanzavano dritte e sicure senza scomporsi muovendo solamente i fianchi lasciando in pratica il busto fermo: sembravano immobili ma percorrevano chilometri.
Episodi particolari le vedono sfruttare l'arguzia e l'ingegno per contrabbandare il sale ed il tabacco da Messina e fino in Calabria senza pagare il dazio, durante l'epoca fascista. Per sfuggire alle perquisizioni doganali, quando la nave attraccava a Villa S. Giovanni, giravano intorno ai carri in manovra in modo da eludere la sorveglianza. Nascondevano i sigari nelle pieghe delle loro ampie saie. Il sale lo mimetizzavano sotto il classico vestito in modo che nessuno potesse mettere loro le mani addosso. Arrivati al treno che le conduceva a Bagnara, nascondevano la merce sotto i sedili degli altri passeggeri, rendendoli involontariamente complici e mostrandosi una volta tanto compiacenti ai controlli. Quando venivano scoperte, impiantavano lì una di quelle liti che facevano stancare la più paziente delle guardie.
Tornate in paese esse rifornivano di sale i forni ed anche le case comuni. Guadagnavano poco o niente ed il rischio corso e le perdite subite non erano mai ripagate a dovere.
Ridicola fu un'ordinanza fascista che le obbligava a portare le scarpe dentro le stazioni ferroviarie.
Per loro era normalissimo camminare scalze in qualsiasi luogo, sia perchè non potevano permettersi di consumare tante scarpe, sia perché così erano abituate.
Altri lavori tipici della bagnarote che si svolgevano all'interno delle mura cittadine erano quelli del trasporto delle sporte che costruivano in casa e che dovevano poi essere portate nelle varie segherie

Bagnarote tentano di eludere la sorveglianza a Villa S.
Giovanni.
Questo lavoro, in pratica gratuito, veniva alla fine di un processo di lavorazione delle fasce legnose che interi nuclei familiari praticavano fino alla fine degli anni sessanta descritto in altro capitolo.
Ancora un esempio dell'impegno delle infaticabili femmine di Bagnara viene dal tiraggio delle reti al ritorno delle palamatare dalla pesca. Esse sono là, soprattutto a Marinella, a dare una mano agli uomini ed insieme con loro pescare a strascico con le gradi reti, tirandole dalla riva del mare.
Uno sprazzo di predominanza della bagnarota sul maschio, ma solo perchè è stata così abituata, lo si nota ancor oggi quando i pescatori scaricano i pescespada dalla passarella sulla spiaggia, dove c'è pronto il rigattiere per comprarli. Mentre il marito, dopo una giornata di pesca, sta di lato, è la moglie che con decisione tratta col compratore. Capita spesso di vedere contrattare il pesce due donne, una che cerca di comprare a buon prezzo e l'altra che valorizza il pescato in modo da guadagnare di più. Spesso per poche lire l'affare va a monte perchè nessuna delle due vuole essere beffata negli affari, in particolare modo da un’altra donna.

Due
fotografie anni 50 del sig. Luigi Cristina.
Tutto quello fin qui narrato ha una sua fine naturale nei primi anni settanta, quando si sviluppa il processo di trasformazione della società.
Le automobili, che prima erano solo un miraggio, divennero realtà anche per i ceti più bassi. La plastica divenne indispensabile soppiantando i contenitori di legname artigianali.
La progressiva evoluzione delle nuove tecnologie ha sconfitto l'operosità delle bagnarote che velocemente si sono viste sopraffare dai veloci mezzi di trasporto di gran lunga più capienti delle loro gerle. Il non adeguarsi al nuovo mondo, allontanò Bagnara dalla vita produttiva con gravissimi danni per l'economia cittadina, elevando in maniera sconsiderevole la percentuale di emigrazione delle famiglie bagnaresi verso il nord. Ma questo è un problema di notevoli dimensioni che interessa tutto il meridione e che merita ben più ampie considerazioni.

La pesa del pescespad, foto anni 60 del regista Frank Monaco.
Sembra quasi impossibile che le bagnarote abbiano dato così tanto allo sviluppo del paese. Ed anche se il tempo passa in fretta, è bene fermarsi a riflettere sul ruolo molto importante che hanno avuto all'interno della famiglia, dove spesso gestivano l'economia insieme col marito.
Vendite, compere, decisioni importanti, la bagnarota era sempre lì a discutere, a tirare sul prezzo per guadagnarsi la giornata, per garantirsi a “muzzicata i pani”.
Sono molto lontano dal definire la società bagnarese di tipo matriarcale, e tanto meno mi pongo il problema di creare l'ennesimo stereotipo come tantissimi hanno già fatto e faranno in futuro solo per creare il solito articolo di colore senza mai dare a questa figura il ruolo importante e centrale che si è conquistato con gran fatica nella storia di Bagnara.
Tra i tanti che hanno descritto le bagnarote nei loro libri ed articoli, sinceramente molto pochi hanno colto in pieno l'aspetto vero ed importante del loro mondo. I più, si sono solo interessati di creare un simbolo, uno stereotipo col quale elaborare scritti poco precisi e pretestuosi, spesso equivocanti e denigratori per le donne stesse e la società locale tutta.
Negli anni cinquanta Graves, confondendo Ionio e Tirreno, associa le bagnarote alle antiche società matriarcali greche che si formarono nella Locride da loro conquistata. Egli trasferisce Bagnara vicino alle rovine di Locri e scrive che mentre le donne erano in giro a vendere i prodotti e vi restavano parecchi giorni, erano gli uomini ad accudire la casa ed i bambini. Niente di più falso, le bagnarote prima del tramonto facevano sempre ritorno a casa e prestavano tutta la loro attenzione ai figli ed alle faccende domestiche.
Molto interessante, imparziale e corretto è invece un articolo di Luigi Parpagliuolo del 1930, che tratta appunto delle donne bagnaresi, scritto per una rivista mensile del touring Club del giugno di quello stesso anno.
E' spiacevole come in certi casi, leggendo riviste rinomate, si scoprono articoli che sono letteralmente costruiti con la fantasia, partendo semplicemente da poche ed arruffate notizie carpite qua e là.
Questo non ha mai giovato a Bagnara, che si ritrova ancor oggi a difendersi da accuse strumentali, dettate dall'ignoranza e dalla presunzione altrui, come ad esempio che gli uomini non hanno mai lavorato e che erano e sono le donne a mantenere la famiglia. Niente di più sbagliato. Non basta leggere due o tre articoli per farsi una cultura di un luogo o di un fenomeno culturale. Bisogna essere presenti nel luogo, indagare, raccogliere informazioni e svilupparne i contenuti. Solo in questo modo sarà possibile sfatare il cattivo e fantasioso mito della bagnarota, costruito dai media in particolar modo negli ultimi decenni. Si potrà così dare finalmente ad essa il giusto e dovuto ruolo di figura socialmente emancipata, come lo era tutta la società bagnarese fino alla fine degli anni sessanta.
Ecco cosa ci narra il Parpagliolo.
“ Dalle forme
giunoniche, statuarie, alte, diritte, vestite di cotonina semplicemente ma
pulitissime, forti ed energiche, queste donne rappresentano la parte più viva e
direi più utile della popolazione bagnarese. Il piccolo commercio è nelle loro
mani, ed in esso sono avvedutissime e infaticabili. La stazione ferroviaria è
ogni mattina e con tutti i tempi popolata di queste donne, che pazientemente
accoccolate per terra accanto alle loro gerle cariche di frutta, di verdure, di
stoviglie, attendono i treni che dovranno trasportarle nei paesi della riviera,
donde ritorneranno nel pomeriggio. Altre son lì accanto ai vagoni merci, pronte
a scaricarli; e per pochi soldi portano sulla testa pesantissimi colli, sacchi
di farina, materiali da costruzione, casse di petrolio. Ed eccole diritte, col
busto eretto, procedere con passo misurato, quasi ritmico in fila indiana, a
inerpicarsi per salite faticose senza mai fermarsi, sino alla meta. E sempre
pronte ad assumere altri lavori del genere; di guisa che a Bagnara non si costruisce una strada, non si
fabbrica, non si fa uno sgombero, non si caricano di legname i velieri che
vengono dall'Oriente, senza che queste donne portentose non siano assoldate.
Ma fra esse ce ne sono anche
di più infaticabili ed audaci, e son quelle dedicate al piccolo commercio coi
paesi di montagna, dove non giunge il treno e talvolta neppure la strada
carrozzabile. E si vedono alle due di notte, cariche di pesantissime ceste,
partire, piova o faccia sereno, verso Santa Eufemia di Aspromonte, Sinopoli, Delianova, Cosoleto, Scido, Santa Cristina, paesi ben
lontani a decine di chilometri da Bagnara. Appena vi giungono, vendono,
barattano, si caricano di altre merci, di quelle che può dare la montagna, e
ripartono; ed eccole al ritorno nel pomeriggio fresche e liete come se
ritornassero da una passeggiata. Si potrebbe, dopo ciò, supporre ch'esse,
nell'indipendenza in cui vivono siano cattive madri. E'
invece il contrario, salvo le eccezioni che si riscontrano in ogni comunità.
Esse rientrano nelle proprie case, dove gli uomini, che esercitano il mestiere
di sarto, calzolaio, di fabbro, ed i figliuoli, spesso numerosi, le attendono.
Ed è allora che comincia per esse un altro lavoro, quello di rassettare la casa
che, per quanto poveramente arredata, è pulitissima, e di provvedere alla
cucina.

Bagnarote al porto di Villa S. Giovanni, al rientro da Messina.
Queste
donne, le bagnarote, sono conosciute in tutta la
provincia di Reggio e nei paesi limitrofi di quella di Catanzaro, e
rappresentano un tipo specialissimo, che si trova solo a Bagnara: a pochi
chilometri di qua e di là, a Scilla come a Seminara, le donne sono del tipo
comune, di quelle sedentarie, che tessono, filano, badano alla prole e non
hanno l'avvenenza delle bagnarote. Alle quali sembra che il movimento all'aria
aperta, lo sforzo fisico, la responsabilità degli affari sviluppino le forme e
illuminino il volto di vivace bellezza.
Il che fu notato da molti scrittori, dal
Mazzarella, dal Nicolosi, dal Fiore, dall'Amato: - “Castrum Balneariae,
(scrisse quest'ultimo) locupletatum hominibus, sed maxime que puellis vultus
amenitate decoratis“
Luigi Parpagliolo
Tratto da:
Le vie d'Italia n.6 del giugno 1930 da p. 455 a p. 463.

Bagnarota di marinella in stato di
gravidanza, si riposa dopo una giornata di fatica.
A conclusione di queste brevi descrizioni della figura della bagnarota, che lentamente si è dissolta dagli anni sessanta in poi e che praticamente oggi non esiste più, vorrei smussare ancora qualche angolo e riflettere del perchè di così tanto interesse per il lavoro delle donne di Bagnara da parte di tanti scrittori, viaggiatori, pittori, ecc., ed invece essi stessi poco interesse hanno prestato alle migliaia di braccianti agricole del resto della Calabria, che pure con il proprio lavoro contribuivano anch'esse all'economia familiare.
Ci tengo in modo particole a smussare questo spigolo, molto insidioso, per due motivi: il primo perchè sembra quasi, quando si parla delle bagnarote, di denigrare le donne degli altri paesi, come spesso ho potuto constatare in dibattiti e conferenze e purtroppo anche in televisione. Il secondo punto è quello che va più di moda e cioè che le bagnarote lavoravano e mantenevano tutta la famiglia compreso il marito.

Trasloco
fatto dalle bagnarote.
Per chiarire il primo punto bisogna analizzare la collocazione geografica della cittadina. Essa si viene a trovare tra una corda di alte colline che scendono dall'Aspromonte ed il mare aperto, senza alcuna via di comunicazione pianeggiante con nessun altro paese che produca prodotti diversi da poter barattare. Bagnara, geograficamente è un'isola a sè, forma un contesto atipico lontano e difficoltoso da raggiungere fino a qualche decennio fa. Bisognava dunque, per non isolarsi e soprattutto per una questione di sopravvivenza, provvedere a rifornirsi dei prodotti mancanti.
Non essendoci grandi strade di comunicazione ne tantomeno mezzi attrezzati per percorrere i ripidi sentieri che portavano fuori del paese ed essendoci invece tanta povertà e bisogno di lavorare, ecco spuntare la figura della bagnarota, conosciuta da secoli in tutto il territorio della provincia, che ha provveduto a colmare le deficienze alimentari del paese.
Spesso i ricordi che esse hanno lasciato in giro per i paesi non sono tutti positivi; ma la gente dimenticandosi delle mille volte in cui il sacrificio di queste donne portava fino a casa le merci che a Bagnara arrivavano con i bastimenti dall'oriente, dimenticando che mangiavano il pesce solo se queste donne percorrevano chilometri per portarlo, ricorda solo i rari episodi in cui a torto o a ragione litigavano. Ultimamente, e mi riferisco agli anni cinquanta e sessanta, quando arrivavano nei paesi a vendere il pesce, le chiamavano “i pisciari”, termine dispregiativo che poi si affermò anche a Bagnara, e non più per indicare le venditrici di pesci, ma per ingiuriare una persona sboccata.
Purtroppo la gente dimentica facilmente il bene e ricorda benissimo il male, e così per le bagnarote che per secoli hanno portato nei paesi più lontani le mercanzie più svariate, adesso che non c'è più bisogno di loro, le si ricorda come venditrici di pesci, sboccate e maleducate, appunto “pisciari”.
Ecco quindi svelato il motivo di così tanto interesse per le bagnarote da parte del forestiero colto: erano le uniche che in tempi da noi molto lontani si spostavano in massa verso altri luoghi a lavorare, ed il loro lavoro era un lavoro atipico per le donne perchè‚ pieno di responsabilità e di pericoli, ma che solo loro potevano fare perchè gli uomini facevano lavori più faticosi, come quello di pescare, di coltivare la terra, di costruire le case, di tagliare i boschi. Il secondo punto da chiarire, riguarda il rapporto che oggi si fa fra le bagnarote e le altre lavoratrici dei paesi dell'interno.
Spesso, quando si interviene per spiegare la diversità della bagnarota, volutamente o meno, si crea di essa quasi un mito, una leggenda e si finisce col definirla superiore alle altre donne. Ho assistito personalmente a dibattiti e discussioni in cui ciò accadeva, ed ho visto con i miei occhi delle video registrazioni di trasmissioni televisive, anche di reti nazionali dove, a tale grande imposizione, chi non conosce l'argomento reagisce in modo istintivo e si posiziona in maniera negativa, sminuendo il fenomeno della bagnarota e facendo risaltare il lavoro delle altre lavoratrici.
La colpa di tale confusione è dovuta al fatto che un'atipicità come quella della bagnarota non è mai stata valorizzata per ciò che essa è realmente stata, ma viene ancor oggi sfruttata e manipolata in malomodo per creare le solite cose di colore senza mai approfondire l'argomento in maniera seria ed adeguata.
Ecco quindi che ci troviamo oggi in una situazione in cui i paesi che fino a qualche decennio fa erano piccoli e poco sviluppati, oggi sono quasi tutti grossi centri ben sviluppati ed hanno di gran lunga superato Bagnara, sia economicamente sia culturalmente. Mentre Bagnara, da grosso centro rinomato, motore di tutto il commercio con l'entroterra, nonchè meta ambita di tanta gente, oggi purtroppo vive piangendo se stessa, rivangando un glorioso passato che non viene utilizzato per il meglio, anzi!
Alla bagnarota, il più alto riconoscimento di gratitudine per quanto ha fatto e per quanto poco ha avuto.
G.S.

La signora
Fedele, commerciante tra la fine dell’800 e l’inizio del 900.

In
pausa “pè na muzzicata e pani”. Al
lavoro “carriandu petri”.
"Bagnarotazza,
fimmina 'rresciuta, simenza
d'a Calabria fort'e sana…"
"Bagnarota,
donna realizzata, seme della Calabria forte e sana…"
di Vincenzo Spinoso
Così
Vincenzo Spinoso, artista calabrese scomparso prematuramente dalle scene della
poesia dialettale, descrive l'operosa femmina di Bagnara, conosciuta coll'ormai
famoso appellativo di "Bagnarota". Ma pochi
versi non possono rendere giustizia al fascino e al mistero che la donna di
Bagnara racchiude in sé. Da sempre, la sua figura è stata associata a quella di
lavoratrice instancabile, bravissima nel baratto e nel commercio pratica che le
permetteva di mostrare il suo temperamento ribelle e deciso nei rapporti con la
gente. Le attività commerciali di queste donne, come si è soliti dire, perdono
le loro tracce nelle notti dei tempi: si pensa infatti che smerciassero ogni
genere di mercanzia ancor prima che il terremoto del 1783 mettesse in ginocchio
la popolazione di Bagnara. Ma fu proprio grazie a loro, alla loro bellezza dura
e rugosa, forte e dolce allo stesso tempo, che molti uomini si trasferirono
dall'entro terra al mare. Il ricordo più bello e sicuramente più commovente che
rimane impresso nella mente degli abitanti di Bagnara è la similitudine, il
buffo accostamento tra queste donne così volitive e una fila di laboriose
formiche, che portano sul loro capo carichi di merce depositata in miseri cesti
di vimini. Ma è proprio in questo, quando le si vedeva affondare i piedi scalzi
- per loro era uno spreco comprare un paio di scarpe per lavorare - nelle terre
brulle dell'Aspromonte, quando con la più schietta semplicità contrattavano sul
prezzo della merce che tanto faticosamente portavano sul capo, che le donne di
Bagnara sono diverse dalle altre. Sono mamme, mogli, casalinghe e lavoratrici
allo stesso tempo, hanno sempre saputo conciliare tutto e nel modo migliore. Un
episodio che è rimasto impresso nelle pagine di storia di Bagnara è il loro
commercio "intrallazzistico" o ancor meglio
contrabbando del sale al tempo del governo fascista. Pur di non pagare il
dazio, nascondevano la merce fra le pieghe delle loro larghe gonne, il rinomato
"saio", e una volta arrivate sul treno, poiché la loro attività interessava
principalmente la Calabria e Messina, sistemavano i piccoli pacchetti sotto i
sedili rendendo complici anche i passeggeri. Ma se da un lato la Bagnarota è osannata per la sua forza d'animo, è ricordata
per le vesti che le fasciavano il corpo dalle forme giunoniche e statuarie, per
la "curuna" - un cuscinetto di stoffa che
metteva sul capo - che in un certo senso doveva alleggerire il pesante
fardello, dall'altro è criticata, attaccata per i suoi modi. Le sue urla per la
vendita del pesce, i suoi atteggiamenti fin troppo sicuri hanno fatto sì che
queste donne instancabili venissero etichettate come "sboccate". Ma
dietro ad ogni viaggio, a ogni commercio si nasconde anche per la Bagnarota il desiderio di evasione, che è anche bisogno di
vita. La donna di Bagnara rappresenta una parte di storia molto importante,
quella vera e quella vissuta e per lei non si può esigere altro che il rispetto
massimo, poiché ha conosciuto come esperienza quotidiana il lavoro che stanca,
logora, sfinisce.

Fatica
Di Vincenzo Spinoso
Tratto dal quindicinale “ Sfalassà” Del 15 agosto 1949
Con passo pesante e fermo, una donna viene avanti lungo il sentiero pietroso, accordando la propria all’andatura sonnolenta della mula che si tira indietro. Sul capo porta in bilico un cesto colmo delle regalie che i nostri poveri recano ai ricchi come doveroso voto a piccoli iddii.
Non ha trent’anni; ma il suo corpo ha conosciuto troppe fatiche per imbellettarsi ancora di giovinezza, troppe maternità per ricordare la grazia femminea.
E va, scalza, sotto il solleone accecante; di tratto in tratto poggia una mano sull’accentuato turgore del ventre, come per un riaffiorare di tenerezza.
E va, con il passo fermo e pesante delle creature che, nell’abbandono, sanno solo di dover servire l’iddio implacabile della fatica senza mercede.
LO SPUNTO
La similitudine virgiliana tra gli uomini
di Enea che, nell' ansia di lasciare l' Africa, depredano i boschi e spingono
in mare le loro navi e le formiche che pensose dell'inverno, si precipitano
fuori dalla loro tana alla ricerca del necessario, non perderebbe la sua intima
bellezza, se accoppiata alla quotidiana fatica delle operose femmine di
Bagnara, le ormai celebri Bagnarote che, chiuse nel
loro caratteristico costume, si spingono al di là del pugno di colline che
rinserra le loro case, al di là della provincia, al di là della regione, nella
ricerca del pane pei loro figli, uomini senza lavoro.
Migrantes cernas totaque
ex urbe ruentes
E basta sostare all' alba sul piazzale della nostra stazione, per vederle arrivare da ogni strada, da ogni vicolo, da ogni sentiero, portanti in bilico sul capo le ceste caratteristiche, ricolme della roba, che anche qui assume la valenza tragica verghiana, e che è la fonte dei loro commerci, ora leciti ora illeciti; dei loro guadagni, ora grandi ora meschini. E di qua partono nelle due direzioni. Opposte per sventagliarsi da ogni stazione, fin nelle contrade lontane, irraggiungibili. E in borgate, in paesi, in città restano inconfondibili, con la parlata viva, pronta, sonora; per il passo lungo e l'incedere, quasi ieratico; per i costumi che fasciano i corpi dai lineamenti forti, un po' duri, un po' patiti, ma segnati dai più puri canoni della femminilità. Intorno a queste femmine, al loro lavoro è fiorita una letteratura, in certo senso stupida, in quanto tende a mettere in evidenza i lati cattivi e amorali di esse, facendole apparire come creature impossibili. La causa di ciò va ricercata innegabilmente in quel guardarle, vederle, giudicarle quando, in lotta contro tutto e contro tutti, per la difesa della roba, che è pane per i tanti della loro casa, sono portate ad assumere atteggiamenti di lotta, che fanno dimenticare tutto ciò che è segno di educazione. Ignorandole, di contro, quando nelle loro case vivono la loro vita di madri, di donne che può trasfigurarle agli occhi di un osservatore obiettivo. Neghiamo che la loro invadenza rumorosa, la loro spregiudicatezza, la loro rozzezza siano qualità innate. Emergono in esse questi valori negativi perchè una lotta è aperta e, di fronte alla legge della foresta, queste creature si fanno tigri per non soccombere. Considerazioni superficiali fanno risalire al fenomeno intrallazzistico l' intraprendenza commerciale delle forti e volitive donne di Bagnara. Per afferrare i motivi veri basta considerare, nella sostanza sociale e psicologica, ciò che è stato il lavoro di queste donne prima e ciò che è divenuto dopo che il progresso dei trasporti e le crisi commerciali le spodestassero miseramente, le immiserissero. E’ innegabile che la guerra, potente generatrice di ricchezze e di miserie, di spregiudicatezza e di eroismi, ha contribuito ad allargare, a rendere a volte antiumana questa migrazione quotidiana. Ma in verità è sempre esistito fra le nostre donne quel bisogno di evasione, che è anche bisogno di vita: ieri, verso i centri vicini, portate dalle loro gambe robuste, verso le rovinose strade d' Aspromonte; oggi, in numero grande su tutti i possibili e impossibili mezzi di locomozione, per le vie del meridione tutto ed oltre. Queste donne tenaci, anche quando dimenticano i limiti della convenienza e del rispetto, amiamo immedesimarle alla tragica terra ballerina sulla quale abbiamo la nostra casa, sotto la quale riposano i nostri morti: terra che frana, travolge, rovina, ma, al di sopra di ogni distruzione, afferma la vita nel trionfo di un fiore, il più semplice. E noi, che conosciamo le bellezze e le brutture della loro vita di faticatrici, non possiamo, nonostante tutto, non ammirarle; non possiamo non esigere per esse il rispetto massimo di chi conosce come esperienza quotidiana il lavoro che stanca, logora, sfinisce.
L'APPUNTO
Conoscevo già tante opere poetiche di Spinoso, grazie alle trasmissioni radiofoniche che, per circa un decennio, Radio Perla del Tirreno gli ha dedicato e grazie anche alla tenacia del maestro Domenico Surace, e di cui oggi rimangono le cassette archiviate.
Ho anche letto qualcosa di Spinoso in passato, e parlato con tante persone che lo hanno conosciuto. Quelle stesse cose che sto leggendo adesso, e mi riferisco al diario del luglio ottobre 1943, le avevo semplicemente sentite raccontare da molte altre persone da me intervistate. Ma scritto così, che uno sembra viverci dentro, mi ha dato un‘emozione che da tanto che non provavo.
Conoscevo, per sentito parlare, della biblioteca fornitissima della sua casa e di come egli divorava qualsiasi tipo di libro che gli interessava. Mi vengono ancor oggi in mente i versi delle sue poesie recitate dal maestro Domenico Surace o da Mimmo Villari, ma questo diario per l’intensità emotiva e la volontà di superare gli ostacoli che il suo fisico sempre più malandato gli imponeva, è per me la conferma di quanto quelli che lo conoscevano bene mi hanno sempre detto: un uomo molto sensibile sia culturalmente sia umanamente.
Alla fine del diario sono pubblicate due prose, la prima dedicata alla Bagnarota e sulla quale voglio soffermarmi a parlare per tutta una serie di motivi.
Un primo motivo esclusivamente letterario è lo straordinario paragone che egli fa della roba che le bagnarote trasportavano, con quella della novella rusticana di Giovanni Verga, appunto “La roba”.Mazzarò, il protagonista di questa novella, è un eroe etico, “l’eroe di una virtù oramai fatta religione: la roba è idoleggiata non come roba, ma per il travaglio che è costata; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto”. “Quella roba è stata fatta con tutte le sue mani, con lo spasimo ed il batticuore, con una fatica diuturna dall’alba al tramonto, sotto la pioggia e sotto il sole”.

Il meritato riposo dopo le
faccende domestiche.
Quale accostamento mai fu più azzeccato per evidenziare il verismo e la forte simbiosi di valenza che ha nella questione meridionale anche in chiave letteraria la nostra bagnarota?
Il proseguo della novella non è altro che tutta una serie di conferme e di sintonie che trovo, rileggendo il mio scritto di dieci anni fa, sullo stesso argomento.
Sono felicissimo che Vincenzo Spinoso nel 1949, quando scrisse questa prosa, la scrisse in modo inequivocabilmente chiaro da far trasparire quello che è uno dei volti veri della bagnarota. Penso che se avesse continuato a scrivere avrebbe potuto ampliare il vuoto che ancor oggi c’è intorno a questa figura.
Insomma Spinoso è un grande anche come scrutatore della società bagnarese.
G.S.

Bagnarote trasportano un pescespada - Foto di Frank Monaco anni 60.

Il ritorno
dopo una giornata di lavoro nei boschi. Foto Caruso.
Trascrivo
questo brano, convinto che la storia narrata non sia vera ma frutto di racconti
o leggende narrate all’autore da terze persone. Conoscendo il carattere ed il
temperamento delle bagnarote, credo difficile, quasi
impossibile che esse accondiscendessero a certi ricatti. Segue un’intervista ad
una donna che ha contrabbandato per 40 per e da Messina che smentisce in
maniera netta l’episodio qui narrato e che bisogna leggere semplicemente come
una novella e non come realtà vissuta.
CONTRABBANDO
di Sascia Villari
Il
mare sembra un lago tranquillo, la sera, quando è circondato dalla corona di
luci delle coste che quasi si congiungono all'imbocco dello Stretto. La
nave-traghetto va e viene, scivola lentamente, scossa dal fremito uguale e
persistente delle macchine, e si lascia dietro una lunga e bassa scia di fumo
che si allarga sempre più fino a diventare un velo di nuvola. Le donne siedono
in circolo sui sacchi coprendoli con le loro vesti lunghe ed ampie, in un
angolo buio, tra le file dei carri che la nave ha imbarcato, e seguono sonnolente
il fruscio dell'acqua lungo i fianchi della nave, la fascia di schiuma che essa
si lascia dietro. Vanno e vengono anche loro, finché la notte le disperde
ognuna verso il proprio paese.
-
Non dormire, Grazia, - dice una.
-
Lasciami in pace: ci porti scarogna con la tua paura.
Vanno
e vengono le donne, occhi scuri e profondi, grandi piedi nudi e screpolati.
-
Parla piano, megera.
-
Se Dio vuole, qui non ci disturba nessuno.
-
A mare lo butterei questo sale, se penso ai quattro soldi che ci guadagno.
-
E chi ti prega di venire?
-
Fa'come me: risparmia sul biglietto.
La
grande ombra della nave bassa e piatta scorre lentamente sul mare: le donne
spiano attraverso le ruote dei carri, trascinando i loro sacchi da un angolo
buio ad un altro angolo buio e si parlano con brevi gesti, con la luce negli
occhi ed il bianco del volto che appare all'improvviso.
-
Che tartaruga è questa nave! Bruno passa la notte ad aspettarmi.
-
Anche in questo ci troverei gusto. E almeno varrebbe a qualcosa questa fatica.
Per me è arrivato il tempo delle pedate. Grazia sorride.
-
E' l'estate che ti fa venire questa smania? - chiese
un'altra.
Anche
se il mare non fa un'onda o un'increspatura, la nave ora comincia a dondolare
lievemente perché incontra le correnti dello Stretto, e l'orizzonte sale e
scende come un'altalena.
-E
Caterina che fine ha fatto?
-Si
prende il fresco in prigione.
-Con
una lingua così lunga, non so come ha fatto a non andarci già da un pezzo.
Portano
calze di lana che vanno dalla caviglia fin sotto il ginocchio, lasciando
scoperti i piedi forti e affaticati. Gira il fuso sospeso nell'aria come un
grosso ragno che allunga il suo filo e le punte delle dita si muovono come ad
un tempo di musica.
-Al
primo figlio ti faccio un corpetto di lana.
-Aspetta
a pensarci che prima sia sposata.
-Col
sale che porti, non ci metti niente a farti la dote e ridono insieme.
-
lo non ci penso mai, - dice Grazia tanto, pensandoci non si risolve niente.
Ora
le mani riposano sul grembo e la donna cerca nel volto di Grazia, bello e
allegro, un ricordo della propria giovinezza. Le costellazioni si inseguono
sulla nave e il Faro accarezza ad intervalli la superficie dell'acqua con un
rapido fascio di luce.
E
allora la punta di una scarpa tocca il sacco su cui una donna è seduta e si
accende una lampadina tascabile e una voce d'uomo scompiglia il gruppo.
-
Che portate?
-
Gesù e Maria! M'avete spaventato.
-Fammi
vedere questo sacco.
-E' sale per la mia casa.
-Ah,
sì? E voialtre su che cosa state facendo l'uovo?
-E' la prima volta. Ne fate passare tante.
-Donne
della malora! Avete impestato la Sicilia.
-
Per una volta che l'abbiamo fatto.
-Bella
faccia. Rubate allo Stato dalla mattina alla sera.
-Quattro
soldi di sale, signorino. E' una fatica per niente.
-Vorrei
vederteli in tasca, se sono quattro soldi.
-Sulla
vita dei miei figli.
-Ne
parliamo allo sbarco.
La
lampadina si accende e le fruga nel viso, sui fianchi, sulle gambe. Si ferma
più a lungo su Grazia e le fa gli occhi abbaglianti.
-
Ve la caverete con poco, se ci rimetterete tutto quello che avete guadagnato in
un anno.
-
Lasciate che lo buttiamo in mare, per una volta che ci è capitato di portarlo,
- implorano.
-
Sarebbe comodo, sarebbe fatica per nulla. Vale per tutte le volte che l'avete
passata liscia.
L'uomo
si siede in mezzo a loro.
-
A momenti ci siamo, - dice. - Sarei a letto a quest'ora, se non fosse per voi.
Brilla
il fuoco di una sigaretta e si riflette sul lucido cuoio nero della fondina.
-
E chi non paga, stanotte se la mangiano le cimici, - aggiunge volgendo lo
sguardo attorno. - Non volete capirlo che ormai è finito il bel tempo ? Con la guerra, per amore o per forza si chiudevano
tutt'e due gli occhi.
Una
si mette a singhiozzare.
-
Hai voglia di fare la commedia.
-
Ma come volete che paghiamo, se non abbiamo denaro?
La
lampadina si solleva di nuovo e Grazia chiude gli occhi e gira il volto.
-
E finitela!
-
Quanto ci vuole per arrivare ?
"
Vai piano ", pensano le donne " vai piano, Madonna mia ".
-
Per i nostri figli lo facciamo. Con tutto il rispetto, anche vostra madre lo
avrebbe fatto per voi.
-E
allora non c'è differenza fra una troia e una donna onesta ?
Oneste
siamo, signorino. Ma come facciamo se non abbiamo denaro? In prigione dobbiamo
andare?
L'uomo
si accarezza i piccoli baffi neri e inghiotte saliva.
-Bene,
- dice - venite a parlare col comandante.
-E
dov'è il comandante? Quella che piangeva ora si asciuga le lacrime.
-Forse
qualcosa con lui si può fare ?
Non
c'importa del sale, possiamo buttarlo. - Due donne si alzano insieme.
-
No, - dice l'uomo. - Basta che venga una.
Allora
la più anziana respira profondamente e accenna un sorriso:
-Grazia,
vai tu a parlare col comandante.
-Io?
E perché?
-E
che ti pare, che non devi andarci lo stesso se ti portano in prigione?
Le
donne tornano a sedersi. Solo Grazia rimane in piedi.
-
E muoviti allora, che gli dico io una buona parola se vieni con me.
-
Vai, vai, - dicono le donne, e nascondono anche il suo sacco sotto le loro
vesti.
Va
bene, - dice la ragazza, e si allontana con lui. E appena a due passi, le mette
una mano sulla spalla e poi scende e le fruga nel petto.
-
Bella, le dice, parlandole con la bocca sull'orecchio. E lei si addossa con le
spalle ad una parete e gli si offre.
-
Venite, - gli dice, - mettiamoci qui.
Il
porto non dev'essere lontano, perché ora la sirena della nave fa sentire il suo
urlo.
"
Vai piano ", pensano le donne " vai piano, Madonna mia ".
SASCIA V1LLARI
Intervista alla signora Domenica Careri
detta “ a Micheia”
2 settembre 2008
Di Gianni Saffioti e Rosario Molinaro

Nata nel 1932 già nel 1940
cominciò a viaggiare assieme alla mamma verso Messina dove imparò ed esercitò
per molti anni uno dei mestieri più affascinanti della bagnarota: il contrabbando.
Infatti le “Bagnarote” portavano il sale dalla Sicilia nascondendolo in alcuni posti strategici della nave traghetto, dove difficilmente le ispezioni dei carabinieri e della Guardia di finanza riuscivano a trovarlo: uno dei posti più tranquilli erano i servizi pubblici. Invece, nel treno, per sicurezza, occupavano gli scompartimenti di seconda classe ad otto posti e, dopo aver alzato i cuscini smontavamo le lamiere e vi posavano la merce di contrabbando, come il sale o la pasta. Quello era il posto più sicuro. La quantità media di merce che contrabbandavamo era di circa quattro, cinque quintali per viaggio.
Quando sulla nave traghetto la guardia di finanza riusciva a trovare la merce nascosta dalle bagnatore, poteva capitare di tutto: alcune volte i finanzieri facevano finta di niente, altre volte facevano delle multe pesanti e sequestravano la merce, altre ancora si cercava di mediare in base a chi si presentava davanti e che tipo di atteggiamento assumeva, regalando loro qualcosa. Le bagnarote conoscevano tutti coloro che effettuavano i controlli (dal finanziere al carabiniere o al capo treno di turno) ma riuscivano anche ad adeguare il proprio comportamento rendendolo di volta in volta rispondente ai diversi caratteri dei controllori che incontravano. Molto probabilmente fu anche questa loro capacità di capire la “psicologia” altrui che li aiutò spesso a persuadere anche i più severi tra gli agenti. A Messina fuori dal porto spesso venivano inseguite da alcuni agenti speciali che chiamavano “notaria” ed allora, si rifugiavano su degli scogli dietro un cavalcavia del porto fino a quando gli agenti non desistevano. Quando però si faceva tardi pur di tornare a casa per una certa ora lasciavano scivolare la pasta in mare passando poi pulite davanti agli agenti stessi. Combattevano sempre (cu l’asta e ca Cruci) e vincevano spesso.
Quello del contrabbando era un vero mestiere con il quale centinaia di bagnarote per decenni hanno contribuito all’economia familiare e in alcuni casi sfamavano i figli. Il viaggio di andata verso Messina le vedeva cariche di grano, granturco, fagioli, noccioline americane che precedentemente avevano preso a Rosarno e portato in treno fino a Bagnara, il quantitativo di queste merci non era inferiore agli otto quintali ed arrivava spesso fino a dieci.
La signora Careri ricorda un episodio avvenuto nel 1972 quando cominciarono a funzionare alcune navi nuove come l’”Iginia”sulle quali non era permesso salire a bordo attraverso il ponte auto-treni. Così per potere accedere alla nave dalla parte dei passeggeri dovevano poggiare a terra la roba e poi portare a mano la pesante ed ingombrante cesta con la merce, essendo al corrente dei rischi che correvano una volta arrivate quando dovevano passare nuovamente attraverso la piccola e stretta porta controllate dalle guardie. Cosa praticamente impossibile se non con il consenso bonario degli agenti. La signora Careri aveva un carico di ottanta chili in testa e quindici litri di olio dentro un contenitore che portava a mano, quando fu fermata gentilmente da un agente anziano della guardia di finanza di nome Marchese. Mentre la signora cercava di dissuadere l’anziano agente con il metodo classico delle bagnarote, ovvero quello che va tra il supplichevole e la faccia tosta, improvvisamente venne afferrata per il braccio da un giovane poliziotto in servizio che con decisione gli intimò “di qua non si passa”. A quel punto, la signora, sentitasi offesa per il gesto compiuto dal giovane poliziotto, cominciò a dimenarsi finchè avuta la meglio sul poliziotto, si rivolse a lui con fare minaccioso dicendo:”Tu come ti permetti, solo perché hai la divisa di mettermi le mani addosso? Io sono qui per lavorare non per farmi importunare da te, ma chi sei, sei un ragazzino rispetto a me” (naturalmente tutto in dialetto). La signora compì il gesto di buttarlo in acqua quando fu bloccata dal Nostromo che la conosceva sin da piccola, quando viaggiava e contrabbandava con sua mamma (Panuccio). A questo punto la signora Careri intuendo il pericolo di poter essere arrestata pensò che sarebbe stato opportuno salire su un aliscafo e ritornare indietro, purtroppo però una cugina la convinse a prendere il treno e così i poliziotti la condussero al comando di polizia. Il poliziotto intanto si era recato al pronto soccorso sanitario delle ferrovie perché lamentava un taglio al dito provocato da un morso della signora e si era premunito di denunciare l’accaduto. Durante il tragitto verso il comando, considerato che anche lei era rimasta contusa ad un braccio, ella stessa completò l’opera ed a via di pizzicotti duri e decisi sull’altro braccio lo riempì di lividi pronta a denunciare i maltrattamenti che aveva ricevuto. Cosi fu infatti, da una parte lei negò il morso dicendo che l’agente si era fatto male con cesto quando la voleva bloccare mettendogli le mani addosso e poi accusò l’agente stesso di averla provocata cominciando per primo ad alzare la mani abusando della sua divisa.
Redatto il verbale, la signora tenta di tornare a casa tranquilla che tutto fosse finito, invece arrivata alla stazione di Messina, fortunatamente incontrò un portabagagli che sapeva già quanto era successo e le consigliò di recarsi all’ospedale Piemonte per farsi visitare e farsi dare dei giorni di convalescenza. Cosi fece ed al ritorno a Bagnara andò a farsi visitare anche dal suo medico che confermò e continuò la convalescenza. Dopo più di un mese dall’accaduto, quando oramai la signora aveva dimenticato quella ennesima avventura, come un fulmine a ciel sereno arrivò il mandato di cattura e fu portata in prigione. Rimase in prigione 40 giorni perché l’agente offeso era in attesa di perizia al dito offeso e per di più era ricoverato a Melito Porto Salvo per una colica renale. Grazie all’intervento di suo marito, (che tornò urgentemente dalla Germania dove lavorava) e di suo fratello Domenico, la situazione si sbrogliò alla meglio. Saputo dove si trovava ricoverato l’agente colpito, decise di prendere un motoscafo ed andare a fargli visita accompagnato dal medico legale. Constatato e scritto che il dito non aveva subito nessun danno, il ventitre dicembre la signora fece ritorno a casa.
Due anni dopo ci fu il processo nel quale grazie alla testimonianza del sig. Marchese che confermò che era stato l’agente ad aggredire per primo la signora ed alla retorica dell’anziano avvocato Marutta, la situazione si concluse a favore della “bagnarota” che, invece dei tanto temuti 3 anni di carcere che le si prospettavano, se la cavò con la condizionale e un risarcimento da parte dell’agente a cui toccò anche il pagamento delle spese processuali
. Ecco alcuni passi della difesa
della signora Careri davanti al giudice: “Chi
l’ha detto sig. presidente che io ho alzato le mani? Lui ha alzato le mani su
di me e non io, io facevo solo il contrabbando perché sono momenti difficili ed
a casa ho sei figli, cinque femmine ed un maschietto e non mi sarei mai
permessa di litigare con questo cretino sapendo la responsabilità che ho sulle
spalle. Io ho chiesto educatamente permesso di poter scendere dalla nave al
sig. Marchese senza nulla ferire, invece l’agente qui presente non ha saputo
tenere la mani al loro posto e mi ha aggredita: si è
vero ho preso qualche contravvenzione per il contrabbando del sale e della
pasta, ma mai per avere alzato le mani su una divisa. Dal 1940 ad oggi, da
quando viaggio per Messina, non ho mai ricevuto nessuna denuncia per
aggressione, solo per il mio lavoro ma mai per avere oltraggiato agenti”.
A processo concluso, fuori dal
tribunale, la signora Careri avvicina l’agente che l’aveva denunciata
dicendogli queste testuali parole: “ Non mi ‘ncuntru mai supra o trenu ca ti jettu fora, ‘nta na galleria ti jettu pe tuttu chiju chi mi facisti. Grandissimo
………………..”. Poi allontanata dal marito fece ritorno a
casa. L’agente in questione fu anche trasferito da Messina a Catanzaro.
A differenza di quanto si racconta, il contrabbando era una cosa molto organizzata e nulla era improvvisato, infatti le bagnarote avevano a Messina i loro punti di riferimento, grandi magazzini di stoccaggio, dove vendere la roba che contrabbandavano dalla Calabria, inoltre compravano altra merce e la vendevano in altri magazzini in Calabria.
A questo proposito una piccola parentesi per smentire uno studioso francese che voleva a tutti costi fare folklore sulla bagnarota volendo collocare a tutti i costi in mito del baratto nell’epoca dei motori, niente di più falso.
I magazzini più grandi dove le bagnarote vendevano la loro roba erano quelli di Maimone e Briguglio.
La signora Careri ricorda che un giorno da sola caricò sul treno alla stazione di Nicotera quarantadue quintali di grano che poi portò a Messina nei Magazzini di Maimone.
Una mattina la stessa signora Carica sul treno alla stazione di Bagnara quattro quintali di “sale in pietra” che il giorno prima aveva portato da Messina e che adesso portava a Catanzaro. Partita alle sei arrivò alle otto a destinazione. A Catanzaro l’aspettavano i compratori ed i soliti controlli degli agenti. Mentre la signora scaricava il sale riconobbe tra gli agenti quel ragazzo che gli aveva fatto passare quaranta giorni in galera, questi appena la vide sparì dalla circolazione senza farsi più vedere. Il maresciallo che la nostra signora conosceva perché ogni tanto “ungeva” con qualche pezzo di “sale in pietra”, si accorse della scena ed avvicinandosi ad essa gli chiese spiegazioni. Dopo vari tentativi di minimizzare la cosa e sotto le insistenze del maresciallo fu costretta a raccontare tutto l’accaduto processo incluso. Il maresciallo non avendo quell’agente in simpatia si complimento di vero cuore con la signora che subito dopo aver venduto il suo sale riprese il treno per ritornare a Bagnara.
C’erano alcuni finanzieri che erano ligi al proprio mestiere e la signora ci tiene a ricordarli per quante ne ha passate a causa loro. Ricorda a ancora i loro nomi: Bagnato, Santacroce e La Rosa, con altri invece per far camminare la barca bastava ungerla.
Un’altra storia a lieto fine degna da film dell’epoca vede protagonisti oltre che una bagnarota detta “ a perugina” un capotreno di nome La Cava che la puntava sempre perché oltre che simpatica era costantemente senza biglietto. Lei si nascondeva ovunque, persino sotto i sedili ma spesso veniva trovata dal capotreno come in una sfida, un gioco a nascondersi che si concluse con i due davanti all’altare, sposi felici che comprarono casa grazie anche ai risparmi che lei aveva accumulato durante il suo lavoro di contrabbando e nascosto dentro il materasso. Ancor oggi vivono felicemente insieme.
Alcun testi di canzoni dialettali tradizionali bagnarote
a cura della signora Barilà Carmela
trascrizione dialettale di Mimmo Villari

1)
Cu mi portau a
stu loco pemmi cantu
vinni cu n’vapureiu senza ventu.
Figghiola, mi ‘ndi vegnu passu
passu
sutta a lu to barcunu pigghiu
pusesso.
Mi vitti lu patruni ri la casa:
“ Tu chi venisti
a’ffari peri di rosa?”
“vinni mi vi la portu la ‘mbasciata
C’a vostra figghia
la vogghiu pe ‘zzita.
Se mi la rati mi la portu
n’casa,
patruna vi la fazzu r’ogni cosa.
Se mi riciti
si cent’anni aspettu,
se mi riciti
no, subitu partu.
Ija ‘nci rispundi … e iju ‘nci rici :
Bella quando to mamma fici a ‘ttia
Fici lu hjuri i tutta a Baetta”
( Ija ‘nci rici)
“sugnu bagnatorella e mi la vantu
Su nominata per tuttu lu regnu
I Scilla vaiu e vegnu
e Bagnarota sugnu”
2)
Voliva ‘ddiventari pisci r’oru
mi mindi vaiu ‘nda ji
larghi mari.
Vinni nu piscaturi
e mi piscau
’nda la
chiazza ri Roma mi portau
vinni la me bella mm’ ccattaui
‘nda na pareia r’oru mi friju.
3)
Se ti mariti non m’abbandunari
pensa can ci fua
jeu la prima amuri
Se moro purtimmillu
lu rispettu
Lu ritratteiu meu tenilu a luttu
Se moro e mindi
vaiu in paradisu
Se non viju a ttia jeu non nci trasu
Se ti mariti pigghiti
una bella
Non tanta bella, mi teni
paura
Pigghitilla nu poco brunettella
Nu pocu dilicata di statura
Non pensari ne li robbi ne i rinari
La roba si ‘ndi vaci
all’acqua e o ventu,
a bella sempre resta ‘nde
to mani.
Veni la festa e non ta
po levari
Guardi li belli e di la pena mori.
L’importanza di come affrontare uno studio
serio sulla Bagnarota.
Il tema della bagnarota è affascinante e complesso per vari motivi. A chi vuole inoltrarsi in questo mondo in
modo facile e spassionato, consiglio l'argomento “La bagnarota,
un simbolo, uno stile di vita.” Per chi invece vorrebbe tentare la strada
impervia di uno studio ponderato, cercherò di indicare un percorso logico di
ragionamento su cui cominciare a porre le basi dello studio senza cadere, come
fanno in molti, su episodi forvianti o particolari insignificanti. Strada che
non invento io ma che altri come il Cardone, punto di riferimento per chi vuole
ragionare su Bagnara e non subire invece una storia preconcetta, hanno usato
con successo.
La prima domanda da porsi è
la seguente: Cos' è la Bagnarota.
Conseguentemente
: Quando nasce la Bagnarota.
Ed infine: Perché nasce la Bagnarota.
Cercherò di sviluppare, in
maniera elementare, una mia logica di ragionamento su come affrontare il
problema senza perdersi per strada, sintetizzando concetti semplici ed
intuibili anche se all'inizio sembreranno banali.
Se si segue la logica sino
alla fine, allora il cerchio si chiude ed il discorso torna a compiersi. Non si
apprenderà niente di nuovo, tranne qualche nozione storica, ma si imparerà a
ragionare con la propria testa; da studente, evitando la prosopopea nociva di
chi si sente professore. In sintesi, è meglio, anche se più difficile, cercarsi
una strada propria che percorrere gli errori degli altri; e tutti sbagliamo!
La bagnarota
ha avuto modo di esistere perché esiste Bagnara. Questa affermazione
sembra scontata ed insignificante. Infatti lo stesso in teoria lo si potrebbe
dire per le abitanti e le città di ogni parte del mondo. Però non è così. Il
termine bagnarota ed il suo significato in
particolare sono strettamente legati al luogo (Bagnara) più di ogni altro paragone
possibile.
In altre parole, quando si dice “bagnarota” si
capisce di cosa si sta parlando. Mentre se si parla di altre donne di altri
luoghi per capire bisogna scendere in casi e in situazioni precise. Per esempio
se si parla delle donne di Melissa si sa che si parla di quelle donne che
morirono ammazzate insieme ai loro uomini per difendere le terre che avevano
occupato. Quando invece si dice “bagnarota” la mente
va dritta non ad una figura femminile, ma ad un mondo ed una società che
vivevano ed operavano quasi esclusivamente in funzione di questa figura.
Oggi il mondo è cambiato, dopo
la seconda guerra mondiale la società dove essa viveva, ed aveva un ruolo
attivo e di primaria importanza, non esiste più. Lentamente ma inesorabilmente,
la società evolvendosi ha dato a questa figura un ruolo sempre meno
significativo, tanto che da decenni, cioè da quando il motore a scoppio si è
imposto nella nostra società, la bagnarota non esiste
più.
Il sostituto naturale della bagnarota è stato il motore a scoppio, quello
che permette alle macchine di correre e di arrivare prima.
Come una volta esisteva il
campanaro che puntuale tirava le pesanti corde per suonare le campane, oggi,
grazie alla tecnologia, le campane si suonano pigiando un tasto del telecomando grazie
all'elettronica, che ci permette di programmarle e di avviare il loro suono
anche a chilometri di distanza, quando noi lo decidiamo.
La tecnologia, il progresso,
le macchine in genere hanno sostituito il lavoro degli uomini e delle donne,
specie quello pesante. E' naturale che in un mondo
così fatto (quello bagnarese), dopo secoli di vita dove trasporti e commercio
erano in mano alle bagnarote ecco che, al loro venir
meno si capisce e si sviluppa l'importanza che hanno avuto nel contesto sociale
della nostra cittadina. E non per degli avvenimenti particolari o episodi sporadici, ma
per la costanza ed integrità del loro impegno secolare a far evolvere una
cittadina come Bagnara, accettando e tramandando un ruolo pesante e difficile
da sostenere, che solo l'esigenza e la difficoltà di un paese tagliato fuori
dal mondo, senza vie di comunicazioni transitabili da carri o bestiame, poteva
avere.
E'
tutto questo vi sembra poco? Non merita uno studio serio ed opinato?
La bagnarota
è stata l'elemento che ha ovviato a tutto ciò. La bagnarota
è stata l'anima ed il motore di una Bagnara che per secoli ha primeggiato in
provincia ed oltre. La bagnarota è stata l'artefice,
forse un poco anche “maliziosa” della rinascita di Bagnara dopo il terremoto
del 1783, quando il nostro paese perse quasi tutti gli uomini adulti. Questo
argomento, di enorme importanza, è ancora da sviluppare e portare
integralmente alla luce.
La Bagnarota
è stata simbolo di
Bagnara e non per scherzo. Simbolo più volte deriso per
incompetenza ed ignoranza di chi lo ha sfruttato, lo sfrutta ancor oggi e lo
sfrutterà domani per fini non proprio nobili. Mai nessuno gli ha dato una
storia degna del suo impegno e della sua importanza. Solo sfruttamento come
merce culturale. E’ vergognoso come “la nostra storia venga oggi così trattata”, non
un briciolo di ritegno e tutti a pontificare senza avere mai contribuito allo
sviluppo dell’ argomento. Sempre prendere, mai dare.
Un insieme di situazioni
dettate dalla posizione geografica della nostra città, e parliamo di Bagnara
centro, hanno fatto di questo luogo per secoli l'ottava delle isole Eolie, sia
per linguaggio, che per usi e costumi, lontana dal resto del mondo.
L'unica strada percorribile a
cavallo o con mulo era quella ancor oggi esistente, anche se adesso molto più
stretta perché abbandonata, che risale lo Sfalassà e
che conduce a Solano, alla vecchia strada romana. Quella era la via di
comunicazione principale di Bagnara, quella che probabilmente percorsero
Ruggero I e Roberto il Guiscardo.
Per la società bagnarese,
sola e destinata all'autodistruzione, l'alternativa è arrivata grazie alle bagnarote che per secoli si sostituirono a qualsiasi mezzo
di locomozione e comunicazione.
E' su
questi concetti, partendo da basi di conoscenza solidi e precisi, che si può cominciare
a fare un discorso compiuto sulla bagnarota, l'unica
vera bagnarota, il resto è pura stravaganza di gente
che scrive senza conoscere Bagnara. Perché la bagnarota
è stata Bagnara e viceversa, e poco importa di episodi che possono estraniare
il discorso e magari strumentalizzarlo a dovere. Sul lato strettamente storico
la bagnarota è stata questo. Se poi si vuol
continuare a parlare di storie marginali e condire articoli ad effetto scrivendo
cose assurde in contesti molto marginali, beh, allora chiamatela in un altro
modo ma non bagnarota. La bagnarota
è stata una cosa seria, non un episodio su cui fare poesia.
E' facile insistere testardamente a proseguire
sugli stessi errori, più difficile è capire l'importanza del tema e di quello
che potrà essere uno sviluppo importante, fatto di ricerche, documentazione,
interviste, studio e sudore. Già! Perché sudare?
g.s.
Trasporto di un grosso pescespada. Anni 60. Una venditrice di
limoni. Anni 60.
CAPITOLO QUATTRO
Cenni di
cronaca sulle fasi più importanti della ricostruzione della città dopo il terremoto
del 1908 fino alla nascita del primo governo cittadino dopo il fascismo.
(da interviste al rag. Manlio Pistolesi , dott.
Carmine Versace e documenti vari)
La ricostruzione della cittadina dopo la provvisorietà dei baraccamenti post terremoto 1908, che durarono molto a lungo, fu lenta e molto disordinata. Diciamo inoltre che dopo l’amministrazione del dott. Messina (dal 1909 – al 1914), che diede esempio di competenza e serietà il paese fu devastato dalla solite beghe tra i due partiti tradizionali Bianchi e Rossi e cosi tra liti e ricorsi non si ebbe più una giunta comunale che durasse per tutta una legislatura fino al 1960. Ecco un prospetto di come lasciò il paese la giunta Messina nel 1914.
Le opere eseguite, in esecuzione, appaltate ed
approvate ed i costi relativi a tutti i lavori di quella legislatura furono per
il tempo di notevole entità basti pensare che il totale alla fine sarà di
1.638.890 lire.
|
Edificio municipale |
115000,00 |
|
Carceri mandamentali |
69000,00 |
|
Impianto luce elettrica nei quartieri
baraccati (materiale ed opere) |
32175,00 |
|
Lavatoio pubblico al centro |
3511,27 |
|
Lavatoio pubblico a Porelli |
36000,00 |
|
Ricostruzione orologio pubblico |
1666,65 |
|
Sistemazione tratto strada Nazionale
nell’interno dell’abitato |
8000,00 |
|
Concorso spesa copertura baracche
passate proprietà del comune |
8139,60 |
|
Registro d’Anagrafe |
3600,00 |
|
Sistemazione strade Pantano e Pomarelli (approvata) |
1600,86 |
|
Conduttura acque potabili quartieri
baraccati e bocche incendio |
143000,00 |
|
Completamento della fognatura e
sbocco a mare |
82000,00 |
|
Incanalamento acque reflue Porelli e Martica |
11880,00 |
|
Ricostruzione edifici Cimitero
Comunale |
23000,00 |
|
Illuminazione elettrica Corso
Vittorio Emanuele |
1567,00 |
|
Riparazione strade e sgombri a causa
dell’alluvione 1911 con costruzione 8 baracche a due vani |
29000,00 |
|
Costruzione pubblico mercato (in
corso di esecuzione) |
27000,00 |
|
Sistemazione baraccamento Ceramida
(in corso di esecuzione) |
9800,00 |
|
Boa d’ormeggio ( 2
volte in appalto rimasta deserta
l’asta) opera dello stato |
20000,00 |
|
Conduttura acque frazione Pellegrina
(in corso d’appalto) |
43000,00 |
|
Conduttura acque frazione solano (in
corso d’appalto) |
9450,00 |
|
Costruzione pubblico macello (in
corso d’appalto) |
45000,00 |
|
Costruzione strada Frazione Marinella
(in corso d’appalto) |
28000,00 |
|
Edificio scolastico (progetti ed
opere approvate) |
305600,00 |
|
Demolizione e sgombro aree private
(progetti ed opere approvate) |
272000,00 |
|
Conduttura acqua baraccamento Ceramida (in corso
progetto) |
|
|
Sistemzaione Strade “ Pirara
“ e “ Suricello” (progetti ed opere approvate) |
9500,00 |
|
Sistemazione strada S, Barbara
(Pellegrina) |
33000,00 |
|
Chiesa Matrice |
47000,00 |
|
Trasporti funebri (automobile) (spesa
approvata) |
12000,00 |
|
Telegrafo Pellegrina e Ceramida |
1350,00 |
|
Telefono Bagnara |
|
|
Autopompa ed attrezzi contro gli
incendi |
20800,00 |
L’amministrazione che progettò la
ricostruzione della cittadina dopo il terremoto era cosi composta:
|
Sindaco Dott. Giuseppe Messina |
Ass.On.Avv.Giuseppe Albanese |
Ass. Spoleti Pasquale |
|
Ass. Notaio Biagio Marra |
Ass. Dott. Cesare Candido |
Ass. Avv.VincenzoDi
Pino |
|
Ass. Cardone Letterio |
Cons.Avv.Giuseppe Pugliese |
Cons.Dott.Carmelo Savastano |
|
Cons. Careri Pasquale |
Cons. Peria
Pietro |
Cons. Pedace Demetrio |
|
Cons. Leonardis Annunziato |
Cons. Ciccone Giuseppe |
Cons.Caratozzolo Carmine |
|
Cons. Lopresti Carmelo |
Cons. Tomas Giovanni |
|
Il 24 luglio del 1914 dopo una velenosissima campagna elettorale fatta a colpi di manifesti e calunnie contro l’amministrazione uscente create ad arte sui giornali dell’epoca, il partito dei Rossi perse le elezioni. Per Bagnara comincia un periodo molto buio.
Dunque vinsero i Bianchi e fu eletto sindaco in sig. Giuseppe Lupini come leggiamo dalla lista ufficiale dei candidati del Partito dei Bianchi. La storia, che racconteremo per intero in altro scritto, ci narra che a causa delle continue lamentele del popolo che non gradiva in nessun modo quell’amministrazione si susseguirono vari tumulti che costrinsero prima il Prefetto a commissariare il comune (19 agosto 1917) e poi direttamente il Re con un decreto reale a sciogliere il consiglio comunale (10 marzo 1918), regalando al paese una serie di commissari prefettizi.
Nel 1923/24 tutte le case popolari costruite sul viale Turati e sul corso V. Emanuele II, furono progettate con calcoli in eccesso riguardanti la quantità e la grossezza del ferro (diametro di 3 centimetri circa per legare i pilastri). Per poterlo mettere in opera sul posto le tecnologie dell’epoca permisero solo di usare forge per scaldarlo e piegarlo sul posto.
Il muretto del viale Turati fu realizzato nei primi anni venti. Nel 1927 fu abbattuto dal mare perché era tutto in pietrame. Quando fu rifatto la sua struttura previde anche dei pilastrini di cemento armato con sopra una base in marmo di grosso spessore.
Subito dopo negli anni 1935 e 36, durante la guerra d’Africa, fu ampliato e rifatto il corso medesimo contemporaneamente alla costruzione della prima fognatura principale di Bagnara che sfociava a Marturano e che qualche anno dopo fu prolungata fino a Cacilì. La ditta Galasso appaltatrice dei lavori, la diede in sub appalto alla ditta De Forte Giuseppe, che cominciò prima come impresa fornitrice e poi continuò nella sua realizzazione.
Ma com’era lo smaltimento dei rifiuti solidi umani prima della costruzione delle fognature? Gli escrementi venivano raccolti in dei contenitori chiamati cantari, e la mattina presto, le donne di casa li portavano in riva al mare; mentre nei quartieri alti, a Porelli dove le fognature furono costruite qualche anno dopo, gli escrementi venivano svuotati dall’alto in località Galicea. Queste operazioni, oggi neanche pensabili, erano usi comuni di vita quotidiana, e succedeva così anche nelle botteghe artigiane, dove il garzone ultimo arrivato, aveva il compito di svuotare il cantaro.

Il muro della via marina distrutto dalla mareggiata
del 1927. Arc. Pavia
La prima grande opera pubblica edificata dopo la costruzione del municipio fu l’edifico scolastico per le scuole elementari del centro, tra il 1931 e 32 posto sul corso V.Emanuele II.

Le prime scuole elementari del centro.
Durante la seconda guerra mondiale furono costruite delle case alloggio per gli sfollati al rione Valletta in via Predappio parallelamente al corso V. Emanuele II. Questi alloggi furono costruiti in muratura senza pilastri in cemento armato. Solo il solaio venne costruito in cemento armato, per il resto tutto fu fatto in muratura di pietra ed ogni 60 centimetri una fila di mattoni per mantenerne la stabilità, senza colonne portanti. Tutto ad un solo piano. Strutture simili furono poi anche costruite al rione Inglese.
Nel periodo dei bombardamenti furono costruiti dei rifugi per la gente, che funzionarono più da paraschegge che altro. Essi furono costruiti in piazza Marconi ed in piazza Municipio. Furono poco utilizzati, in quanto la gente preferì rifugiarsi nelle gallerie.
Dopo la caduta del fascismo, le truppe inglesi che avevano preso possesso della nostra cittadina, organizzarono la prima amministrazione comunale, nel tentativo di rilanciare una vita sociale democratica e di diritto per tutti i cittadini.
Così vennero scelti per formare il governo cittadino alcuni tra gli antifascisti più rappresentativi che si erano opposti al vecchio regime. La scelta cadde su esponenti di area socialista che, come del resto accadde in tutti gli altri paesi della nazione, furono preferiti agli esponenti più “estremisti”, comunisti o altro. Tra gli antifascisti più attivi e rappresentativi di allora ne vogliamo ricordare qualcuno: Vincenzo Vizzari, detto “mastru Vicenzu u ZZitu” calzolaio di fede socialista; Diego Versace sarto ed intellettuale di animo socialista conosciuto come “don Ddecu”, l’ng. Vincenzo Gioffrè, anche questi socialista. Altri, come il Geometra Oscar Pistolesi, l’avvocato Isaia, persona molto colta, Pietro Famà, Rocco LoPresto detto “u maritatellu” “mastru” Raffaele Occhiuto artigiano del ferro (forgiaro), e Pasquale Pavia artigiano del taglio e cucito diplomatosi a Genova nel 1938 e che in quel tempo aveva la sartoria in via Santa Maria delle Grazie erano di tendenza comunista. Alcuni di quest’ultimi finivano spesso preventivamente in prigione ogni qual volta in paese arrivavano in visita delle personalità fasciste.

Ing. Vincenzo Gioffrè scelto dagli inglesi come
commissario della cittadina subito dopo l’era fascista.
Dai registri comunali bagnaresi risulta che il prefetto di Reggio Calabria Priolo nel 1944 designò l’ing. Vincenzo Gioffrè e Diego Versace rispettivamente come commissario e vice commissario con l’incarico di governare la cittadina e prepararla alla nuova fase democratica.
Lentamente l’attività e la dialettica politica coinvolsero i cittadini e ben presto nel giro di poco tempo la vita sociale tornò alla sua normalità con la ricostruzione dei partiti politici e le conseguenti elezioni amministrative. Nacquero cosi la Democrazia Cristiana, la Democrazia del Lavoro, i Demolaburisti, i Liberali ed i Partiti Comunista e socialista.
Oscar Pistolesi leader del partito comunista da subito si prodigò in maniera che gli ultimi piccoli focolai sociali, tra quelli che ancora sostenevano il fascismo e gli antifascisti, si consumassero rapidamente, e per questo insistette per farliberare tutti i capi del fascismo locale che erano stati rinchiusi in una cantina adibita a prigione. Le motivazioni del Pistolesi convinsero le autorità competenti e così tutti furono liberati. La cronaca ci racconta infatti che, a parte qualche eccezione, a Bagnara il sistema di repressione fascista non fu duro e vendicativo come in altre zone, e considerato che non si contarono mai episodi di gravi persecuzioni e che nessuno deifascisti incarcerati si macchiò di gravi crimini, anzi qualcuno era sempre stato di animo molto generoso, la sua politica ebbe buon fine.
In questo periodo fu ricostruito il Ponte Caravilla distrutto durante la seconda guerra mondiale dai tedeschi in fuga. La costruzione fu affidata dalla ditta del geom. Oscar Pistolesi che la ebbe in sub-appalto dalla ditta dell’ing. Giunta di Reggio Calabria.

Geom. Oscar
Pistolesi. La tessera del P.C.I. di Oscar Pistolesi del
1946.

Il ponte Caravilla distrutto
dai tedeschi e poi durante la ricostruzione. Arch. Pistolesi.
Alle prime elezioni libere nel 1946 il popolo scelse come sindaco Francesco De Leo. Alle sue dimissioni venne eletto nel 1947 l’avvocato Pugliese di area liberale, che teneva i comizi dal balcone della sua casa, all’incrocio tra il corso V. Emanuele II e via F. Catalano.

La casa dell’avvocato Pugliese. Cart. Serie
Caratozzolo.
Dopo la prima crisi municipale il primo commissario del paese fu Vincenzo Milazzo, che poi si presentò alle elezioni e fu eletto sindaco grazie all’appoggio di una lista civica che ottenne la maggioranza assoluta. Vicesindaco e ideatore della lista civica fu il dott. Barilà.
Dimessosi per malattia il sindaco Milazzo, la Democrazia Cristiana indicò sindaco il comm. Gregorio Gioffrè indipendente eletto nella lista civica che restò in carica dal 1955 al 1957. Il dottor Barilà Sorà non gradì questa scelta e nelle elezioni successive, capeggiò una lista civica in opposizione a quella della Democrazia Cristiana, e vinse le elezioni. Ma al momento della proclamazione degli eletti, fatta dal giudice presidente del primo seggio elettorale, venne presentata dai rappresentanti della Democrazia Cristiana eccezione di ineleggibilità per il dott. Barilà, in quanto questi ricoprendo l’incarico di medico delle carceri per cui riceveva un compenso dal comune di Bagnara, secondo i ricorrenti doveva essere ritenuto ineleggibile. Tale diatriba giudiziaria cui presero parte come avvocati luminari di diritto amministrativo come il professore Silvestri dell’Università di Messina, durò più di un anno fino a che nel 1957, giunse la sentenza definitiva ed il Dott. Barilà Sorà fu dichiarato ineleggibile e decadde dalla carica di consigliere comunale e quindi da sindaco.
Molti giovani politici bagnaresi di sinistra nel dopoguerra frequentarono la sartoria di Diego Versace, vera officina politica progressista, fra i tanti ricordiamo il giovane avvocato Giovanni Capoferro che negli anni successivi divenne esponente di primo piano del P.C.I. bagnarese, nonché segretario e consigliere comunale per tantissimi anni. Così come una nuova classe di giovani di ispirazione cattolica e provenientidalle associazioni cattoliche, formarono assieme ad alcuni esponenti sopravvissuti del Partito Popolare la nuova classe dirigente della Democrazia Cristiana di Bagnara.
Dove oggi c’è il municipio, anticamente vi era locata la pescheria. L’antica pescheria, quando fu costruita aveva le strutture in ghisa lavorate altrove e poi montate sul luogo. Quando si realizzò il corso V. Emanuele II fu smontata e ricostruita più a nord e dalla parte opposta, dove oggi c’è la sede dell’Asl come testimoniano tante cartoline d’epoca.

Il vecchio mercato cittadino. Cart. Anni 70.
Il palazzo comunale in stile liberty finito di costruire nel luglio del 1914, sostituiva quello oramai vecchio ed inadeguato che si trovava tra via Gaezza e piazza Cesare Battisti. A causa dei gravi danni provocati dalla seconda guerra mondiale, nel 1950 si riuscì ad avere un finanziamento per ricostruirlo interamente nuovo su progetto dell’architetto Francesco Albanese.
Tra il municipio e l’ufficio postale e la ex capitaneria di porto, lato canalello, c’era il capannone dei vigili del fuoco che, per agevolare la costruzione della nuova casa comunale, si spostarono sul corso Garibaldi all’altezza della vecchia casa De Leo. I pompieri abbandonarono definitivamente Bagnara quando negli anni settanta la ditta Pistolesi costruì un palazzo nel luogo dove essi risiedevano.

Il municipio in stile liberty. Il nuovo municipio negli anni 60.
La demolizione del vecchio Municipio e la ricostruzione del nuovo fu opera della ditta Oscar Pistolesi negli anni 1950/51/52. L’opera, a causa delle lentezze burocratiche e la lievitazione dei prezzi, non fu completata. Infatti prevedeva un piano cantinato che non fu più realizzato per la mancanza di finanziamenti.
La prima costruzione del dopoguerra a 6 piani, nel rispetto delle norme antisismiche che prevedevano un limite di 21 metri di altezza, fu realizzata dalle ditte Pistolesi – De forte in via don Minzioni. Fu la prima casa con ascensore. Altri due palazzi a sei piani sorsero subito dopo, uno sul corso Garibaldi e uno sul corso V.Emanuele davanti alla piazza Marconi, quest’ultimo era un lotto moderno ed elegante di case popolari che l’INA CASA costruì su un suolo centralissimo che l’amministrazione allora guidata da Diego Versace riuscì con grande determinazione a destinare a questa finalizzazione, vincendo le forti resistenze della famiglia De Leo proprietaria del terreno.
Il ponte Sfalassà fu costruito negli anni sessanta dalla ditta Pistolesi. Nell’occasione, oltre al ponte furono anche ripristinate le briglie per salvaguardare sia il ponte sia il muro del campo sportivo.
Un secondo ponte sullo stesso fiume, affiancato al primo fu costruito in sub appalto dalla ditta Benito De Forte che nell’occasione ricostruì anche il muretto della via marina.

Il vecchio muretto tra la spiaggia ed il viale Turati
negli anni settanta, distrutto da una forte mareggiata.
CAPITOLO CINQUE
Le bande cittadine
fino al 1985
(da due lunghe interviste al sig. Francesco
Versace e al sig. Luigi Oriana, ed alcune notizie tratte dal Cardone)
La banda cittadina, come punto culturale di riferimento forte per il paese ha una sua logica ed incisività fino agli anni settanta. Volendo essere buoni possiamo considerare anche gli anni ottanta come punto di travaglio culturale della società e la decadenza di un costume, la banda appunto, che non ha più trovato una sua logica sistemazione all’interno della stessa. La decadenza della nostra banda non è un caso isolato, ma è dettata a livello nazionale dal cambiamento della società, dalla sua evoluzione, al cambiamento dei gusti ed all’inventiva sociologica che, prima con la televisione e poi con i vari intrattenimenti elettronici e digitali, ha offuscato e messo in secondo piano le bande cittadine. Nel nostro piccolo mondo bagnarese, furono le due principali congreghe per prime ad eliminare i palchetti in ferro dove le bande si esibivano, e da quel momento l’attività delle bande fu lentamente ridimensionata. Al giorno d’oggi la loro apparizione è legata quasi esclusivamente alle feste cittadine. In un mondo che cambia, la banda per non morire avrebbe bisogno di rinnovarsi concettualmente. A mio giudizio, al di là degli sforzi che oggi si fanno per portarla avanti, nella società odierna, essa non ricopre certamente il ruolo che aveva fino a qualche decennio fa. Per questo la nostra storia si ferma agli anni ottanta. Dopo che il ruolo che essa svolgeva è culturalmente cambiato. Dischi, radio, video, hi fi, hi tech ecc. ecc. l’hanno sostituita.

A sinistra il palco della chiesa del Carmine, a destra
dietro il gruppo di persone, quello della chiesa del Rosario.
Ricostruita la città dopo il terremoto del 1783 su un terreno pianeggiante e comodo, Bagnara e la sua gente sentirono l'esigenza di avere sul nuovo sito delle strutture moderne tali da poter competere con gli altri centri vicini e rendere la cittadina gradevole ai molteplici viandanti (commercianti, turisti, militari, uomini di governo, ecc.) che vi sostavano.
Dopo l'ennesima alluvione, quella del 1816, molte strutture importanti furono portate a compimento. Così fu per la piazza del Popolo che originariamente si chiamò di Sant'Angelo, per il ponte Caravilla, che prese il nome di chi lo progettò, ed anche per quello sullo Sfalassà.
Per non venir meno al sempre più insistente volere della cittadinanza che da tempo chiedeva una banda musicale, nel 1835 il sindaco Arcidiacono ottenne di fondare a Bagnara il primo corpo musicale.
Composto da trentadue elementi, il gruppo creò in paese una simpatia tale da coinvolgere la popolazione e soprattutto i giovani a coltivare l'arte della musica.
In una delibera del 7\12\1865 il consiglio comunale nominò il maestro Vincenzo Putortì direttore della banda cittadina. Gli venne concesso uno stipendio per l'insegnamento della musica ai ragazzi ed inoltre fu attribuito alla banda stessa un finanziamento annuo per le prestazioni pattuite. Durante i mesi estivi il gruppo musicale si esibiva in piazza del Popolo due volte alla settimana.
Come succede nelle migliori famiglie, anche all'interno della banda musicale bagnarese sorsero dei problemi, i quali divennero estremamente gravi nel 1875, tanto da costringere la giunta a sciogliere il gruppo e rifondarlo.
A dirigere il nuovo corpo musicale fu chiamato il maestro Bagalà. Riuscì a tenere per soli due anni, nel 1877 la banda fu nuovamente sciolta.
La musica era divenuta un qualcosa di cui la cittadina non poteva più fare a meno ed era triste e penoso per i cittadini rimanere senza la banda municipale.
Tanta fu la passione e la volontà di continuare una tradizione valida e sana, che nel 1896 la giunta comunale fu costretta a deliberare il riordino della banda comunale.
Fu bandito in quello stesso anno un concorso per direttore del nuovo gruppo bandistico che stava per costituirsi. Furono presentate 2 domande per il posto di direttore musicale e 58 per i 40 posti a disposizione per la composizione del gruppo musicale.
Per il posto di direttore parteciparono il maestro Calì Gerolamo ed il maestro Francesco Alati.
Il mestro Francesco Alati
In quell'anno la città era governata dal partito dei bianchi, i quali scelsero il Calì come direttore bandistico che a sua volta esaminò i bandisti candidati formando la nuova banda.
Tre anni dopo, precisamente nel 1899, il sindaco cav. Candido e la giunta del partito dei Rossi, licenziarono il maestro Calì e consegnarono la banda nelle mani del maestro Alati.
Immediata conseguenza fu che il maestro Calì formò un secondo gruppo musicale che venne denominato gruppo musicale Bianco. Un'etichetta venne affibbiata anche alla banda guidata dal maestro Alati. Il gruppo da lui guidato, ossia quello municipale, venne chiamato banda Rossa.
In sintonia con i due partiti politici allora esistenti, i Bianchi ed i Rossi, le due bande cittadine dalla fine dell'ottocento e fino all'avvento del fascismo diedero vita ad una gara continua fatta di passione, bravura ed approfondimento della conoscenza musicale.

Due immagini della banda bianca.
L'antagonismo servì ad accrescere il valore e la notorietà dei due gruppi anche fuori del paese ed in special modo la banda Rossa si fece conoscere in tutta l'Italia per i successi ottenuti in varie manifestazioni bandistiche nazionali.
Nel 1920, il maestro Alati ed il suo corpo musicale furono premiati con il diploma di primo grado al concorso bandistico nazionale di Orbetello sotto il patrocinio del maestro Giacomo Puccini.
Il 4 settembre del 1921 lo stesso gruppo bandistico ottenne a Firenze, in occasione dei festeggiamenti del seicentesimo anno dantesco, la medaglia d'oro con relativo diploma, vincendo il concorso per gruppi musicali che era stato bandito per l'occasione.
A tale proposito si racconta di alcuni episodi avvenuti durante le giornate della manifestazione che videro la banda bagnarese come protagonista.
La cronaca di allora ci dice che il giorno prima della finale ad ogni banda partecipante fu assegnata una piazza dove potevano provare ed alla sera allestire un piccolo concerto. Alla banda Rossa, toccò una piazza di periferia. Mentre lì stavano concertando un commissario del concorso giunto per osservare l'andamento delle prove, dopo aver ascoltato un po’ la banda, diede disposizioni che la stessa fosse trasferita nella piazza più importante della città, ovvero piazza della Signoria. Quella stessa sera la banda bagnarese ottenne un grosso successo sia di consensi che di pubblico.
Nel 1922 il successo per la banda Rossa arriva nella capitale dove partecipò al secondo convegno bandistico nazionale indetto dai periodici della carta stampata e ricevendo la medaglia d'argento offerta dal ministero della marina italiana.

La banda rossa
a Orbetello. La banda Rossa a Roma - altare della Patria.
Il giorno dopo, a concorso finito, le bande furono riunite per il concerto finale diretto dal maestro Mascagni. Il programma prevedeva "La gazza ladra". Durante le prove, sentiti i tamburi, ordinò loro di accordarsi con quello bagnarese. Al tamburo della formazione Rossa c'era un certo Francè, il quale pur non conoscendo la musica aveva un buon orecchio ed un rullo velocissimo che gli permettevano grosse prestazioni. Mascagni lo notò subito onorandolo dell'apertura del brano. Nella formazione bagnarese, ai timpani c'era il sig. Tommaso Scordo, uomo di impegno cristiano e sociale che per molto tempo ha dato il suo contributo al paese anche in politica.
Infine citiamo il diploma di primo grado che la banda Rossa ottenne a Messina nel 1923 durante il convegno bandistico annuale a cui partecipò anche la banda Bianca.
Si conclude così la pagina di successi che la banda Rossa ottenne in lungo e largo per la penisola.
Da questo momento in poi il fascismo mette fine alla rinascita culturale del paese, sciogliendo le bande e fondando il gruppo musicale della Milizia.
Ai bandisti pur di continuare a suonare, furono offerti dei posti di lavoro alle ferrovie discriminando però quasi tutti i componenti della banda Rossa che in buona parte emigrarono in sud America, in conseguenza della grave situazione economia che persisteva in Italia e in particolare nel sud.
Anche i due maestri si dovettero adeguare alle nuove regole e furono costretti a dirigere la banda un anno ciascuno.
Si svuotarono gli entusiasmi, tutto si perse e con la rassegnazione in tasca il livello del corpo musicale si abbassò notevolmente di qualità.
Si perse pure il detto che diceva: se vai a Bagnara e jisi na petra, senti sonari.
Una menzione a parte merita il maestro Domenico Valenti. Emerso dalle file della banda Rossa per capacità tecniche e bravura, si diplomò al conservatorio di Milano perfezionandosi poi a S. Cecilia in Roma. Divenne maestro della banda di Chieti che negli anni trenta fu considerata banda di Stato e che Mascagni definì la più grande del mondo.
Nato a Bagnara il 2 gennaio del 1890, morì a Chicago l'11 settembre 1934 durante la fiera universale alla quale era stato invitato con la sua banda. Oggi le sue spoglie, tristemente dimenticate dalle autorità, riposano nel cimitero bagnarese.

Valenti al centro della foto a Chicago, a destra
l’arrivo della salma di Valente alla stazione di Bagnara.
Il maestro Calì cessò la sua attività per raggiunti limiti di età. Al suo posto fece una breve apparizione il maestro Leonardis, un bandista di notevole valore che dopo aver preparato diversi allievi finì tra le file della banda municipale di Reggio Calabria, fu Vincenzo Dato, squisito clarinettista.
Intanto il maestro Alati continuava la sua opera di ricostruzione della banda dopo che molti avevano lasciato per emigrare. Egli fece esordire alcuni allievi molto preparati, nel 1933 fu la volta di Francesco Gioffrè, ottimo flicornino solista che purtroppo dovette lasciare l'attività per un piccolo incidente ai denti e che adesso è un rinomato fotografo della cittadina. Nello stesso anno esordì Salvatore Saffioti, figlio di Giambattista già musicante della banda Bianca. Egli lascia la banda nel 1948 a favore del gruppo bandistico di Borgia per poi spostarsi negli anni successivi in bande di sempre più grosso prestigio come quelle di Atessa in provincia di Chieti e Gioia del colle in Puglia.
Nel 1939 altri allievi fanno il loro esordio, tra gli altri ricordiamo Francesco Versace, (flicorno contralto) che ancora oggi fa parte attiva dell'attuale gruppo bandistico cittadino. Altri bandisti che esordirono in quegli anni furono Gioffrè Vincenzo, (quartino) Gioffrè Annunziato, (corno) Versace Giuseppe, (corno) Dante Leone, (basso baritono) Russo Cecè (tromba) Luigi Oriana (corno), D'Agostino. La caratteristica di questo gruppo bandistico era quella di essere composta per la maggior parte da artigiani tra i quali i più numerosi erano sarti, barbieri, falegnami, calzolai e muratori. Alcuni musicisti di valore come Fedele nel 1935 e Chillè nel 1948, emigrarono nelle Americhe e diedero vita a nuovi gruppi musicali.
Nei due anni successivi la fanfara della provincia di Reggio, si prese una bella rivincita sfiorando la vittoria sia nel 41 che nel 42 nel medesimo trofeo bersaglieri che si svolgeva come di consuetudine a Roma. Dopo tutti gli eventi che portarono l'Italia dalla caduta del Fascismo alla proclamazione della Repubblica, il gruppo bandistico bagnarese venne ricostruito e nel 1945 fece la sua prima uscita fuori paese per suonare a Scilla. Nel 1950, grazie all'opera ed alla generosità del commendatore Mezzetti, la banda riacquistò vigoria e tono. Egli finanziò la spesa per le divise della nuova banda cittadina che venne riordinata grazie all'impegno di alcuni musicanti come Francesco Gioffrè (Iocunalo), sotto la guida del maestro Francesco Alati, meritandosi per questo la nomina di confratello onorario dell'arciconfraternita del Rosario.

La banda con
il maestro F. Alati al centro assieme al comm. Mezzetti e la moglie.
Con il passare degli anni il cammino del gruppo bandistico cominciò a farsi sempre più pesante, pressato dalla società in fase di trasformazione.
Intanto altri musicisti di notevole valore si affacciavano sulle scene, alcuni li vediamo nella foto, come Carmelo Sofio (tromba), che nel 1966 e per due anni da vita ad un nuovo gruppo bandistico chiamato Risveglio Musicale. Da citare sono i componenti della famiglia Dato, e precisamente: Giovanni (clarino), Santino, Antonio (tromba), Vizzari Rocco (bombardino), Dato Antonio (solista trombone), Coletta Rosario (sax contralto), Cosentino Giuseppe (sax tenore), Cardone Carmelo (sax soprano), Dante Francesco, Inoculano (trombone), Cosentino Salvatore (trombone), Gioffrè Annunziato (corno), Morello Giuseppe (flauto), Militano Giovanni e Fondacaro Simone (Sax Tenore), per arrivare ai primi anni sessanta. Tanti altri musicisti contribuirono allo sviluppo ed all'affermazione del corpo musicale bagnarese, ma citarli tutti è impossibile.
Durante gli anni cinquanta, la banda cominciò lentamente ad essere sostituita da cantanti o comici. La televisione conquista il primato dell'informazione, avvicinando il mondo, la gente comincia a perdere l'interesse per la banda che fino a quel momento era, se non il solo, certamente lo strumento più importante di affinità tra i bagnaroti. Sparirono i servizi di palco, tantoché le due confraternite principali, Carmine e Rosario, smontarono i palchetti in ferro battuto adiacenti le rispettive chiese dove le bande si esibivano.
In poche parole, nel nostro paese “le pietre smisero definitivamente di suonare“.
Il maestro Alati, oramai in età avanzata, lasciò il posto al figlio Vincenzo che la guidò fino alla fine degli anni settanta. Il nuovo maestro preparò una decina di ottimi allievi che completarono gli studi al conservatorio di Reggio Calabria.
Egli morì prematuramente colpito da un male improvviso lasciando la banda senza maestro.
A conclusione di questo lungo periodo di impegno e di amore che i bagnaresi hanno avuto per la musica, vorrei ricordare come, nonostante la rivalità dividesse quasi nettamente gli schieramenti dei Bianchi e dei Rossi, i giovani durante l'ora di pausa di mezzogiorno si esercitavano creando in tutto il paese un clima che oggi si può solo immaginare. Suoni di decine di strumenti accompagnavano il pranzo dei cittadini, e giorno dopo giorno si diventava più che bravi.

Il maestro Vincenzo Alati, a sinistra mentre dirige e a
destra assieme alla banda da lui diretta.
Oggi, appena un ragazzo dotato riesce un po’ meglio di altri suoi coetanei, lo si paragona già ad un grande e magari poi non viene curato dovutamente, perdendosi nel nulla. Negli anni venti, fare il solista a dieci anni, significava avere dietro le spalle almeno due anni di buon allenamento. Infatti molti ragazzi che all'epoca suonavano, sia per diletto, ma anche per arrotondare le misere regalie del mastro, dopo diventavano buoni maestri di banda. E' il caso del maestro Sofio che in quegli anni abitava sopra la Sirena. Egli andava “o mastru pe scarparu,” ed ogni mezzogiorno si esercitava dimostrando già da allora la sua abilità e bravura. Suonava con la banda Bianca e spesso mentre si esercitava si sfidava con un altro promettente giovane musicista, Ioculano, che suonava con la banda Rossa. Egli, nonostante abitasse sul Corso, riusciva a dialogare con il suo strumento con Sofio, creando un duetto di abilità degno di musicisti d'esperienza.
Si usava lo strumento musicale come pretesto anche per farsi ascoltare dalla propria innamorata, dedicandole le canzoni d'amore dell'epoca, così come faceva un famoso bombardino che abitava a Porelli, e che all'ora di pranzo suonava le melodie alla sua amante che abitava al rione Arangiara.
Incorniciata quest'ultima parentesi, la storia della banda continua con altri rilievi ed altri interessi nonostante gli sforzi delle giovani leve.
Il sindaco di allora, il Dott. Carmine Versace, preoccupato per il vuoto lasciato dalla scomparsa del maestro, consigliò il bandista anziano del gruppo che ricopriva anche la carica di segretario amministrativo, il Sig.Versace Francesco, di affidare la banda all'esperienza del professore Saffioti Salvatore che, dopo decenni di vita bandistica, si era dato all'insegnamento delle materie musicali prima alle scuole medie di Bova e San Giorgio Morgeto e poi a Bagnara dove occupava una delle due cattedre messe a disposizione dal comune per l'insegnamento musicale. L'altra cattedra era occupata proprio dallo scomparso maestro Vincenzo Alati. In quella scuola si formarono altri nuovi allievi.
La banda continuò ancora qualche anno sotto la direzione del Saffioti, il quale lavorava nel tentativo di rilanciarla ed affidarla al figlio del maestro defunto, Francesco, erede naturale della tradizione musicale bagnarese.
La banda, dopo che il prof. Saffioti per motivi di salute fu costretto ad abbandonare, si ritrovò ancora senza maestro.
La crisi della banda si accentuò ancor di più e Francesco Alati allora studente al conservatorio di Reggio Calabria suggerì agli amministratori di sospendere gli impegni per un rinnovamento dell'organico e la preparazione di nuovi allievi per tenere alta la tradizione della banda e non sminuirne il prestigio.
Purtroppo l'imperversare delle manifestazioni e la oramai consumata arte dell'economia con la quale bisogna da sempre fare i conti, non collimarono con le esigenze di quello che doveva essere il nuovo maestro Alati, da sempre favorevole a mantenere alta la tradizione bandistica bagnarese. Così, non condividendo l'ipotesi della scelta economica a discapito di quella qualitativa, decise di abbandonare il gruppo musicale e di dissociare il nome di suo padre da quello della banda che nel frattempo aveva preso il suo nome. Al gruppo bandistico infatti era stato dato il nome di Vincenzo Alati.
Francesco Alati, primogenito di Vincenzo, diplomatosi al conservatorio di Reggio Calabria nel 1985 e vincitore di un concorso a cattedra, insegna oggi educazione musicale alle scuole medie di Bagnara dove ricopre anche la carica di vicepreside. Invogliato dal padre all'arte della musica, a nove anni fa la sua prima apparizione nella banda cittadina. Suona vari strumenti, tra i quali il sassofono, il clarinetto, il flauto. Nonostante il suo distacco dal gruppo musicale, persevera nell'impegnarsi anche con i suoi alunni, nel tentativo di creare nei loro animi l'amore per le tradizioni bandistiche della cittadina.
Dopo una breve parentesi legata ad un pur volenteroso studente di conservatorio, Panuccio, che prese in mano le redini del gruppo, la banda vive oggi (fine anni ottanta) momenti di difficoltà nonostante la presenza di molti giovani talenti che purtroppo non vengono seguiti a dovere causa l'assenza di un nuovo maestro.
Autogestita dai musicanti stessi e ridotta ad un lavoro fatto solo di feste paesane e funerali, le prospettive future non presentano niente di entusiasmante.
Il suo destino, se le cose continueranno cosi, sarà purtroppo quello di un dissolversi tra l'indifferenza del paese tutto.
Eppure riuscì a riprendersi anche dopo la seconda guerra mondiale. Superò le crisi e le difficoltà degli anni sessanta e settanta cambiando più volte nome ed ottenendo la sponsorizzazione delle macchine da cucire Necchi.
Purtroppo sta chiudendosi anche questa pagina di cronaca. Di quello che fu il Gruppo bandistico bagnarese e poi il Gruppo musicale Francesco Cilea tra poco resterà solo un ricordo, ma finche resisterà l'ultimo baluardo, il Sig. Versace Francesco che da più di cinquanta anni ne vive le sorti, la speranza che qualcosa possa succedere è sempre viva.
Come ci siamo ripromessi all’inizio del capitolo la nostra storia si ferma agli anni ottanta con l’inizio della trasformazione della società; che rilega in secondo piano la funzione delle bande nell’evoluzione della società moderna e globalizzata, privilegiando altri mezzi di comunicazione, di svago, intrattenimento e culturali.

1)La banda guidata dal maestro Saffioti durante la
processione di San Rocco. Foto Calabrò. 2)Il veterano F.Versace.
CAPITOLO SEI
I
primordi del pallone e la storia della Bagnarese
Interviste
rilasciate dai signori:
Rosario Alati, Manlio Pistolesi, Francesco e Rosario Versace,
Gregorio, Giovanni e Rosario Dominici, Carmine Versace, Bruno Laurendi II,
Rocco e Vincenzo Tripodi, Manlio Pistolesi junior, Chicco Barbaro.
Sin dall'inizio della sua espansione nella penisola, il calcio fu subito amato e considerato come sport popolare. Anche nella nostra cittadina fu accolto con grande entusiasmo divenendo subito motivo di competizione tra i giovani.
Anche se nell'ufficialità dei campionati di calcio, solo nel 1946-47 si rileva per la prima volta la partecipazione di una squadra bagnarese, almeno già da due decenni prima si svolgevano quasi regolarmente a Bagnara delle partite di pallone tra giocatori bagnaresi stessi.
Per molto tempo gli sportivi appassionati del pallone disputarono le loro partite nelle piazze, perché non avevano altro luogo più idoneo, entrando spesso in contrasto con chi veniva disturbato o subiva danni dalle pallonate. I posti più adatti per le partite erano la piazza del Municipio, la piazza di Marinella, adesso rispettivamente piazza Matteotti e piazza Gramsci e la piazza della stazione ferroviaria vecchia, adesso piazza Amendola, dove negli anni venti-trenta spesso si ospitavano squadre provenienti dai paesi vicini per delle amichevoli.

Anni trenta - una partita in piazza municipio.
Tra i pionieri del pallone bagnarese vogliamo ricordare, De Leo Vincenzo e Maiorana, portieri, Pasqualino Bonfiglio capitano, Spampinato Clemente, Ciccio Cardone, Rizzieri Quattrone difensori, Savastano detto u Bantu, LaPonte Felice, Bonfiglio detto Paciara, Mario Gentiluomo centrocampisti, Carlo Santoro, LaPonte Biagio, Alessandro Carbone attaccanti.
Ed ancora Angelo Barbaro detto Mussutundu, Natale Galera e poi Bagnato detto Cindallera.
Dunque, ci trovavamo in una situazione dove venivano allestiti dei campi da gioco in pieno centro cittadino, a contatto con le abitazioni e la vita quotidiana della gente comune. Dove una pallonata spesso rompeva i vetri delle finestre o finiva dentro la casa o arrivava come un sinistro addosso alle persone.
Si creava un clima che se da una parte era divertimento, agonismo e passione per quello sport, dall'altra rendeva nervosi e spesso irritava chi, abitando nelle vicinanze, doveva subire il chiasso e le grida provocate dai giocatori e dal pubblico.
Così, anno dopo anno e lite dopo lite, le partite prendevano spesso dei risvolti che andavano al di là della passione e del divertimento, ed ogni scusa diventava buona per creare malumori.
Tutto questo continuò fin quando i giovani di Bagnara non furono coinvolti nella seconda guerra mondiale.
A guerra finita, riprese anche l'attività calcistica. I problemi restarono identici a prima e l'esigenza di trovare un luogo più idoneo, ma soprattutto stabile per costruire un campo sportivo, si fece sempre più grande nella mente e nei cuori degli sportivi.
La gioventù di allora, armata di spirito di sacrificio, fece una grossa conquista sociale della quale da allora beneficiano le varie squadre di calcio che si sono succedute.
Riuscì, quella gioventù, a costruire il campo sportivo comunale.
A raccontarla così, può sembrare una normalissima questione d'entusiasmo giovanile messo a disposizione del bene comune, invece la storia della costruzione della struttura sportiva ha un prologo che sfiora la drammaticità. E per il modo e per i tempi in cui si svolse, rimane una vicenda piuttosto ingarbugliata che tenterò di ricostruire per linee generali, sviluppando delle testimonianze di alcuni personaggi dell'epoca.
Dove esiste oggi il campo sportivo comunale, fino alla metà degli anni quaranta era locato un deposito di legnami di proprietà dei vari commercianti che lì accatastavano circhi e doghe.
Il terreno su cui era nato questo deposito, che vediamo cerchiato nella foto in basso, era di proprietà comunale.
Intuendo la gran possibilità di realizzare in quel luogo un vero campo da calcio, alcuni giovani, tra i più intraprendenti, chiesero più volte alle autorità di poter usufruire di quello spazio.
A ‘Nchiusa, nome di quella località, divenne ben presto terreno di contesa fra chi voleva costruire il campo sportivo ed i proprietari del legname.

La località ‘nchiusa col
deposito di legnami.
Accadde che una notte il legname lì accatastato prese fuoco, distruggendo tutto il deposito e rendendo automaticamente libero il locale. Le reazioni dei proprietari non furono delle più pacifiche. Accusarono e denunciarono del misfatto alcuni tra i più ardimentosi giovani fautori della proposta di costruzione del campo sportivo.
La questione si risolse in fretta grazie all'accordo fra alcuni politici ed i proprietari del legname, i quali acconsentirono di spostare in altro luogo la loro merce.
In verità, molte personalità cittadine fra politici e commercianti avevano preso in simpatia l'entusiasmo di quei giovani, e così, anche per guadagnare consensi elettorali, convinsero i più cocciuti ad accettare la costruzione del campo sportivo.
I lavori furono eseguiti, dall'inizio alla fine, dagli sportivi stessi con alcuni mezzi messi a disposizione dall' impresa edile di Oscar Pistolesi.
Tanta gente ricorda ancor oggi quei giorni di fatica gratuita a carriari petri e terra fino a completare il terreno di gioco, prima verso monte e poi per coprire gli avvallamenti verso il mare.
Furono giorni che riunirono tanta gente che lavorò gratuitamente per ottenere un luogo dove poter giocare a pallone e finalmente disporre di una squadra per competere nei campionati regolari della federazione.
Nell'anno calcistico 1946-47 fu inaugurato l'impianto sportivo e per la prima volta una squadra del paese fu iscritta ad un campionato di calcio, quello di prima divisione.

Inaugurazione del campo sportivo benedetto dal parroco
Salvatore Gioffrè alla
presenza del Comm. Milazzo.
Nacque così l'unione sportiva Bagnarese, che ebbe come primo presidente Vincenzo Milazzo.
Ricordare i nomi di tutti quanti contribuirono con determinazione alla costruzione del campo sportivo è cosa assai difficile, ma tra i tanti, quelli che più si sono prestati alla sua realizzazione sono: Francesco Dato, meglio conosciuto come Ciccareiu u Cannitotu il vero promotore ed organizzatore dei lavori, Nini Caia, Carbone Alessandro detto u Previteiu, Francesco Patamia, detto Ciccillo, Annunziato Fedele, Vincenzo Velardo, detto Scandurra, i gemelli Saffioti.
Fecero parte della prima dirigenza, oltre al presidente Milazzo, anche Oscar Pistolesi, Vincenzo Iaracitano e Francesco Caruso.
Nella prima Bagnarese in realtà furono in pochi i giovani del paese che trovarono posto in prima squadra, infatti la dirigenza portò a Bagnara molta gente esperta proveniente da Salerno, Siracusa, Agrigento. Tra i bagnaresi più bravi di quel periodo ricordiamo Mario Lo Bianco, Giuseppe Alati, Cecè Velardo, Carmelo Oriana e Diego Versace, che assieme agli stranieri Freni, Schipani, Gullì, costituirono l'ossatura della squadra che negli anni successivi diede spazio ad un vivaio molto sviluppato.

Formazione del 20 gennaio 1951 che affrontò il Seminara.
In piedi:
Sisinni, Gioffrè, Ocello, Alati, Careri, Giacobbe I. Accosciati: Giacobbe II, Pistolesi, Versace, Alati I, Gentiluomo.

Bagnarese anni 50.
In piedi:
Versace, Gentiluomo, Cannistraci, Melchion,
Ocello, Pistolesi, Tripepi. Accosciati:
Bonfiglio, Careri, Giacobbe I, Alessi.
Tra i tanti presidenti dell’U.S. Bagnarese, quello che viene ricordato in modo particolare per la sua serietà e capacità di gestione, è senz’altro Manlio Pistolesi, figlio di Oscar di cui abbiamo già parlato in precedenza. Nei campionati 1953 e 1954, sotto la sua presidenza, la squadra vinse il premio disciplina e nel 1952 - 53 si classificò al secondo posto nel campionato di promozione.
Nel campionato 1953-54, esordisce Vincenzo Foti, Carbone, che proveniva dai salesiani. Carbone, a detta di molti giocatori d'allora che ancora oggi lo ricordano, è stato il più completo e più bravo di tutti. Ambidestro, forte anche di testa, giocò anche nella Gioese, e nell'Ascoli, per poi tornare alla Bagnarese. E’ stato riconosciuto da molti un talento naturale che avrebbe potuto benissimo militare ai massimi livelli del campionato italiano.
Bagnarese 1953/54.

U.S. BAGNARESE. 1957
In piedi:
Pistolesi, Versace, Barbaro, Bonfiglio, Tripepi, Panuccio. Accosciati: Ramondino, Corigliano, Barbaro, Spinella, Alati II.

Una delle prime formazioni. Alcuni ragazzi del
vivaio della squadra.

R. Alati, uno dei primi talenti della squadra. Una formazione con il
presidente M. Pistolesi.
Già nei due campionati successivi altri stranieri di prestigio militarono nelle file della Bagnarese, dai due Delucrezia, uno portiere e l'altro ala sinistra, a Faleo, da Brando a Gallitto, e poi Stanganelli, Scarfò, Merenda, Cannistraci e Cannabuci.
Due buoni portieri bagnaresi si misero in luce in quel periodo, Ocello e Veneziano, mentre dalla giovanile emergevano Rosario Alati (18 anni) e Rosario Versace (19) che contribuirono alla vittoria della squadra juniores nel campionato 1948-49, squadra che offrì le 20.000 lire di premio spettanti di diritto per la vittoria finale all'iscrizione della prima squadra al campionato di prima divisione dell'anno successivo.
Nel 1950 fa il suo esordio Mario Gentiluomo che, oltre come giocatore, si distinse anche come allenatore della giovanile. Dopo qualche anno allenò la prima squadra.
Tra le varie vicende della Bagnarese dell'epoca che ancor oggi vengono ricordate, una in particolare e che riguarda il campionato del 1953-54 merita d'essere raccontata.
Si giocava in trasferta, a Gioa Tauro contro la Gioiese, formazione titolata tanto quanto la Bagnarese. Nella formazione della nostra squadra c'era in attacco un trio molto affiatato che giocava quasi a memoria, spesso ignorando la possibilità di passare la palla ad altri giocatori.
Dall'inizio della partita, Alati, Sisinni e Versace formarono in attacco un trio nel quale era difficile intromettessi, e di conseguenza la palla girava sempre fra di loro escludendo Adone Pistolesi, cugino del presidente Manlio. Per ripicca, Adone Pistolesi ogni qual volta veniva in possesso della palla, la scaraventava fuori dal campo in mezzo agli uliveti, oppure la giocava contro la propria squadra provocando l'ira dei giocatori e del presidente stesso che non sapeva più cosa dire o fare per farlo ragionare. La situazione si fece talmente calda che, mentre la partita ristagnava sullo zero a zero, il presidente stesso aspettava il fischio finale per lanciarsi contro il dispettoso cugino.
Fatalità volle che dopo un gran tiro di Versace stampatosi sulla traversa, Adone Pistolesi trovandosi a due passi dalla porta mettesse dentro con un colpo di testa, portando la sua squadra alla vittoria finale.
Tutto fu subito dimenticato, scomparsa la rabbia fu subito festa che allontanò i malumori.
E’ bene ricordare altri due episodi di colore che caratterizzano l’ambiente e la società Bagnarese di quegli anni e che riguardano la rivalità con la gioiese. In una partita in casa con la Gioiese, che era capolista e vinta per 2 a 1 dalla Bagnarese. Le reti, entrambe bellissime furono realizzate da Sisinni con una sforbiciata da cineteca e poi da “Saruzzo” Alati dalla bandierina del calcio d’angolo, quella lato sud vicino alla ferrovia. Qualche decennio dopo l’esempio fu emulato con successo sempre dallo stesso angolo dal centrocampista della Bagnarese Rocco Tripodi durante un torneo locale, che di proposito volle imitare Alati. Ma l’eroe di quella partita fu il nostro portiere Cannabuci che parò l’impossibile al cannoniere della gioiese compreso un violentissimo calcio di rigore che respinse coi pugni. Alla fine della partita l’estremo difensore fu portato a spalla in processione per il centro del paese e gli venne regalato un costosissimo vestito come gratitudine per l’impegno e la prestazione impeccabile di quella gara.
Ancora un episodio vede come protagoniste le tifose della Bagnarese, allora partecipanti numerose alle feste sportive domenicali, (tali erano considerate le partite di calcio) che dopo una partita in casa, sempre con la Gioiese che quella volta vinse per 1 a 0, smontarono la passerella in legno sullo Sfalassà che allora collegava il centro con campo sportivo e fecero cadere numerosi tifosi Gioiesi in acqua.
Durante la gestione di Manlio Pistolesi i giocatori cominciarono ad avere le prime soddisfazioni materiali per il loro impegno. Ricordo che all'epoca il calcio non era circondato dalla valanga di miliardi di cui dispone oggi, e si faceva fatica a racimolare i soldi anche per iscrivere la squadra al campionato.
La dirigenza, visti i risultati e l'impegno dei giocatori, già nel campionato 1952-53, premiò la squadra con mille lire a testa ogni mese.
Erano tempi tristi, e le trasferte erano effettuate non con autobus pieni di comfort, ma su di un camion, seduti su sedili duri di legno esposti alle intemperie del tempo e delle strade dell'epoca, molto poco curate.
Ogni qual volta l'impegno della squadra era di quelli importanti, i tifosi raccoglievano dei soldi da distribuire ai giocatori in modo da incoraggiarli.
Tra gli altri presidenti dell'epoca che collaborarono attivamente e contribuirono all'evoluzione dell'U.S. Bagnarese, c’è da ricordare il generosissimo Rosario Frosina.
Nel 1957 fa il suo esordio come portiere della Bagnarese Pino Barbaro. Quell'anno la gestione della Bagnarese era commissariata sotto le dipendenze del rag. Muratori. Nonostante il ritorno in squadra di Carbone, e la presenza di varie individualità, s'era costituita una formazione di metà classifica che svolse regolarmente il campionato di promozione 1957-58 fino alla 23° giornata.
Durante la gara del 6 aprile 1958 che la Bagnarese giocava in casa contro il Pizzo, a causa di un goal irregolare degli avversari la squadra si ritira dal campionato, subendo la squalifica del campo a tempo indeterminato ed una multa di 250.000 lire. Fu l'ultimo atto dell’unione sportiva Bagnarese, che non s'iscrisse mai più ad altri campionati lasciando il paese momentaneamente senza una vera squadra che lo rappresentasse nei tornei dilettantistici.
Un articolo della Tribuna del Mezzogiorno datata 7 aprile 1958 a firma di Romarin ci documenta le vicende di quella giornata.
in seguito al
risultato della gara di ieri
La squadra locale
aveva ampiamente dominato gli avversari e conduceva per 1 a 0 (goal di Foti) al
momento del "fattaccio"
BAGNARESE: Barbaro,
Arbitrio, Corigliano, Cannistraci, Spinelli, Lo
Bianco, Alati, Versace, Foti, Veneziano, Sisinni.
PIZZO: Cimmino,
Carella, Tozzo, Di Fante, Rodilosso, Romeo, Fragalà,
Lucca, Fanello, Teneado, Passelle.
ARBITRO: Salazzaro di Cosenza.
RETI: nella ripresa
al 21' Foti, al 47' Carella.
Il testo del telegramma inviato alla Lega Calabra.
Dal corrispondente
Bagnara, - Amici lettori, credeteci, non è frutto di cieca partigianeria, né di stolta presunzione quello che stiamo per narrarvi: è semplice e pura indignazione sportiva.
Indignazione e sdegno sportivo per quanto abbiamo visto ad opera di quegli inetti omini in nero ed indirettamente degli ameni compari della Lega: di quella Lega che infilando cantonate su cantonate ne ha ormai collezionato una cosi ricca e vasta collana da fare invidia persino alla Svizzera, paese notoriamente famoso per i suoi cantoni.
E' di tale pregiato (monile) Cognetti ed i suoi vanno cosi fieri che, non solo lo portano settimanalmente al collo quasi fosse un pregio il perseverare nello stesso errore, ma spesso e volentieri si prendono il vezzo ed il gusto di seminare qualche grosso chicco sui campi calabresi nella segreta speranza che attecchendo, esso ne germogli di più grossi, di più belli.
E se questo è il deplorevole e disgustevole scopo dei santoni catanzaresi bisogna sovvenire che mai seminagione fu così prolifica come quella odierna: infatti l'(arbitrario) operato di Salazaro, non solo ha privato gli undici atleti locali di una meritata vittoria, ma ha costretto il commissario della Bagnarese, rag. Muratore a ritirare la squadra dal proseguo del campionato con la seguente grave motivazione telegrafata subito in Lega:
(Indignati inqualificabile
comportamento arbitri
causa prima eccitamento pubblico rinunziamo campionato. Salazaro convalida goal tempo scaduto con 2, 7, 10 netto
fuorigioco. Come si vede, giustificatissimi motivi hanno spinto lo
sportivissimo presidente a non far partecipare il team azzurro al proseguo del
campionato: giustificatissimi e validi motivi che noi, e con noi, gli sportivi
tutti incontrastatamente approviamo stanchi ormai di
sopportare i soprusi e le angherie di gente che col vero sport ha solo interessi
di cassetta.
Ma per non tenere ancora i lettori sulle spine, ecco in sintesi il film della gara il suo (fattaccio) finale.
Si era al 47' della ripresa: la Bagnarese difendeva con autorità e con bravura la magnifica rete che Foti aveva siglato magistralmente su una azione personale al 21' con un gran tiro che aveva mandato in visibilio gli spettatori.
L'arbitro su un contropiede napitino, concedeva una punizione dal limite agli ospiti: batteva un mediano azzurro facendo spiovere il pallone oltre i terzini locali, alle cui spalle in evidente fuorigioco si trovavano Carella, Fragalà e Donadeo. Arbitrio e Corigliano si fermavano aspettando il fischio dell'omino in nero: questi invece incredibile a dirsi convalida la rete che per Carella a non più di due metri dal prestigioso Barbaro, era stato un vero gioco da ragazzi marcare di testa.
Succedeva il Finimondo: i giocatori locali facevano ressa intorno a Salazaro, portando a loro sostegno anche il guardalinee onde ritornasse sulla sua errata decisione.
Questi però non sentiva ragione ed emettendo il triplice fischio finale chiudeva la partita che la Bagnarese aveva meritato ampiamente di vincere durante tutto l'arco dei novanta minuti.
Commenti di cenni di cronaca, altro non aggiungiamo: a malincuore chiudiamo queste ultime note sulla Bagnarese augurandoci solo che questo spiacevole - per colpa altrui - episodio calcistico serva da incentivo per un migliore domani sportivo.
Romarin
Nella stagione 1958/9, avendo nei campionati precedenti vinto più volte il premio disciplina, la squadra, per meriti sportivi fu accettata a disputare il campionato di promozione sotto la presidenza del prof. A. Demaio affiancato dal dott. G. Cambareri. Nonostante una squadra forte e pina di talenti, la dea bendata girò le spalle alla squadra che a sei partite dal termine del torneo dovette fare a meno del proprio terreno di giuoco che fu portato via per ben 20 metri da una violenta mareggiata.

Il muro del campo sportivo distrutto dal mare
La conseguenza fu che tutti i calciatori “forestieri” come Merenda e Restivo, anche per mancanza di soldi, abbandonarono la squadra, e le ultime 3 partite furono giocate nel campo di Palmi, mentre le trasferte a Paola, Amantea e Nicastro, non proprio vicinissime furono vissute come battaglie, in quanto mai si riusci a mettere in campo tutti e undici giocatori. Fuori casa si giocò in sette, dove ai vari Versace, Panuccio, Buonfiglio e Lobianco fu affiancato il giovane Francesco Barbaro come unica punta, che approfittando della sua velocità e freschezza atletica riusciva da solo a dare fastidio alle difese avversarie. Finito il campionato, per carenza di fondi e mancanza del terreno di giuoco nell’anno 1959/60 la squadra non fu iscritta a nessun campionato. In tanto il sindaco Gen. Candeloro De leo diede incarico al candidato per le comunali Manlio Pistolesi junior al ripristino del campo sportivo ed alla sua piena messa in opera per le attività calcistiche, con sistemazione del fondo sconnesso, riqualificazione alla meglio degli spogliatoi e sistemazione della rete metallica per tutto il perimetro, tutto a spese del comune.

Quello che rimase del campo sportivo dopo la
mareggiata
Certo però che chi aveva lo sport ed il calcio nel cuore non restò con le mani in mano e fu cosi che in quell’anno nacque l’idea di formare una squadra giovanile per partecipare ai campionati juniores provinciali. Il fulcro di tutto ciò fuFrancesco Barbaro che nel 1955 aveva fondato l’Audax per partecipare ai tornei estivi e contemporaneamente si era inventato il torneo tra rioni della città di Bagnara dedicato ai santi Pietro e Paolo in onore alla chiesa del rione dove egli stesso abitava. Tanti i giovani che in quei tornei da promesse diventarono realtà e l’anno successivo furono selezionati dallo stesso Francesco (Chicco) Barbaro che con l’audax partecipò al torneo juniores.

Squadra
dell’Audax del 1955 che partecipò al camponato
rionale estivo SS. Pietro e Paolo
Da sinistra in alto: Dominici, Caratozzolo, Gioffrè, Fazzari, Musumeci, Barbaro (capitano)
Alati (allenatore)
Accosciati:
Saffioti, Cacciola, BarbaroII, Predenti, ?.
Nasce l’Audax
A quel tempo, alcuni giovani emergenti che negli anni precedenti avevano militato nella Bagnarese (studenti e non) quali: Chicco Barbaro, Rocco Pirrotta, Giovanni Dominici, Giuseppe Ferruccio (l’anima dell’audax), Achille Bonifacio, Francesco Tripodi, Gregorio Dominici, Vincenzo Tripodi, Carmelo Carrara, Iannì Giuseppe; dopo lo studio si riunivano al bar del sig. Vincenzo Barbaro, padre di Chicco, situato in via Garibaldi vicino alla chiesa dei santi Pietro e Paolo per passare le serate in compagnia. Tra risate e inventive furono sperimentati svariati tipi di gelato, l’unico gusto che non riuscirono mai a produrre fu quello al cetriolo perché non si poteva amalgamare.
Ritornando al calcio, una sera si prende in seria considerazione una proposta di Chicco Barbaro di allestire una squadra di calcio under 18, considerato che quasi tutti i sopra citati avevano già militato con la Bagnarese sia in prima divisione che in prima categoria. Quella sera nacque l’AUDAX.

La formazione dell’Audax.
In piedi: Antonio De Vivo, Pino Panuccio, Giovanni Musumeci, Pino Iannì, Achille Bonifacio, Tripodi Francesco, all. Francesco Barbaro. Accosciati: Tripodi Vincenzo detto "u Rizzu", Rocco Pirrotta, Gregorio Dominici, Giovanni
Dominici, Carmelo Carrara,
Portiere – Gregorio Dominici. Terzini – Rocco Pirrotta, Dominici Giovanni. Mediani - Antonio De Vivo, Pino Panuccio, Achille Bonifacio. Mezzale - Carrara Carmelo, Iannì Giuseppe. Ali - Tripodi Vincenzo, Tripodi Francesco. Centravanti - Musumeci Vincenzo.
Fatta la squadra ed iscritta al campionato juniores
1960/61 nel suo girone si scontra con la Gioiese, Rosarnese, Palmese Troppa
ecc....
L ’Audax vince il campionato in
maniera eccellente senza perdere una sola partita e vincendo contro la Rosarnese per 2 a 0 nella
finalissima di Gioa Tauro anche se poi fu retrocessa all’ultimo posto per un
errore di tesseramento del portiere Dominici.
Finita l’avventura della squadra
giovanile, negli anni seguenti molti elementi furono chiamati a far parte della nuova Bagnarese in prima
divisione, ma nell’anno 1961/62 nessuna squadra venne iscritta a nessun
campionato.
L’anno
della polisportiva Bagnara.
Nel periodo successivo al fermo calcistico, nasceva la
polisportiva Bagnara (59/60), fondata da un gruppo di sportivi attivisti:
Manlio Pistolesi promotore, Simonetto Veneziano, Rosario Gioffrè, Francesco
Barbaro, Rocco Versace, Salvatore Frosina ed altri
collaboratori.
La polisportiva aveva come sede uno scantinato,
ripulito al punto di essere decente ed abitabile per le riunioni della
dirigenza, dagli stessi volenterosi dirigenti.
La polisportiva sorgeva con tre iniziali branche,
calcio nuoto, pallacanestro. Per la pallacanestro, come si cita nel capito, i
canestri furono offerti dal comune, sindaco gen. De Leo, e le gare si
svolgevano in piazza municipio, con la libera partecipazione di giovani
appassionati di questo sport. Per il calcio si formò una squadra, la Necchi
calcio con allenatore Francesco Barbaro. La Necchi calcio nasce per
l’interessamento di Francesco Furci, che intratteneva rapporti commerciali con
la stessa Necchi. Cosi si ottenne la sponsorizzazione
che servì ad ottenere tutto l’equipaggiamento per affrontare il campionato di
prima divisione dove si classifica al secondo posto.
Un episodio da narrare è la sconfitta contro
l’acerrima rivale di sempre, la Rosarnese. Ci racconta Vincenzo Tripodi (u rizzu): “considerato un reparto difensivo a dir poco
eccezionale, composto da Rocco Pirrotta, Giovanni Dominici e Panuccio, al
nostro portiere (Gregorio Dominici) non arrivavano mai palloni molto
pericolosi. All’improvviso uno spettatore tira in campo un’arancia mentre da
distante viene scagliato un tiro quasi innocuo contro la nostra porta. Il
portiere ignorando il pallone va a recuperare l’arancia mentre la palla si infila
in rete. Subìto il primo gol la partita finì sul 2 - 0 considerato anche che la
Rosarnese era un ottima squadra.”
Ecco la formazione de quell’anno:
Gregorio Dominici, Musimeci
(Garibaldi) poi sostituito da Rocco Pirrotta, Dominici Giovanni, Panuccio
Giuseppe, Francesco Leuzzi, Vincenzo Tripodi, Francesco Tripodi, Giuseppe Iannì, Vincenzo Musumeci, Carmelo Carrara, Bruno Laurendi
I. Ai sopra citati si aggiunsero dopo Poletti, Telli e Tripepi.

Necchi calcio 1960/61.
In piedi:
Francesco Tripodi, Musumeci detto (Garibaldi), Pino Panuccio, Vincenzo
Musumeci,
Vincenzo Tripodi detto (u rizzu), Giovani Dominici.Accosciati: Bruno Laurendi, Pino Iannì,
Ciccio Lezzi, Carmelo Carrara, Gregorio
Dominici.

La squadra giovanile Necchi calcio con allenatore
Gregorio Dominici. Anno 1962.
In piedi: Dominici, De Maio, Dato, Tripodi, Velardo,
Laurendi II.
Accosciati: Romeo, Bagnato, Musumeci, Vizzari, Iannì, Leo.
La terza branca della polisportiva era rappresentata dal nuoto. In questa attività emerse un ragazzo giovanissimo di 16 anni, Caroleo Carmelo, che partecipo, classificandosi primo, alle gare ufficiali per le qualificazioni regionali, in vista della nazionali da disputare a Roma. Nel giugno del 1960 in una gara di nuoto dei 50 s.l. disputata a Messina, vinta dal Caroleo con il tempo di 29.08 si stabilì in nuovo record italiano della specialità che fu battuto solo 20 anni dopo da un certo Vismara. Gli accompagnatori a questa gara furono Manlio Pistolesi, rocco Versace e Francesco Barbaro.
Con l’attività natatoria, la polisportiva partecipò a diversi campionati italiani “delfini” e “stelle”, a Roma, Vava dei Tirreni, Messina, organizzati dal corriere dello sport sul quale scriveva Rocco Versace, ottenendo sempre degli ottimi piazzamenti in varie discipline.
Nel nuoto, oltre al già citato Caroleo si misero in luce altri due giovani “delfini”, Paolo Capoferro e Domenico Pirrotta. Anche tra le stelle spiccarono buone individualità come Carmelina Barbaro e Carmela Bagnato.

Manlio Pistolesi e Rocco versace
a Roma per la gara dei campionati nazionali di nuoto di Caroleo
(a sinistra nella foto in centro e in un particolare
nella foto a destra)
Nasce l' A.C. Bagnarese
Dopo un anno di riflessione 1962/63, dove la cittadina restò senza squadra e parecchi giocatori si avvicinarono a squadre di altri paesi: nel 1963/64 sotto la presidenza dell’Ing. Lo Presti coadiuvato da Francesco Furci e con allenatore Gregorio Dominici, nasce l’A.C. Bagnarese.
La stessa situazione si ripete per l’anno 1964/65 dove già si comincia a notare il lavoro del vivaio e della passione sana e sincera che Dominici trasmette ai giovani e che ben presto darà i suoi frutti. L’allenatore è Carbone. Alcuni come Tripodi, Laurendi II, Romeo, Iannì, diventeranno presto colonne portanti della prima squadra, altri come Salvatore Bagnato troveranno invece la via dell’emigrazione ed una nuova vita tutta da scoprire ed inventare, oggi egli è presidente dell’associazione Bagnara Calabra incorporated Sydney nsw sociale culturale ricreativo.
Nell’anno 1965/66 le cose cambiano un poco; rimanendo sempre Francesco Furci tra i pilastri della dirigenza, la presidenza va al rag.Santino Marchese supportato da Pepé De Forte. In quell’ anno per la prima volta appare sui campo di calcio nei campionati delle categorie minori la figura del medico sportivo; per la nostra squadra il dott. Carmine Versace ne ricoprì il ruolo. In considerazione degli ottimi rapporti che Pepè De Forte intratteneva con l’allora presidente delle Reggina Granillo, arrivarono a Bagnara elementi giovani e bravi della formazione dei Boys della Reggina, che diedero ancora maggior spinta e vigoria a tutta la squadra. Tra i tanti che arrivarono citiamo Taglieri nell’anno in corso e Santoro Schepis e Muto l’anno successivo. L’allenatore era Foti di Messina.
La bagnarese fece 18 risultati utili, ed era seconda in classifica dietro il Pellaro. Durante lo scontro diretto fra le due squadre per un goal annullato a Musumeci ci fu l’invasione di campo da parte dei tifosi bagnaresi con relativa squalifica del campo e l’occasione persa per la promozione nella categoria superiore.

Ecco la formazione titolare de quell’anno.
In piedi: Pino Panuccio, Tripodi Vincenzo (u rizzu), Laurendi Bruno I, Lillo Panuccio, Pietro Parrello,
Franco Evangelista, Gregorio Dominici all. Accosciati: Dato Domenico, Tripodi Francesco, Pirrotta
Lorenzo, Carmelo Dominici, Bruno Laurendi II.

Bagnarese 1964/65.
In piedi: Rosario Versace dir. Domenico Dato, Pepe’ Tripodi, Caroleo Rosario, Pirrotta Lorenzo, Francesco
Tripodi, Vincenzo Musumeci, Francesco Furci presidente. Accosciati: Francesco Evangelista, Vincenzo Carbone,
Pierino Sisinni, Vincenzo Tripodi (u rizzu) Bruno
Laurendi I.
Nel 1966/67 inizia un ‘altro campionato con allenatore Terranova sostituito poi durante il campionato da Ciccio Leva che oltre ad allenare fungeva anche da giocatore. La dirigenza sostanzialmente come l’anno precedente vide qualche cambiamento di forma e non di fatto con Pepè De forte commissario dopo l’abbandono del rag. Santino Marchese.

Bagnarese 1966/67.
In piedi: Marchese presidente, Romeo, Gioffrè,
Tripodi, Parrello, Taglieri, Schepis,
Leva, Evangelista, Terranova all.
Accosciati: Laurendi I, Tripodi, Leuzzi, Laurendi II, Laurendi G.
Il campionato vedeva la bagnarese in una zona di classifica medio alta ma nel girone di coppa Italia dilettanti le cose andavano ancora meglio. Importanti vittorie furono acquisite contro squadre siciliane di prestigio come l’Aspri fulmine di Marsala, l’Aurora di Calatabiano. Memorabile una vittoria a Lentini, sempre in Sicilia con goal di Laurendi I e la conferma di due talenti emergenti come Bruno Laurendi II e Tripodi Carmelo.

Bruno
Laurendi I. Una rete di Bruno Laurendi I.
Sulle ali dell’entusiasmo molte altre persone si avvicinarono alla dirigenza della squadra, che per circostanze dettate dal solito episodio che spesso decide le sorti dei buoni e dei cattivi, dei vinti e dei vincitori, l’anno dopo cambiò radicalmente. Successe che in quell’anno per vicissitudini legati a vari motivi la dirigenza si trovava in difficoltà logistiche e spesso si arrancava per organizzare le trasferte. La squadra nel proseguo del campionato, che andava via in maniera molto dignitosa, dopo un ottimo pareggio contro la fortissima Fortitudo di Locri perse clamorosamente a Maropati con l’ultima in classifica scatenando in paese una sorta di processo che sfociò in un manifesto pubblico molto critico ed un titolo molto elequente: VERGOGNA. La bagnarese aveva trovato la sua Corea. A fine campionato, dopo le dimissioni di tutta la dirigenza, legate anche alle prospettive di novità portate avanti da chi aveva fiutato il momento magico per creare una nuova gestione, la dirigenza cambiò totalmente.
Nel 1967/68 la società della bagnarese costruisce una squadra per affrontare il campionato da protagonista portando tra i propri colori gente come Cannizzaro, Romeo, Reitano, Gualtieri e Germoleo. Cambia anche l’allenatore, arriva Masci che era stato contattato qualche mese prima. Protagonisti per tre anni furono anche i dirigenti che la gestirono: presidente il rag. Vincenzo Barilà, come vice il dott. Vincenzo Barilà e poi il dott. Cambareri, Veneziano, Ruggero e Pistolesi.

Bagnarese 1967/68.
In piedi: E. Romeo ,
Romeo, Caruso, Laurendi G,Tripodi, Taglieri,
Cannizzaro, Bagnato.
Accosciati: Leuzzi, Germoleo,
Laurendi II, Laurendi I, Gualtieri, Dato.
La bagnarese domina il campionato assieme al Santa Caterina. Le due squadre finiscono il campionato a pari punti. Si va a Siderno a fare lo spareggio dove la bagnarese capitanata da Tripodi Carmelo vince con l’ausilio della monetina approdando cosi in quarta serie. Essendo vincitrice del suo girone, affrontò poi il Castrovillari che aveva vinto il suo per designare la squadra dilettante più forte della Calabria. La partita di andata giocata fuori casa fu vinta dal Castrovillari per due a zero mentre la Bagnarese vinse in casa col medesimo risultato. Si effettuò lo spareggio a Catanzaro e la partita finì 1 a 1 lasciando il responso ancora alla monetina. Il capitano Tripodi anche questa volta fu aiutato dalla fortuna vincendo in pochi giorni la seconda partita con la monetina, che fu scelta per la Bagnarese non dal capitano ma dal carismatico Leuzzi.
In quell’anno una partita amichevole con il Modena, giocata a Bagnara per provare il talento di Cannizzaro, segna due episodi da ricordare. Il primo un goal da cineteca del capitano Tripodi Carmelo e poi una partita perfetta dello stopper bagnarese Taglieri che bloccò il centravanti del Modena tanto che lo stesso centravanti chiese al suo allenatore di far sostituire il suo marcatore.
Tra le cose indimenticabili di quel periodo bisogna mettere in evidenza un episodio del torneo di coppa Italia dilettanti del 1968 dove la Bagnarese incontrò squadre del calibro del Bitonto, dell'Intersid di Napoli e la Stefar di Roma. L'episodio che è rimasto nella storia della cittadina ricorda la doppia sfida con il Bitonto. All'andata la Bagnarese giocò fuori casa perdendo tre ad uno e subendo le provocazioni e le insidie dei tifosi locali, che accolsero i giocatori ed i tifosi bagnaresi con dei topi morti che scaraventarono nella tribuna assegnata agli ospiti. Il nostro portiere, il bravissimo Elio Romeo, fu costretto a parare fuori l'area di porta per il continuo lancio di pezzi di mattoni forati. Finita la partita, il pensiero dei nostri tifosi si proiettò alla sfida di ritorno nel terreno amico, e così fu preparata per la squadra pugliese un'accoglienza di tutto rispetto.
Tutti gli sportivi, feriti nell'orgoglio per l'umiliazione ricevuta, collaborarono alla riuscita della manifestazione in onore del Bitonto, e quando il giorno fatidico arrivò, tutto fu pronto.
Un finto funerale con la banda in testa che intonava marce funebri partì dalla piazza del Municipio per raggiungere lo stadio. Lungo quel chilometro di strada la gente fingeva di piangere con le mani sui capelli, vestita a lutto come era costume, e seguiva una bara dove in bell'evidenza era stata posta la scritta qui giace U.S. Bitonto.
Alle ore 14,00 il corteo entrò sul terreno di gioco attraversandolo lungo il suo perimetro, mentre “u professuri” scandiva col suo tamburo un ritmo lento ed inquietante. Uscito dal rettangolo di gioco, il corteo s'assiepò in gradinata poco lontano dai margini del campo.
I giocatori avversari alla vista di quello spettacolo per niente allegro, rimasero storditi ed esterrefatti, tanto che si portarono a casa sette reti ed un grosso spavento. La Bagnarese superò cosi il turno, rimandando a casa chi l'aveva accolta coi topi morti.
Quest'episodio la dice lunga su come la Bagnarese allora fosse seguita da molta gente e come l'interesse per il calcio non fosse dettato da interessi economici e dal guadagno, ma dalla sana passione di centinaia di sportivi che non mancavano all'appuntamento con la propria squadra ed aiutavano anche finanziariamente la società nella raccolta di fondi per le trasferte ed i premi.
L'avventura della Bagnarese nel torneo di coppa Italia dilettanti 1968 ebbe fine il 28 giugno a Roma quando perse in semifinale contro la Stefar per la differenza reti. Dopo aver pareggiato in casa 1 a 1 fu pareggio anche a Roma, ma 0 a 0.

A Roma prima della partita contro la Stefar, foto ricordo con Helenio Herrera.
Morabito, Niggero e Gambardella arrivarono a rinforzare lo schieramento della squadra che nel campionato 1968/69 affrontò la quarta serie riuscendo nell’impresa di salvarsi.
L’anno successivo l’allenatore Masci si trasferisce a Ragusa portandosi dietro Laurendi II e Tripodi Carmelo.
A sostituire Masci arriva Raise che oltre ad allenare era anche un ottimo giocatore. Nel campionato 1969/70 la bagnarese retrocede in promozione nonostante l’arrivo di Lavalle, Scaramozzino e Buscato.

Una delle più forti formazioni di sempre.
In piedi: Masci all,
Menotti Veneziano dir., Taglieri, Napoli, Reitano, Romeo, Tripodi cap. E. Romeo, V.
Barilà pres. D. Ruggero dir. Accosciati: Cannizzaro, Germoleo,
Gambardella, Laurendi, Gualtieri, Morabito.
Nel 1970/71 Il dott. Cambareri, persona calcisticamente molto competente, viene eletto presidente e ci resterà fino al 1972/73. In quest’anno torna Bruno Laurendi II, che intanto era approdato al Vibo Valentia, per dar man forte ad una società oramai priva di stimoli. Consapevoli che anche lo sviluppo sociale ed economico degli altri paesi influiva molto sulle squadre di calcio, mentre per i soliti problemi endemici a Bagnara socialmente non si sviluppava un bel niente, anche i giocatori più bravi cominciarono sempre più frequentemente a cercare fortuna in altre formazioni più ricche. Cosi oltre alla già collaudata emigrazione per lavoro si verificò quella del pallone.
La decadenza era cominciata, e la bagnarese tornò commissariata nel 1973/74. I commissari furono: Nandino Crea, il Geometra Rosario Gioffrè, e Nuccio Meduri. E poi nel 1974/75 per due anni, ancora commissari: Francesco Furci e Ruggero fino al campionato 1975/76. Nel campionato 1976/77 la Bagnarese dopo tre anni ritrova un presidente che fu Natale Zappalà che affidò la squadra a Ciccio Leva che ottenne un buon secondo posto.

Bagnarese campionato 1976/77 seconda classificata. Rocco Tripodi. Foto 1978.
Una fiammata d’orgoglio calcistico la troviamo nel campionato 1977/78, quando con Lamberti allenatore e Parrello presidente la squadra vince sia il Campionato che la coppa Calabria.

Giuseppe Bagnato. Formazione campione regionale 1977/78.
Nel campionato successivo le cose non cambiano e mantenendo lo stesso presidente e lo stesso allenatore la bagnarese affronta dignitosamente un altro campionato di promozione. L’anno che segue con presidente Tommaso Ramondino e l’avvicendarsi dell’allenatore Tripepi con Previti segna per la squadra un anno triste, non tanto per la retrocessione ma quanto per la morte improvvisa di un suo dirigente Rocco Ienco, un vero appassionato del calcio, mentre assisteva alla partita Rosarnese Bagnarese, che la nostra squadra perse 1 a 0.
Gli anni ottanta si aprono con l’esordio nella panchina bagnarese di uno dei suoi giocatori più rappresentativi di sempre: Bruno Laurendi II che ci rimane due anni assieme al presidente Ruggero.
Tra gli anni settanta e ottanta, l'avvicendarsi di diverse dirigenze non ha recato utile alla squadra che ha sempre militato fra la prima categoria ed il campionato di promozione senza mai eguagliare i tempi d'oro. In ogni modo esemplare è stato l'impegno dei vari presidenti che in questo periodo hanno contribuito al prosieguo dell'attività calcistica. Augurandomi di nominarli tutti, ricordo Zappalà, Parrello, Ramondino, Ruggero e Cotroneo. Anche gli allenatori cambiarono spesso, da ricordare certamente Arfuso, ex giocatore della Gioese, Moschella di Messina, Leva e Lamberti, Marsella, Laurendi, De forte, Bellantone e Barbara. La seconda parte degli anni settanta è caratterizzata da una e vera propria crisi, le note liete sono dovute esclusivamente ai singoli giocatori che si mettono in risalto e poi vanno a giocare in squadre più importanti, come Rocco Tripodi che dopo un ottimo campionato (74/75) si trasferisce a Tropea. Melino Messina invece era già andato via nel 72/73 in Sicilia nelle file della Termitana.
Anche suo fratello Teodoro qualche anno dopo lascia la bagnarese per militare in varie squadre di buon livello. A cavallo tra gli anni settanta e ottanta altri due ottimi elementi come Bellantone e De forte lasciano la Bagnarese per la Gioiese e la Rosarnese. Turuzzu Musumeci che dopo aver dato tanto alla Bagnarese è stato a Taurianova Polistena e poi Mazzara. Negli anni 80 è stato il turno dei fratelli Enzo ed Antonio Musumeci, apprezzatissime eccellenze del calcio provinciale. Molti altri ancora hanno provato l’avventura in altri paesi, ma raccontare di tutti è impossibile.
Commento di Gregorio Dominici.
" Tempi lontani ma belli, che rivivrei
minuto per minuto", dice Gregorio Dominici dopo una lunga intervista in
cui ha ricordato la sua esperienza nella Bagnarese, e quasi commosso dai bei
ricordi e dai tempi oramai andati, con un'impennata d'orgoglio si scaglia
contro l'attuale sistema di concepire il gioco del calcio, non nascondendone la
decadenza di stile, di serietà e d'onestà, mettendo in rilievo la mediocrità
del livello attuale, anche tra i professionisti.
E poi continua "I soldi hanno
cambiato il pianeta calcio, travolgendo le sane mentalità agonistiche e di
valorizzazione del gioco. Oggi esso sopravvive solo grazie alla girandola di
miliardi che entrano con la pubblicità, ma la qualità è certamente
scaduta".
Fino a tutti gli anni settanta erano molto
sentiti i colori sociali. Il calcio era legato alla passione sincera e
spontanea dei tifosi ed alla voglia di giocare dei giovani. Dagli anni ottanta
in poi le cose sono cambiate in peggio ed in modo irreversibile. Il boom della
televisione dove tutti appaiono bravi e capaci, ha reso molto diverso dal reale
anche il gioco del calcio, dove anche gli incompetenti parlano da tecnici e
tutti i brocchi s'atteggiano a campioni.
Ricordo che anni fa, pur di giocare si
teneva nascosta anche la febbre e se durante la partita un giocatore si
sbucciava le ginocchia (i gigghi), non ne voleva
sapere di farsi sostituire. Oggi il calcio è solo guadagno; quando un giovane
calciatore va a discutere il suo ingaggio, la sola cosa che conta sono i soldi.
Qualche anno fa, prima delle convocazioni si stava in apprensione e chi non era
chiamato in squadra si sentiva quasi punito e non dormiva la notte. Oggi i
giovani invece alzano semplicemente le spalle e se ne fregano. L'amore, il desiderio di giocare per
qualcosa che è tuo e che t'appartiene, era la cosa più importante e si facevano
carte false pur d'essere in campo, oggi purtroppo non è più così.
Tra il 1970 e il 1975 ho accompagnato tre
giovani talenti del calcio bagnarese ad altrettanti importanti raduni nazionali
organizzati dal nucleo settore addestramento giovani calciatori della
federazione italiana gioco calcio.
Al raduno di Acquacetosa, fece un’ottima
figura Giuseppe Iannì detto " u Baliu, " mezzala di lusso che faceva innamorare tutti
per le sue caratteristiche a centrocampo, la sua precisione ed il suo tiro potente.
Per il raduno di Caserta fu
selezionato Peppe Bellantoni, buon centravanti che diede molto alla Bagnarese.
Bruno Laurendi, tra i più bravi della
grande famiglia calcistica dei Laurendi che per generazioni ha dato un
contributo notevole di giocatori alla Bagnarese, fu selezionato per il raduno
di Coverciano dove ottenne un buon risultato.
Tra gli altri giocatori di buon livello
tecnico, oltre ai già citati, ricordo Carrara, buon centrocampista, detto
l'oriundo. Due ottimi difensori furono Rocco Bueti e
Melino Demaio, quest'ultimo arrivato dalla giovanile
militò fino in quarta serie.
I Laurendi, Peppe i due Bruni e gli altri
hanno rappresentato un ciclo chiamato i cugini e di cui ho già parlato. I
Musumeci, a cominciare da Turuzzu negli anni
settanta, fino ad oggi hanno dato alcune generazioni di generosi attaccanti di
talento e di temperamento, ultimi i fratelli Enzo e Antonio detto ‘Ntoni, ultimo leader della squadra.
All'inizio della sua carriera ho anche
guidato Rocco Tripodi, centrocampista intelligente e molto tattico che smarcava
l'uomo con lanci di 30 - 40 metri e non disdegnava pregevoli azioni personali
con tiro finale. Tra le sue cose più belle, un goal al Tremulini
dopo una travolgente azione personale agli inizi degli anni ottanta.
Hanno dato molto alla Bagnarese anche i
fratelli Messina, anche se sono arrivati quando io non allenavo più. Erano
uomini importanti nell'economia della squadra, tanto da essere richiesti da molte
altre squadre nelle quali ebbero molti consensi."
Si chiude così l'intervista a Gregorio Dominici, che per vent'anni, prima come portiere, poi come allenatore, come secondo e poi ancora come dirigente ed accompagnatore, ha condiviso le sorti dell' A.C. Bagnarese.
Persona umile e semplice, ha sempre insegnato ai giovani calciatori che il calcio è solo passione, agonismo divertimento e fatica. Creava in loro una mentalità agonistica ed umana cercando di seguirli e valorizzarli per il giusto.
Sarebbero tanti i giocatori di cui si potrebbe parlare per ore e scrivere intere pagine delle loro vicende.Tra i tanti segnalatici da quanti hanno collaborato alla stesura di questa breve e sintetica storia dello sviluppo del gioco del calcio a Bagnara, non possiamo non ricordare Ciccio Leuzzi, indimenticabile faro della difesa bagnarese tra gli anni sessanta e settanta, protagonista dei tornei estivi cittadini con la squadra del Canneto. Nanà Giarmoleo ereditò il ruolo di Leuzzi per tanti anni, mantenendo alta la tradizione del ruolo che premierà poi il lavoro certosino del vivaio della Bagnarese con il lancio di un difensore completo come Bagnato, talento naturale, che poi approderà tra i professionisti in varie squadre di serie B come il Lecce e la Triestina, con alcune convocazioni nella nazionale di questa serie. Note di cronaca meritano due validi centrocampisti, D’aspomonte e Misiti, che hanno dato il meglio della loro esperienza fuori bagnara.
Spesso i portieri sono dimenticati, ma di Elio Romeo abbiamo già parlato in occasione della sfida col Bitonto. Portiere tecnico ed istintivo, fu scelto per la sua bravura da parecchie squadre anche di livello professionistico.

Ciccio Leuzzi.
Nanà Germoleo.
L'ultima nota di cronaca, che risale al 1984, per l'entusiasmo creato in paese, riguarda lo spareggio che la Bagnarese fece contro la Deliese per accedere dalla prima categoria alla promozione. Le due squadre giunte alla pari in vetta alla classifica a fine campionato s'incontrarono in campo neutro a Cosenza per lo spareggio. Molti i tifosi d'ambedue le squadre a seguito, che contribuirono a rendere più bella la partita che non deluse le attese. Rimontato il goal di svantaggio segnato dalla Deliese nel primo tempo, la Bagnarese s'impose alla fine per due ad uno, con reti di Lombardo e De Forte.
Un carosello di macchine festanti invase qualche ora dopo Bagnara che fece festa fino a notte fonda. La partita filmata dalla MIVIL RVM di Bagnara, grazie ad alcune sponsorizzazioni, fu riproposta in piazza Marconi qualche giorno dopo per la gioia di chi non era presente a Cosenza. L'allenatore della squadra era Peppe Bellantone, attuale comandante della polizia municipale bagnarese e suocero di Benny Carbone noto calciatore professionista, che in quella partita sfidò Ciccio Leva, allenatore stimato ed apprezzato anche a Bagnara.
Non esistendoci alcun archivio
della società di calcio, come per tante altre cose locali, la storia vive
purtroppo attraverso la memoria delle persone che ricordano. Nella compilazione
della tabella che segue non sempre i dati sono risultati perfetti dall’incrocio
delle notizie pervenutemi, quindi nel tentativo di dare ordine ad una storia
che fino adesso ha campato solo grazie ai ricordi, questa tabella può avere
qualche errore.
Tabella riassuntiva dell’attività calcistica dell’U.S.
BAGNARESE
|
Anno |
Allenatore |
Presidente |
Campionato |
|
|
|
1946/47 |
GALLITTO |
MILAZZO |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1947/48 |
FALEO |
MILAZZO, O. PISTOLESI |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1948/49 |
CARERI |
FROSINA
|
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1949/50 |
MARTINO |
FROSINA |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1950/51 |
DATO |
BARILA',
ZAPPALA’ |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1951/52 |
GENTILUOMO |
M.
PISTOLESI |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1952/53 |
GENTILUOMO |
M.
PISTOLESI |
PROMOZIONE |
||
|
1953/54 |
GENTILUOMO |
M.
PISTOLESI |
PROMOZIONE |
||
|
1954/55 |
LICONTI |
N.N. |
PROMOZIONE |
||
|
1955/56 |
GERNTILUOMO |
N.N. |
|||
|
1956/57 |
ORIANA |
Comm.
MURATORI |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1957/58 |
ARBITRIO |
Comm.
MURATORI |
PRIMA DIVISIONE |
||
|
1958/59 |
|
DE
MAIO - CAMBARERI |
PROMOZIONE |
Tabella
riassuntiva dell’attività calcistica
AUDAX e SALMOIRAGHI – NECCHI CALCIO
|
|
|
|
|
|
1959/60 |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
|
1960/61 |
BARBARO |
BARBARO |
JUNIORES |
|
1961/62 |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
NESSUNA
ISCRIZIONE |
|
1962/63 |
BARBARO -
MICELI |
FURCI M.PISTOLESI
JUNIOR |
PRIMA DIVISIONE |
Tabella
riassuntiva dell’attività calcistica
dell’A. C.
BAGNARESE fino all’anno in corso.
|
DOMINICI |
LO PRESTI |
TERZA CATEGORIA |
|
|
1964/65 |
CARBONE |
FURCI |
PROMOZIONE |
|
1965/66 |
FOTI |
MARCHESE |
PROMOZIONE |
|
1966/67 |
TERRANOVA sost. da LEVA |
MARCHESE, comm.
DE FORTE |
PROMOZIONE |
|
1967/68 |
MASCI |
BARILA' |
PROMOZIONE |
|
1968/69 |
MASCI |
BARILA' |
SERIE D |
|
1969/70 |
RAISE e ARFUSO |
BARILA' |
SERIE D |
|
1970/71 |
MOSCHELLA |
CAMBARERI |
PROMOZIONE |
|
1971/72 |
MASCI |
CAMBARERI |
PROMOZIONE |
|
1972/73 |
MASCI |
CAMBARERI |
PROMOZIONE |
|
1973/74 |
MASCI |
comm. CREA, GIOFFRE', MEDURI |
PROMOZIONE |
|
1974/75 |
DOMINICI |
comm. FURCI RUGGERO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1975/76 |
LEUZZI sost. da DIENI e
DOMINICI |
comm. FURCI RUGGERO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1976/77 |
LEVA |
ZAPPALA' |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1977/78 |
LAMBERTI |
PARRELLO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1978/79 |
LAMBERTI |
PARRELLO |
PROMOZIONE |
|
1979/80 |
TRIPEPI sost. da PREVITI |
RAMONDINO |
PROMOZIONE |
|
1980/81 |
LAURENDI |
Comm. RAMONDINO, IENCO, Pres.VENEZIANO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1981/82 |
LAURENDI |
RUGGERO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1982/83 |
MARSELLA |
comm. ROSARIO VERSACE |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1983/84 |
BELLANTONE DE FOR
TE |
COTRONEO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
1984/85 |
BELLANTONE DE FORTE |
RUGGERO |
PROMOZIONE |
|
1985/86 |
DE FORTE |
BAGNATO |
PROMOZIONE |
|
1986/87 |
DE FORTE |
Com. GIOFFRE’ |
PROMOZIONE |
|
1987/88 |
BARBARA |
RUGGERO |
PROMOZIONE |
|
1988/89 |
BARBARA |
RAMONDINO |
PROMOZIONE |
|
1989/90 |
LAURENDI |
Comm. IENCO. PRES. ? |
PROMOZIONE |
|
1990/91 |
LAURENDI |
RUGGERO |
PROMOZIONE |
|
1991/92 |
LAURENDI |
VERSACE |
PROMOZIONE |
|
1992/93 |
LAURENDI |
VERSACE |
PROMOZIONE |
|
1993/94 |
DE FORTE |
GUGLIELMO |
ECCELLENZA |
|
1994/95 |
LAURENDI |
GUGLIELMO |
ECCELLENZA |
|
1995/96 |
LEVA sost. da TRIPODI e
RUSSO |
MUNUTOLO |
ECCELLENZA |
|
1996/97 |
MISITI |
PENSABENE |
ECCELLENZA |
|
1997/98 |
LAURENDI |
Comm. IENCO PRES. MOLINARO FURCI |
ECCELLENZA |
|
1998/99 |
LAURENDI sost. da DE FORTE |
PRES. MOLINARO FURCI |
ECCELLENZA |
|
1999/00 |
LAURENDI |
comm. CAIA |
PROMOZIONE |
|
2000/01 |
MEGNA |
CANNATELLA
MACRI’ |
PRIMA
CATEGORIA |
|
2001/02 |
DE FORTE |
Comm. DE LEO MUSUMECI |
PRIMA
CATEGORIA |
|
2002/03 |
COTRONEO |
RAMONDINO |
PRIMA
CATEGORIA |
|
2003/04 |
COTRONEO |
RAMONDINO |
PROMOZIONE |
|
2004/05 |
COTRONEO |
MUSUMECI |
PROMOZIONE |
|
2005/06 |
LAURENDI |
OLIVERIO RAMONDINO |
PROMOZIONE |
|
2006/07 |
COTRONEO |
OLIVERIO RAMONDINO |
PROMOZIONE |
|
2007/08 |
COTRONEO |
OLIVERIO TRIPODI |
PROMOZIONE |
|
2008/09 |
COTRONEO |
OLIVERIO TRIPODI |
PRIMA
CATEGORIA |
|
2009/10 |
COTRONEO sost. da LAURENDI |
OLIVERIO TRIPODI |
PROMOZIONE |
NB: nel 1959/60e nel 1961/62
la squadra non fu iscritta a nessun campionato.
Hanno collaborato alla
realizzazione di questa cronologia storica: Manlio Pistolesi, Antonino Cardone,
Rosario Alati, Rosario Versace, Bruno Ienco, Rocco Francesco e Vincenzo
Tripodi, Bruno Laurendi, Dominici Rosario, Rosario Molinaro, Manlio Pistolesi
Junior, Chicco Barbaro.
Per una semplice questione di notizie confuse e molto contrastanti tra di loro, la parte che va dagli anni ottanta in poi sarà scritta e pubblicata in altra edizione. Scusandomi con quanti hanno collaborato e con tutti coloro che in questo tempo hanno sacrificato il loro tempo alla Bagnarese non e sono stati mai nominati, tenterò ancora di ricostruire la storia recente della società che purtroppo è sempre stata priva di un archivio proprio e la documentazione societarià è sparsa nei vari cassetti privati di alcuni dirigenti accorti che per fortuna hanno pensato bene di conservare. Si potrebbe approfittare di questa occasione per raccogliere tutti i documenti e creare finalmente un archivio dalla società.
CAPITOLO SETTE
I Velieri.
(da varie interviste al sig. Francesco
Patamia)
La fine della seconda guerra mondiale
segna una svolta decisiva nel sistema socioeconomico bagnarese. La
ricostruzione e l’ammodernamento delle strutture tecnologiche mondiali come per
paradosso, affondarono tutte le piccole realtà commerciali a vantaggio
dell’industrializzazione e dei grossi capitali. Il destino di Bagnara fu
segnato. Il sistema produttivo, basato sulle fabbrichette di ceste e di
lavorazione del legname, lentamente si spense e ricominciò il grande esodo
verso le industrie del nord d’Italia, della Germania e delle Americhe come era
già avvenuto alla fine dell’ottocento. I velieri furono il più grande mezzo di
trasporto e di commercio che Bagnara ebbe fino alla costruzione dello scalo
ferroviario. Fino ad allora il commercio del legname avveniva via mare per
mezzo dei bastimenti.

Tre piccoli velieri in
attesa del carico, ancorati in località “nchiusa”.
Il luogo dove la merce veniva depositata e
poi caricata era detto “Nchiusa” e geograficamente si trovava subito
dopo il torrente Sfalassà, proprio sotto l’attuale
campo sportivo. Fino alla metà degli anni quaranta, tutto il terreno adesso
adibito a stadio, non era altro che un grande deposito di legname. Qui si
accatastavano circhi, doghe, verghelle, ceste, pali, paluni, zaccuni, ecc. in attesa di essere
caricati sui velieri e spediti a destinazione. I velieri che partivano da
Bagnara toccavano le sponde di tutti i paesi del Mediterraneo. Gli imprenditori
bagnaresi esportavano merce in quantità tale da coprire la fetta più grande
dell’intero mercato del legname. A questo proposito trovo incomprensibile ed
antistorico che in nessun testo venga fatta menzione dell’importanza di questa
florida realtà imprenditoriale bagnarese che dava lavoro a migliaia di persone
e che forniva legname a tutto il bacino del Mare Nostrum. Cominciamo col dire che Bagnara diede i
natali ad uno dei più grossi armatori calabresi dell’ottocento, Francesco
Patamia, il quale pur spostatosi a Gioia Tauro dava lavoro anche a circa
quattrocento bagnaroti. I suoi cinque figli maschi
furono tutti comandanti della sua flotta, ed alcuni dei suoi velieri erano i
più veloci del Mediterraneo. Altro armatore che lavorava molto per gli imprenditori
Bagnaresi era il capitano Nicola Richichi di Palmi che proprio sulla spiaggia
di Bagnara, a causa di una improvvisa mareggiata, perse una nave.

Il Rosina Richichi
affondato a Bagnara nel 1933.
I Bastimenti dunque arrivavano a Bagnara
dove venivano caricati e poi ripartivano. Le verghelle
venivano spedite principalmente a Malta, Tripoli di Algeria e Tripoli di Siria.
I circhi venivano commerciati
prevalentemente in Palestina. In Grecia, come a Marsiglia e Barcellona,
arrivavano i zaccuni
assieme ai circhi. Un rapporto di
commercio particolare Bagnara lo intratteneva con tutta la Sicilia, tanto che
nella stessa isola furono create fabbriche e depositi di ceste. Si calcola che
più di un milione di sole ceste confezionate a Bagnara, ogni anno, venivano
vendute in terra siciliana. All’epoca si contavano dai cinque ai dieci velieri
al giorno che approdavano a Bagnara, nonostante l’assenza di un porto.

Uno dei velieri della flotta di Francesco Patamia.
Se il mare lo permetteva, dalla battigia
si poggiava sulla nave una lunga passerella detta faiacca
attraverso la quale si poteva tranquillamente accedere ad una imbarcazione
detta paranza dove scaricare il legname, e da questa poi dopo un breve tragitto
si portava tutto a bordo del bastimento. Se il veliero era di piccole
dimensioni si poteva fare a meno della paranza e poggiare la faiacca direttamente sulla nave, grazie al fondale marino a
gradoni, formato dal torrente Sfalassà nel corso dei
secoli. Cominciava quindi una danza lenta e costante di instancabili donne che
in fila indiana arrivavano con il loro carico in testa, lo posavano e
ripartivano per un nuovo giro fino a quando la stiva non era piena. Uno, due,
dieci, venti donne in fila in poco tempo svuotavano e riempivano i velieri che
ripartivano sotto gli occhi soddisfatti di tutti. Tra la merce più comune che
questi bastimenti portavano a Bagnara c’è da citare la pezzulana, materiale che arrivava
dall’Etna e che si usava nelle costruzioni edili prima del cemento. Le gallerie
artificiali della ferrovia sono state costruite proprio con questo materiale.
Anche le pietre laviche, che fino a qualche decennio fa lastricavano la strada
nazionale ed il corso Garibaldi, furono trasportate dall’Etna con i velieri.

Sistemazione
della faiacca
per il trasporto della merce.
Tra i tanti tipi di pietra lavica usate a
Bagnara, le più comuni erano i basuli e le bolognine. Per quanto riguarda invece altro tipo di merce
varia che le botteghe vendevano quotidianamente, come stoffe e affini o
chincaglierie varie, si usavano per la loro importazione, imbarcazioni più
piccole dette buzzetti che arrivavano sino in Sicilia ed a Messina
in particolare, dove compravano all’ingrosso nei vari magazzini. I buzzetti più
grandi avevano una stazza di cinque tonnellate, essi erano piccoli e veloci e
quindi adatti per il commercio locale. Tra quelli che si ricordano oggi, ci
sono: il Caterinella,
u Patataru,
Il Vincenzello.

Il veliero tre alberi
Rina della flotta Patamia che affonda al largo dello stretto di Messina.
CAPITOLO OTTO
BAGNARA
TURISTICA
(Considerazioni
e vari articoli d’epoca. Commento di quattro sindaci)
Alla fine della seconda guerra mondiale, Bagnara, grazie alla sua posizione geografica, il suo clima e le sue naturali bellezze, non a caso fu scelta dai più importanti quotidiani del centro e del nord come cittadina da lanciare nel mondo del turismo d’élite; e dico d’elite e non di massa, perché quello di massa è strutturalmente improponibile senza creare caos e disagi ai cittadini.
Innumerevoli sono stati gli articoli giornalistici scritti dal Corriere della Sera o dal Messaggero, e che ora magari ritroviamo tristemente ingranditi ed incorniciati nelle pareti dei bar cittadini a ricordare la grand’occasione perduta.
Negli anni cinquanta dunque, seconda solo a Reggio, Bagnara era il centro estivo più conosciuto e frequentato della provincia.
L’edilizia ancora non aveva deturpato il territorio, poche macchine e motorini, grandi vigneti e tanto buon pescato facevano da traino ai tanti prodotti locali artigianali che si andavano affermando, come la produzione del torrone, dei dolci e dei gelati in particolare.
La sartoria aveva ripreso la sua tradizione di fine ed elegante artigianato e la banda cittadina conseguiva ancora un buon successo.
Ferragosto
era la festa per eccellenza. Tutti aspettavano il quindici agosto per mostrarsi
e per mostrare Bagnara festante a quanti quel giorno venivano a visitarla.
Avendo Bagnara una grande tradizione musicale, a ferragosto si ospitavano le bande più importanti e famose del tempo e, come nel cinquantuno toccò alla banda dei Carabinieri, nel cinquantadue fu la volta della banda municipale di Venezia.

Ferragosto in piazza Matteotti nel 1951 e 52.
Non era ancora scoppiata la febbre della musica leggera,
del rock, delle radio libere e delle reti televisive, ed ospitare una banda di
grosso calibro era un evento importante, paragonabile oggi ad un concerto di un
personaggio di prim’ordine della musica internazionale.
Man mano che Bagnara cosi come gli altri paesi della provincia di Reggio Calabria, ricominciava a riprendersi sul piano della ricostituzione del tessuto sociale e nelle strutture pubbliche con la ricostruzione di opere danneggiate e la edificazione di quelle nuove, anche la vita della nostra cittadina riprese a pulsare, e specie nella stagione estiva. Il nostro paese diventò un punto di riferimento per quanti da Reggio in giù volevano trovare momenti di svago e nuove occasioni di aggregazione. Già in occasione dei festeggiamenti delle congreghe del SS. Rosario e della Madonna del Carmine, oltre che in quella della patrona Madonna dei 12 Apostoli, moltissima era la gente che giungeva anche dai paesi vicini per ascoltare i concerti bandistici delle più famose Bande Musicali d’Italia.
Ma Bagnara unica nella zona, aveva una struttura balneare con annesso ritrovo a mare, che solo nel capoluogo, se ne trovava un’altra. Ci riferiamo al Lido De Forte,così chiamato dal nome dei gestori i mitici Arturo e Ricciotti De Forte, che riuscirono per tanti anni a dare a Bagnara un locale suggestivo, sul mare, dove si svolse per alcuni anni una intensa vita mondana, frequentato oltre che dalla “gente” di Bagnara dal bel mondo di Reggio che gradiva moltissimo passare le serate estive in quel di Bagnara, sulle onde delle note di un mitico complesso da ballo: la Zenocar dei fratelli Alati,che vide farvi parte nei tempi. Carrara, Enzo Puntillo, Ninì Tripodi, Saruzzo e Rocco Versace e poi “Katiuscia” che prese il posto di quest’ultimo alla batteria,con Tonino Iracà voce ritmo melodica di qualità memorabili le serate organizzate al Lido per le elezioni delle varie Miss. Tra queste da ricordare, perché sono andate al di là dell’ambito locale: Liliana Giacobbe e Gemma De Leo.

Elezioni di Miss Sirena al lido De Forte di Bagnara.
Anni 60. Foto Arch. R. Alati.

Foto di gruppo al lido. Estate ani 60. Foto arch. C.
Versace.
La Struttura del Castello Emmarita comprata dal comm. Guglielmo Mezzetti e trasformata in Hotel, fu sede di manifestazioni mondane internazionali; si ricorda una serata nella terrazza del castello in onore delle partecipanti al titolo di Miss Europa, che venivano da Taormina.
Ma lentamente la provincia di Reggio Calabria vede sorgere altro tipo di strutture :i ristoranti a mare che da Gallico a Scilla, via via hanno bloccato “l’emigrazione verso la mondanità di Bagnara”, preferendo a questa i manicaretti vari e gustosi che i ristoranti della riviera offrivano. E così anno dopo anno, Bagnara dal punto di vista di polo di richiamo estivo andò riducendo il suo “appeal”. Solo negli anni ’79 ’80 ’81 con la creazione, prima da parte del sindaco Generale De Leo, della stagione lirica, poi da parte del sindaco dott. Carmine Versace, della manifestazione “Bagnara Estate” la nostra cittadina è ritornata ad essere polo di attrazione, potendosi nelle serate estive gustarsi spettacoli inusuali per Bagnara, quali: balletti sinfonici; spettacoli di prosa e cabaret, serate di musica jazz, con artisti di valore internazionale e tanti altri spettacoli di qualità. Resta nell’immaginario collettivo sempre vivo il ricordo di quelle stagioni.
Tra i tanti articoli del periodo sul tema del turismo, ricordiamo quelli
di Domenico Tripodi, Francesco Calarco, Silvestro Prestifilippo, Bruno Poggio,
Franco Cipriani, Antonio Latella, Alfredo Pedullà Aduino, Mario Labate,
Vincenzo Caratozzolo, pubblicati da vari quotidiani nazionali come il
Messaggero ed il Corriere della sera, e che per motivi di spazio non posso
ospitare.
Nei primi anni cinquanta il sig. Domenico Capomolla
inserì in un libro molti articoli degli autori sopra citati assieme ad alcuni
dei suoi. Due di questi li ho trascritti per ricordare il clima che in quegli
anni si era creato e si viveva. Allora si credeva davvero ad una Bagnara regina
e perla di tutto il Tirreno.

Locandina della stagione lirica bagnarese del 1974 e
presentazione del sindaco De Leo.

Il corso V. Emanuele II negli anni 30.
BAGNARA PANORAMICA
(Domenico Capomolla) 1949
L'urlo del
mare rimbomba nelle case nei giorni di bufera e la carezza salutare, lieve si
distende su tutta Bagnara nelle infinite giornate serene. Il viale Turati, a
pochi metri dalla spiaggia renosa, si spazia, recentemente alberato, in una
lunga e rettilinea passeggiata. La strada nazionale attraversa la
cittadina, in un nastro lindo che si inerpica, più tardi, per la visione di
panorami indimenticabili. La ferrovia è nel centro dell'abitato e
quotidianamente deposita centinaia di viaggiatori.
Questa è la situazione turistica di Bagnara dal punto
di vista delle comunicazioni, perfezionata da una rete di moderni autobus che
raggiungono la stessa Reggio e tutto il retroterra, la piana solatia e
l'Aspromonte frondoso ed alto: meta agognata di 2000 metri per vedere sorgere
il sole dal mare Jonio ed ammirarsi proiettati in quello Tirreno. Vari mezzi
rapidi lasciano il turista in mezzo alla bellezza di questo centro e molte
volte si incontrano nello stesso punto i gitanti che provengono dal mare, che viaggiano
sul treno e che discendono dai predellini di autopulman.
Più tardi si sparigliano a gruppetti. Sul grugno di Martorano, vecchio scoglio
alberato, dal pianoro su cui è sistemata una villetta con vasca mormorante
nel getto forzato su di un pescespada immerso, un capannello ammira il panorama
chiassoso di case, il corrugarsi del mare, le ombre dei monti, il luccichio dei
fiumi! All'Affacciata, sul fiume Ganziano, ampìa terrazza che sprofonda sul mare, un gruppo più
compatto si serve di binocoli. E il turista guarda in ogni direzione, perchè la scelta è difficile, che si volga verso Solano,
dalle case appollaiate sulle pendici d'una collina ubertosa e tufacea che vide
il combattimento dei garibaldini; che s’inclini alle sorgive risonanti, ombrose
e profumate di rose; che s'indugi sul rapido Sfalassà
dalle industrie elettriche, boschive e cartarie; che il suo occhio si socchiuda
al bagliore delle acque di Scilla che specchiano, novella fata Morgana, il
ridente paesetto; che si dilunghi nello Stretto fino alle prime case di
Messina; che si fermi a punta Faro luccicante per laghi Ganzirri con tutta la costa orientale
della Sicilia; oppure che si distragga nelle isole Eolie; che voglia ricercare
nel cono incavato il fumacchio di Vulcano; che ondeggi lontano per il golfo di
Squillace nel suo capo Vaticano; che si disperda nel golfo di Gioia con la rupe
di S. Elia fresca ed incantevole; che ammiri lo speco marino della grotta Rosarella; che si avvicini con lo sguardo incantato su
tutta Bagnara, adagiata soavemente sulla sabbia e sulla scogliera e tra i
boschi; che voglia riguardare la spiaggia pullulante di barche operose; che
intenda rivedere da lontano i luoghi di arrivo, vicini fra loro, ed additare
l'imbarcadero, la ferrovia e la stazione automobilistica. I turisti incantati
non chiedono altro che spiegazioni, notizie e località.
Qui vogliono
fermarsi.
Inutilmente si tende a portarli oltre per
rendere loro più interessante il viaggio e più varia la gita.
Non sentono il bisogno di aggiungere altre
visioni a questa meraviglia incomparabile! Non v’è altro luogo migliore per
rimanere entusiasti, accontentati appieno. E vogliono ancora rivedere ancora
guardare e più non bastono le pellicole prodighe. Li v'era l'antica abbazia,
più avanti il merlato castello dal ponte levatoio, a sinistra il nuovo
artistico ed incantevole palazzo dai fioriti giardini pensili, in mezzo il
ponte Caravilla che spicca nelle ardite sue luci,
lassù i Cappuccini vecchi dalla chiesa ridotta ad una stanzetta disadorna o ad
una campanella sospesa al tronco di un albero, più in là il Belvedere dei Cappuccini
nuovi i Bisogna andare li per ammirare ancora!
Ancora? Sempre! ! !
Ed ancora in altri luoghi di questa Bagnara sempre più belli!

Un panorama di Bagnara visto dal mare.
MITO ED INCANTO
DI BAGNARA
(di Domenico Capomolla)
“E' una rete lunga 800 metri sostenuta alla superficie dalle prue di due barche e da sugheri che si susseguono con un intervallo di mezzo metro per l'intero percorso; in mare sprofonda nelle sue 116 maglie col peso di lamine di piombo, per circa 18 metri. In questo filo intrecciato dalla secolare esperienza il pesce spada s’imbatte, s'agita, combatte, si difende, s'impiglia, si divincola, s'incarcera e muore! Oltre la fiocina delle quattro alette prensili, la rete cattura fedelmente il pesce armato di spada. E la rete ci costa un inverno di lavoro paziente, noioso, tardo”.
Eravamo su di una barca, al largo di Bagnara tra il Grugno e capo Pizzarello, tra gli scogli di Secolafora e quelli affioranti ed infidi di Casa quadrata.
Il vecchio marinaio, dalla faccia rugosa, che sembrava scolpito nel legno del quale era stato snellito il remo con cui agevolmente scavava un solco sul mare - si compiaceva parlarmi e quasi traeva forza dal suo stesso tono di voce che si rifletteva sulle acque nel luccichìo delle onde arse.
« A noi piace questa vita dura che c'invecchia quotidianamente, perchè siamo nati nel mare e siamo stati battezzati con l'acqua e con il sale dello stesso nostro mare! Una volta c'era la Sirena, fuggita, dicono, dal gorgo di Napoli con Scilla l'allettatrice della Corrente vorace.
La Sirena si nascose nello scoglio e ci protesse sempre, perchè il nostro mare è sempre calmo: qualche volta è irato e allora..... son guaii »
Fermò quasi la barca per indicarmi il luogo della
Sirena, ora incantevole terrapieno sulla strada nazionale, da cui si abbraccia
tutto il panorama di Bagnara in una vampata di luce e di chiarore.
« Qui c'era il porto orestino
ove sbarcò Oreste, quello che uccise la madre. Qui si fermò e la Sirena lo
aiutò a scendere e gli indicò il fiume nelle sue sorgive, per andare a lavarsi
del suo peccato e fugare dal suo corpo le Erinni furiose. E l'infelice salì fin
lassù, s'immerse nelle acque limpide, riprese nuova vita e diventò mondo del
delitto commesso.
Ripartì lasciando in noi il suo ricordo nel continuo scorrere del fiume perenne, nei roseti pieni di profumo e nel piccolo porto sereno. La Sirena gli cantò una nenia dolce per rendergli sicuro il mare e lieto il cammino ed in certe notti, noi, sul mare con le lampare accecanti e le Plejadi miccanti sul capo, la sentiamo ed allora le rispondiamo con le tube marine che portano il nostro saluto saltellante di onda in onda ».
Ely, la mia compagna di barca, guardava con occhio socchiuso la vasta visione reale che si apriva davanti e la divinizzava col mito che scaturiva solenne dalla inquieta voce del marinaio.
Pensava alla Sirena fuggita, forse attratta dall' incanto del luogo, fosse attirata dal maroso forte, pensava a Clitennestra impudica ed ad Oreste, intriso del sangue materno, nel lavacro del Malopasso, e inventava con le sue labbra contratte la melodia della Sirena ospitale.
- “ Questa è la grotta Rosarella, ove la Najade veniva a riposarsi, piena di petali di rose trasportate dal Ganziano innamorato!”
La illusione delicata ed il mito galante attrassero l'amica che mi incitò a penetrare con la barca nella grotta fresca ed ampia.
Qui tutto era quiete e le penombre, fugate dall' attesa della luce, chiarirono la bellezza di questa immensa grotta sul mare, invasa dalle acque azzurrognole.
La barca si arrestò dolcemente sulla spiaggia entro la grotta e l'arnica gentile balzò sulla rena fine e bianca.
Guardava fremente il fondo marino biancastro ed azzurro, con acque calme e limpide: a pochi passi, fuori la grotta, l'onda si rompeva sulla scogliera e, dentro, arrivava soltanto il suo vano mormorio.
Osservai Ely, in questo incantevole e quasi disumano contrasto, e notai sul suo volto un pallore soave mentre i suoi occhi si dilatavano e le sue labbra tumide vibravano di ansietà.
« Come sarebbe bello, oggi, rapire all'onda l'intimo della sua gioia e del suo spasimo, della sua potenza e della sua bellezza; come sarebbe grande gioire entro le acque e in queste acque quiete rapidamente sparire!»
Parlava con voce accorata e con un velo d'intensa attesa, nella grotta che vide la giovinezza della najade e che inebriava nella dolcezza della natura, racchiusa nel cavo di uno scoglio riflettentesi nel proprio specchio di mare.
Lontano dall'apertura remota, il luccichio diventava
focoso l'aria calda apportava un caldo vibrar d'ali.
Bagnara
turistica. Ma come?
Testo tratto
dall' Obiettivo
Periodico bimestrale pubblicato dal gruppo cristiano di impegno sociale di Bagnara
Numero marzo aprile 1986 pagina 9
Le opinioni dei sindaci
A cura del gruppo studenti universitari
Tre
domande sul turismo a quattro sindaci che si sono succeduti.
1)Quali
sono i motivi per cui non c’è stato a Bagnara un turismo di massa?
2)Quali
sono le zone del nostro paese che possono essere sfruttate per uno sviluppo turistico?
3)Che
tipo di agevolazioni occorrono, dagli enti preposti, per creare le condizioni
di uno sviluppo turistico?

Risponde:
Diego Versace sindaco dal novembre 63 al settembre 68.
1)L'insufficiente disponibilità di aree, tenuto conto della vecchia tendenza che portava all'individuazione e collocazione di strutture alberghiere adiacenti al mare, non ha consentito in passato di promuovere iniziative utili per uno sviluppo turistico di massa.
2) Quando quella vecchia tendenza sarà rovesciata e vi sono in questa direzione segnali positivi, se è vero che a Rimini, al Salone delle Vacanze, la domanda degli operatori del settore è rivolta in direzione di strutture non più situate vicino al mare, allora Bagnara potrebbe aspirare ad una seria valorizzazione turistica.
3) Per quanto riguarda infine il tipo di agevolazioni in favore dell'industria turistico-alberghiera, a mio avviso, pur essendo queste importanti, da sole non sono sufficienti per realizzare iniziative di ampio respiro. La valorizzazione turistica delle varie località è potuta avvenire quasi sempre attraverso l'iniziativa di operatori economici interessati che, probabilmente, non trovano impiego più utile in altre iniziative.

Risponde:
Carmine Versace sindaco dal luglio 79 al novembre 80
1) Risponderò come richiestomi, con brevità, perchè sull'argomento in questione, malgrado tutto, si può essere schematici, semplici e comprensivi. Ed è questo il mio impegno!
Rispondendo alla prima domanda, ne conseguirà automaticamente anche la risposta alle successive, Anzitutto deve essere chiaro che si può parlare di sviluppo turistico con tutti i conseguenti benefici di ordine economico e sociale, allorchè si fa riferimento ai grandi numeri in termini di presenze. Altrettanto chiaro deve essere che, per ospitare grossi flussi turistici, sono necessarie mediograndi strutture ricettive (alberghi).
Dovrà essere ancora chiaro che, per far sorgere queste strutture ricettive di decente dimensione, sono necessarie adeguate aree disponibili. E', per me, chiaro, che il turismo è richiamato a Bagnara soprattutto perchè essa è 'una città di mare con una sua peculiare attrattiva, per cui ogni struttura alberghiera non può prescindere da una sua localizzazione costiera. Tutto ciò premesso ne deriva, quasi con logica matematica, che in atto, non essendoci disponibilità di aree adeguate alla bisogna, non si può e, provocatoriamente dico, non si deve parlare di sviluppo turistico di Bagnara, ma solo al massimo di gestione dell'esistente per rendere più vivibile la vita d'estate!
Concludendo - e credo di essere stato, nel ragionamento, sillogistico per riaprire il discorso sulle possibilità di un serio e programmato sviluppo turistico a Bagnara bisogna trovare, e liberalizzare da lacci e lacciuoli urbanistici, le aree possibili per interventi turistico-alberghieri.
Esse vanno ricercati ovviamente nelle zone a nord ed a sud di Bagnara. Mezzi tecnico-amministrativi per fare ciò? Modifiche negli strumenti urbanistici. Il resto è poesia!

Risponde:
Francesco Zoccali, sindaco dal dicembre 80 all’aprile 82
1) Esistono motivi di carattere generale che non riguardano solo Bagnara ma si riferiscono al fatto che il turismo di massa non ha mai interessato, se non per aspetti marginali, il meridione. D'altro canto la struttura socio-economica di Bagnara, l'assenza di una spinta orientata in questo senso e le conseguenti carenze di strutture e servizi non spingevano certo in senso positivo.
2) A mio avviso non ne esistono, come d'altra parte non ne sono mai esistite per lo meno nel senso lato della domanda che fa riferimento al “turismo di massa”. Basta guardare alle località dove si è realizzato questo tipo d'intervento per rendersi conto che a Bagnara questi presupposti non esistono. Ed allora il discorso può essere, come dovrebbe, diverso; in tal caso il turismo dovrebbe coinvolgere tutta la città ed in particolare il lungomare.
3) Gli incentivi ci sono o per lo meno ci sono stati: “CASMZ”. Non è quindi questo il problema, che è invece quello di sollecitare attività imprenditoriali, mentalità meno conservatrici e soprattutto fornire i servizi adeguati per un'occasione che si sta ripresentando nella connessione tra la costruzione del Ponte sullo Stretto e la realizzazione del nostro porticciolo che dovrebbe stimolare un ripensamento sul ruolo e la vocazione della nostra città.

Risponde:
Domenico Barilà sindaco dall’aprile 82 all’agosto 83
Sinceramente non credo che né ora né mai in futuro Bagnara possa essere meta di turismo di massa.
Lo sviluppo del turismo, che presuppone la bellezza del paesaggio, si giova principalmente degli investimenti finanziari privati, anzitutto nel senso di un ampliamento della capacità ricettiva, che è poi la base necessaria per il sorgere di strutture secondarie, ovvero discoteche, piscine, campi da tennis, pizzerie, bar, ecc.
Il problema è che Bagnara, incastonata tra le colline ed il mare, è come un catino già colmo, priva di zone edificabili e senza possibilità di estendersi territorialmente. Non si vede dunque dove questi nuovi alberghi dovrebbero sorgere; è chiaro, infatti, che investire in collina, essendo Bagnara una località balneare, non è troppo appetibile per gli operatori economici. E allora diventa forse più ragionevole e logico spingere in direzione del miglioramento delle strutture esistenti. Malgrado quanto detto in precedenza, ritengo infatti che Bagnara possa offrire al turista più di quanto non faccia. In questo senso credo si debba muovere l'amministrazione comunale, direttamente con l'organizzazione di manifestazioni e spettacoli e con l'appoggio proficuo ad ogni iniziativa privata che abbia un ritorno di pubblica utilità, ma anche indirettamente: con l’ingegnarsi a creare quelle strutture che, prima ancora che turistiche, promuovano lo sviluppo sociale e culturale del nostro paese. Al proposito, esistono leggi regionali e nazionali che, se convenientemente sfruttate anche dai privati, potrebbero fornire le risposte più consone a questa esigenza di crescita.
Testo tratto “dall’ Obiettivo”
Periodico bimestrale pubblicato dal gruppo cristiano di impegno sociale di Bagnara
Numero marzo aprile 1986
CAPITOLO NOVE
La biblioteca comunale mai realizzata
(da alcuni documenti di archivi privati)
Per narrare correttamente
la storia della biblioteca comunale, che si doveva costruire in quella che è
oggi Piazza Matteotti, davanti al municipio, bisogna risalire agli anni 30
quando la piazza non era altro che uno spiazzo che prima era stato occupato dalle
baracche in legno pro terremotati 1908 come si vede nei particolari di queste
due foto d’epoca.

Per entrare in merito ai
primi progetti di costruzione in quella piazza bisogna tornare indietro nel
tempo nel lontano 1937 e seguire le dimissioni del podestà di allora, chieste a
gran voce dal prefetto per i motivi sotto citati.
ROMANO NICOLA di Carmelo e
di Elisabetta Li Donnici, nato a Bagnara il 15 .4.1891, sposato con Careri
Maria Giuseppa, deceduto in Bagnara il 16.3.1977, ricoprì la carica di Commissario prima e di
Podestà dopo dal 1934 al 1937. Con sua datata 21 Gennaio 1937 e indirizzata al
Prefetto di Reggio Cal. (in archivio esiste copia) come richiesto, dava la
giustificazione del perchè aveva, nella qualità di
Podestà, pronunciato una orazione funèbre ai funerali
dell’antifascista on. Giuseppe Albanese. Cioè che lo aveva fatto interpretando
la volontà popolare.
Il prefetto, con sua datata
4 Febbraio1937 (esiste l'originale) chiedeva al Romano di mettere a sua
disposizione la carica. II Romano lo faceva con sua di pari data (esiste
copia). In data 10 Febbraio1937 il Romano, nel dare le consegne al Commissario,
leggeva una relazione (esiste copia) minuziosa dei suoi tre anni di governo.
Tra le opere più significative scritte in quella relazione: la bonifica dei
quartieri Canneto e Milano; il prolungamento del Corso Vittorio Emanuele II; (a
sud e a nord); sistemazione belvedere; sistemazione Piazza Fondacaro;
allargamento e sistemazione della strettoia che divideva il centro dalla
Marinella; costruzione passerella in C.A. sul torrente Malopasso;
costruzione di uno stabilimento balneare con pista da ballo e bar, unico in
provincia, realizzato su sua pressione dall'imprenditore Giuseppe De Forte e
dai fratelli (Ricciotti e Arturo) gestori di Bar; con la collaborazione dei
cittadini, che offrivano la manodopera gratis, la fontana di Ceramida e Pantani
e la Piazza di Pellegrina; costruzione di case popolari in Pellegrina. In fine
si legge che aveva ottenuto gratis dall'architetto Francesco Albanese (figlio dell’ on. G. Albanese), il progetto per la costruzione della
casa del Littorio, situandola sulla piazza Municipio. Esistono documenti
nell’archivio di famiglia, dai quali risulta che il Commissario che ha
sostituito il Romano ha dovuto ritirare l'incarico (anche se gratuito
) all'architetto Albanese e conferirlo al Cav. Ing. Ettore Squillace di
Reggio Cal., il quale modificò il progetto Albanese e, pertanto, fu realizzata
quella pessima costruzione, recentemente demolita.

La piazza in quegli anni era usata per le adunate del fascio.
Ogni commento a quanto sopra letto è superfluo, l’umanità non è mai stata di casa nei regimi totalitari, e la scelta di ritirare l’incarico, anche se gratuito, all’architetto Albanese è un naturale e formale atto di cameratismo, dove non era l’interesse per la cosa bella e utile che veniva valutato, ma le persone che erano interessate; e così, mai e poi mai l’architetto Albanese, considerata la sua parentela, avrebbe visto realizzato il suo progetto.
Questo progetto, che io ho visto in originale in tutte le sue vedute, fa parte di un archivio privato e non mi è stato concesso di fotografarlo; comunque posso testimoniare che rispetto a quello che poi è stato costruito, era completamente diverso e comprendeva oltre ad un’ampia biblioteca, vari ambienti e saloni di diversa grandezza per qualsiasi tipo di manifestazione. Era molto diverso da quello che poi si andò a realizzare e da tutti gli altri di classico stile fascista, era moderno e vivibile contemporaneamente in più parti.

La struttura che poi si realizzò, in due vedute degli
anni novanta.
Quella struttura, più volte modificata ed adibita a mille situazioni diverse, nel 1981, durante una gestione comunale di centro sinistra DC – PSI, con sindaco il prof. Francesco Zoccali, rischiò di essere finalmente demolita per dare lustro ad una struttura polifunzionale, di ampio respiro, anch’essa progettata gratuitamente dall’architetto prof. Giovanni Morabito. Il progetto per la costruzione di questo centro era stato ampiamente abbozzato, discusso e modificato già sotto l’amministrazione del dott. Carmine Versace a cui poi il prof. Francesco Zoccali succedette. Il plastico definitivo pagato personalmente dai due sindaci, fu presentato in una pubblica assemblea alla Pro Loco di Bagnara alla presenza dello storico Lucio Villari.
Ecco come sarebbe stata la struttura alla fine dei lavori:

Una piazza vivibile ed un centro culturale di notevole
interesse.
Ecco come all’epoca fu presentato il progetto:
Amministrazione
comunale di Bagnara Calabra 1981
Obiettivi
del progetto: Realizzazione di un edificio polifunzionale per biblioteca,
sala conferenze e proiezioni.
Il
progetto prevede un intervento che si articola in diversi ambiti spaziali,
relativi alle diverse destinazioni d'uso.
La piazza
Lungo il corso V. Emanuele II, segnata dalla preesistenza delle palme per essere posta in relazione sia allo schema vario che al nuovo edificio progettato. Essa si articola su due livelli, uno alla quota attuale ed uno a quota - 70 centimetri rispetto alla strada.
La quota d'imposta ribassata si raggiunge attraverso tre gradoni e rampe laterali di accesso che portano ad una più piccola piazza ribassata. Questa, posta in relazione al portico che si sviluppa longitudinalmente sotto al nuovo edificio, può costituire un luogo particolarmente adatto alle rappresentazioni all'aperto; fungendo da platea può accogliere circa seicento spettatori.
Nella parte della piazza posta a livello superiore è stato sistemato il percorso principale di accesso alla biblioteca, fiancheggiato lungo l'asse da un doppio sistema di vasche d'acqua. Il percorso principale di accesso conduce al grande portale che immette in una piazza coperta, aperta verso il mare, che costituisce il perno dei percorsi orizzontali (portico, lungomare, strade laterali) e verticali (vani scala e ascensori della biblioteca e della sala conferenza).
Il portico costituisce una zona di mediazione tra i diversi livelli, quello della piazza bassa, quello della piazza coperta e quello delle strade circostanti.
L'edificio
Il complesso che racchiude la biblioteca e la sala conferenze è stato progettato in relazione al lotto costruibile a disposizione, cercando di trovare un raccordo preciso tanto con la piazza Matteotti e la struttura viaria del centro storico di Bagnara, quanto con l'esigenza di porre in comunicazione visuale la piazza con il mare.
Ne è derivato un edificio a ponte con una serie di sfondamenti a livello terra, in corrispondenza del portico, del portale di accesso, della piazza coperta.
Sul lato sinistro dell'edificio, guardando il mare, è stata localizzata su due livelli la biblioteca, cui si accede dalla piazza coperta mediante un vano scala posto dalla parte del lungomare e un vano ascensore-motacarichi posto sul lato della piazza Matteotti.
Al primo livello è stata sistemata la sala di lettura, in uno spessore più ristretto rispetto al corpo di fabbrica, con 32 posti a sedere, libri di consultazione continua e cataloghi.
Nei grossi pilastri-contenitori sono stati sistemati una saletta per audiovisivi e videotape da un lato, e i servizi igienici dall'altro.
Da questo livello si accede mediante una scala in acciaio, al livello superiore, aperto con un ballatoio sulla sala lettura, dove sono localizzati il deposito libri, una zona per mostre temporanee e gli uffici direttivi e amministrativi.
Nella parte dell'edificio simmetrica alla biblioteca è sistemata la sala conferenze, utilizzabile anche come auditorium e sala proiezioni. A questa, posta a quota m 5, 40, si accede dalla piazza coperta attraverso vani scala e ascensore analoghi a quelli della biblioteca. La sala, che può accogliere un minimo di 150 posti a sedere, è illuminata lungo le pareti longitudinali da un doppio ordine di feritoie quadrate, poste al lato, che possono essere chiuse mediante un sistema di oscuramento.
Veduta frontale del progetto.
Purtroppo anche questa volta, per le solite beghe politiche, la cittadina ha dovuto rinunciare ad una struttura che sarebbe stato oro colato per le future generazioni e che avrebbe inserito Bagnara in un circuito culturale continuo con la matematica affluenza di gente durante tutto il corso dell’anno solare. Pensare a ciò che un edifico del genere avrebbe potuto offrire è facile, soprattutto al giorno d’oggi dopo un quarto di secolo, niente è stato fatto per sopperire a mio giudizio a quel gravissimo errore. Anche perché se quel centro non lo si voleva costruire in quel luogo, bastava costruirlo in altro posto. Non sarebbe stata la stessa cosa, ma almeno un centro polivalente ci sarebbe stato. Periodicamente ogni amministrazione ne promette uno, per adesso nulla di nuovo sotto il cielo bagnarese. Speriamo che il 2008 sia la volta buona e che venga portato a termine un progetto che ha origini a circa 11 anni fa, più volte elaborato, che prevedeva la costruzione di una struttura adatta a molteplici tipi di manifestazioni, da realizzarsi sul corso V. Emanuele II lato sud, al rione Valletta, sul terreno dove era locato ex ufficio di collocamento e che lo si faccia funzionare realmente anche se il tutto è già stato ridimensionato sia nello spazio messo a disposizione sia nelle sue pretese iniziali.


Altre vedute del progetto.
CAPITOLO DIECI
L’emigrazione
fra la fine del 1800, l’inizio del 1900 e fino ai gironi nostri.
Brevi
cenni sociali e storie vissute
L’emigrazione, piaga endemica del meridione, è stata, e lo è anche
adesso, un fenomeno di massa derivante da tutt’una serie di circostanze
contrarie che non hanno permesso lo sviluppo completo della società e del territorio.
La conseguenza più logica al fattore povertà, che avanzava imperterrito dopo le grandi rivoluzioni industriali, è stata quella di emigrare dove potevano sussistere possibilità di lavoro e condizioni di vita nettamente migliori. Non sempre però la cosa funzionava. Spesso, specialmente in nord America, si finiva nelle mani di altri italiani, che approfittando della confusione mentale e della naturale confusione dei nuovi arrivati, li sfruttavano per i loro sporchi interessi.
Le mete preferite dall’emigrazione, oltre al nord America, erano l’Argentina e l’Australia.
Molto interessante sarebbe spiegare nel dettaglio tutti i vari perché del fenomeno dell’emigrazione, ma non è compito mio farlo, mi limiterò ad elencare alcuni fattori importanti che a mio giudizio concatenandosi fra di loro hanno contribuito al parziale spopolamento del meridione e del nostro paese in particolare, provocando danni, dolori e ferite che mai si potranno rimarginare. Perché nonostante qualche emigrato sia poi divenuto persona ricca e rispettata, la stragrande maggioranza,costretta dalle ristrettezze economiche, ha vissuto lunghi anni di sofferenze ed ingiustizie sociali. Tra le cause che, a mio giudizio, hanno portato alle prime grandi ondate di emigrazione alla fine del 1800, ci sono: la conformazione del territorio, la lontananza dello stesso dalle zone più produttive e sviluppate del resto dell’Italia e dell’Europa, l’ unità d’Italia per come è stata concepita, ossia come una colonizzazione del sud, la scomparsa del brigantaggio, la nascita di altre forme di concentramenti malavitosi che hanno occupato a colpi di violenza ed abusi i punti cardini della società, la conseguente mancata evoluzione civica, intellettuale ed economica.

Una foto autografata del sig. Arturo Parisio spedita ai
suoi parenti a Bagnara, dal sud America.
L’emigrazione, come fenomeno di massa, continuò verso le Americhe e
l’Australia, fino alla fine della seconda guerra mondiale, poi fino agli anni
settanta le mete preferite dagli emigranti si spostarono in Europa e
specialmente in Germania. Anche l’Italia del nord fu meta di arrivo per chi
decideva di cambiare vita, e le preferenze logiche agli inizi furono quelle del
triangolo industriale Genova, Milano Torino.
Durante il ventennio fascista, e prima dello scoppio della seconda
guerra mondiale, il regime, per fronteggiare la crisi della disoccupazione, con
grande propaganda a favore degli Stati Uniti, invogliava la gente a partire
verso New York, dove mancava la manovalanza per l’edilizia.
Migliaia
di persone dall’epoca hanno abbandonato Bagnara per carenza di posti di lavoro,
e in conseguenza del flusso economico mondiale, delle crisi e della produzione,
che dettano le leggi del mercato, la nostra gente costantemente anche oggi è
costretta ad emigrare per poter sopravvivere. In alcuni periodi questa
emigrazione è lenta ma costante, di altri periodi è di massa. Infatti nel 1901
la popolazione residente a Bagnara era di 11136, ha raggiunto una punta massima nel 1960 con 14289 residenti
ed al 2001 conta solo 11230 residenti. Se si osservano i grossi flussi
migratori si nota una repentina diminuzione della popolazione nei periodi di
crisi economica.
In pieno fascismo, nel 1936, nonostante la politica di sviluppo demografico della popolazione, i residenti a Bagnara furono solamente 12574.
E’ questo un argomento molto vasto che meriterebbe molta attenzione e rispetto per le migliaia di persone che sono state costrette a sacrifici non indifferenti per sopravvivere.

A sinistra
Vincenzo Macrì e Carmela Triulcio in Argentina il 28 agosto del 1936.
A destra al loro
sbarco in Argentina.
I nostri emigrati, conquistati e trasformati dalle nuove realtà, in base alla nazione ed alla zona in cui capitavano, nel corso degli anni maturavano opinioni e concezioni diverse, e diverso era il rapporto col paese natio. Possiamo dire oggi che, quelli che hanno un legame culturale più stretto con Bagnara sono gli emigrati argentini, i quali, dopo più generazioni cercano sempre contatti con i loro parenti bagnaresi.
Grazie alle moderne tecnologie di comunicazione, delle quali internet è la più diffusa ed immediata, sono tantissime le persone che ci richiedono notizie ed informazioni su Bagnara, ed è per questo che invogliato dalle continue richieste di queste persone, ho ingrandito un sito web che avevo costruito così per capire come funzionava il mondo di internet. Oggi il sito www.bagnaracalabra.biz è anche una bella realtà al servizio della gente lontana da Bagnara che può leggere le notizie storiche più varie, e osservare centinaia di foto vecchie e nuove e guardare con calma dalla propria casa centinaia di filmati di epoche diverse sulla nostra cittadina. Grazie a queste nuove tecnologie, vi propongo alcune storie di emigrati in prevalenza dell’Argentina e dall’Australia che ci illustrano le diverse situazioni che hanno incontrato e le evoluzioni che hanno vissuto. Queste storie come simbolo di tutte le storie di emigrazione bagnarese sparse e vissute nel mondo intero.
Storia e ricordi di Salvatore Bagnato
Intervista al sig. Salvatore Bagnato Presidente dell’ ASSOCIAZIONE BAGNARA CALABRA INCORPORATED SYDNEY NSW SOCIALE CULTURALE RICREATIVO

Salvatore Bagnato nacque a Bagnara Calabra il 21 maggio del 1947 da Rosario e Caterina Bagnato detti “u Saia” e a “Petrullia”
A sei anni ha cominciato a lavorare con suo padre che faceva il pescatore. Il suo compito era quello di ungere le “falanghe” al mattino presto in modo da far scendere la barca in mare meno faticosamente e poi quello di preparare lo scalo per dar possibilità alla barca stessa di trovare la strada spianata e piana vicino alla battigia. Come tutti i figli di pescatori ha cominciato questo lavoro in modo naturale ed automatico proprio perché figlio di un pescatore. A quei tempi non c’era scelta e quel mestiere non lo insegnava a scuola.
Diventato adolescente, egli fece tanti mestieri, non tanto per aiutare la famiglia ma per mantenersi l’hobby del calcio e comprarsi le scarpette adatte. Cosi partecipò alla raccolte di agrumi, lavorò in segheria e fece anche il manovale come muratore portando in discarica i detriti con la carriola; e tutto questo per aver un posto in squadra nella giovanile della Necchi calcio guidata da Gregorio Dominici.
Da ragazzo era un tipo molto sveglio e cosi a tredici anni da solo di prodigò a richiedere il foglio di pesca e poi il libretto di navigazione per poter navigare l’anno successivo. A diciotto anni sbrigò tutte le faccende burocratiche per avere il passaporto ed emigrare in Australia, chiamato da suo fratello Diego che già da qualche tempo vi era residente. Cosi dopo aver superato tutte le visite mediche a Messina, dove fu coinvolta tutta la sua famiglia, fu pronto per partire nel nuovo continente.
Le partenze importanti non si dimenticano mai e così, a meno di venti anni, il 30 marzo del 1967 partì con un aereo a elica da Reggio Calabria per Roma e da qui a Sydney con un DC8 Alitalia. Il 1 aprile 1967 si ritrovò in Australia.
I primi anni sono stati molto duri, soprattutto pensando a casa ed alla mamma che faceva tutto l’occorrente per lui e la famiglia. In terra straniera tutto era difficile, una lingua diversa e una cultura sconosciuta praticamente gli hanno preso molto tempo per adattarsi e sistemarsi a dovere.
In Australia fece presto ad inserirsi nella comunità cristiana cattolica e collaborando con l’associazione di una parrocchia di Sydney diventandone ben presto il segretario. La cultura cattolica ed il radicamento alla piccola chiesetta di Marinella, dove era stato chierichetto di don Giovanni Cacciola, gli diventavano ora utili per inserirsi nella società d’oltre oceano.
In quel periodo conobbe una ragazza siciliana, Ada Oddo, della quale si innamorò e con la classica “fuitina calabrese” esportata oltre confine, dopo sei mesi furono marito e moglie. Nel 1970 nasce la primogenita Caterina, nel 1973 Mariella e nel 1979 Antonella, nel 1984 nasce Rosario e nel 1988 Angelo. Famiglia felice la sua con cinque figli di cui Salvatore è molto contento. Oggi egli è felicemente nonno di ben cinque nipotini.
In Australia nel 1970 in poi cominciò a lavorare nell’edilizia e dopo aver ottenuto nel 1976 la licenza di costruttore di impresario edile, continua oggi il suo lavoro pieno di soddisfazioni.
Una parte del cuore di Salvatore però è sempre a Bagnara, ed il ricordo dei profumi del nostro mare e delle nostre colline lo inebria anche da molto lontano tanto che per ricreare un poco di atmosfera bagnarota, assieme ad altri bagnaroti emigrati ha fondato un circolo a cui hanno dato il nome di ASSOCIAZIONE BAGNARA CALABRA INCORPORATED SYDNEY NSW SOCIALE CULTURALE RICREATIVO del quale attualmente ha l’onore di esserne il presidente.
Nella sede del circolo sono appese foto e dipinti di Bagnara e i costumi tipici bagnaroti come SAIA, SCIAMMISCIU e MUCCATURI non mancano mai nelle feste tradizionali che organizzano ed assieme alla tarantella ogni inizio novembre fanno da contorno alla SAGRA DEL PESCESPADA, molto sentita e rinomata nella città a cui partecipano le massime autorità cittadine. L’associazione durante la manifestazione premia quanti durante l’anno si sono distinti per la loro attività sociale e culturale.
Salvatore è tornato molte volte a Bagnara e cosi descrive la sua sensazione: “dentro il mio animo di emigrante sento sempre dei sentimenti e dei legami che spesso mi danno la sensazione di essere più forti ti coloro che ci vivono”.
Il suo sogno è quello di riunire tutti i “bagnaroti” dell’Australia per avere un’associazione più forte e continuare la collaborazione ed il legame con la cara Bagnara.
Salvatore continua a ricordare un
episodio di un suo ritorno a Bagnara: Una
grande soddisfazione l’ho avuta il 5 ottobre 1999 quando arrivato a Bagnara fui
accolto dall’allora presidente della pro loco Luigi Oriana ed omaggiato di una
targa ricordo come testimone della nostra cultura in Australia, naturalmente
assieme agli altri componenti dell’associazione. Questo mi ha fatto molto onore
ed anche se sono distante da molti anni non dimentico mai la mia terra natale sono
orgoglioso di tutti i “bagnaroti” emigranti che col
nostro lavoro ci siamo inseriti in un mondo ed una cultura diversa ma, col
pensiero rivolto sempre a Bagnara”.
Lo statuto che regola l’ ASSOCIAZIONE BAGNARA CALABRA INCORPORATED SYDNEY NSW SOCIALE CULTURALE RICREATIVO è incentrato sull’impegno di mantenere vivo non solo il ricordo delle proprie radici, ma anche quello di trasmettere ai propri figli le conoscenze e le tradizioni del paese d’origine. Conformemente all’indole buona e caritatevole dei lavoratori “bagnaroti”, una parte dello statuto sancisce i diritti dei più deboli e dei meno benestanti, favorendo opere di vera solidarietà.
Organigramma
dell'associazione Bagnara Calabra incorporated Sydney
Presidente

Salvatore Bagnato

Vice Pres. Domenica Masuzzo Segretario Gino Giangrasso Tesoriere
Ada Bagnato Vice tesoriere Nina Iannì
Consiglieri




Coord.Antonella Caltabiano Antonio Iannì Salvatore Masuzzo Salvatore
Zullo Francesco
Messina
Alcune foto delle attività svolte
dall’associazione in questi anni

V. e D. Bagnato pesano un pescespada
A. Bagnato, D.Masuzzo, N. Ianni P. Zammit M.P. Deputato e S. Bagnato
Bambine alla sagra
Festa di Carnevale 

Il primo incontro dei bagnaroti: Vincenzo Bagnato, Salvatore Bagnato, Diego
Bagnato e Diego Bagnato“fasolea”

Presentazione dello
sponsor A. Musumeci - J. Williams
del A. O’Hare e Cathie Searl dell’ospedale dei bambini.

Il comitato assieme al
Professore Kim Oates primario all’ospedale dei bambini

Consegna dell’assegno di
beneficenza al Professore Kim Oates primario all’ospedale dei bambini 
Ada e Salvatore Bagnato, professore Kim
Oates, Gino Giangrasso.
Storia di Rocco Antonio Musumeci

Nato a Bagnara Calabra nel 1938, Rocco Antonio era il secondo figlio di Rocco e Giuseppina Musumeci.
Dopo la morte della mamma, all’età di 10 anni emigrò in Australia alla ricerca di una nuova vita ed un futuro più sicuro di quello che gli offriva l’Italia del dopo guerra. Nella nuova terra a tredici anni cominciò a lavorare in un supermercato di frutta e verdura.
Intorno ai 18 ricevette un invito da un amico e compare di famiglia a fare una battuta di pesca. Andrea Losurdo, il compare in questione, involontariamente cambiò per sempre la vita di Rocco Antonio che adesso per praticità di lingua si faceva chiamare Tony. Il ragazzo s’innamorò del mare del ricco pescato e delle onde del Pacifico. Diventò pescatore e con buoni profitti. Dopo qualche anno di navigazione sulla costa a sud di Sydney dove acquisì notevole esperienza ed arricchì il suo bagaglio personale come pescatore, assieme a suo fratello Vincenzo acquistarono il Sant. Antonio, uno dei pescherecci più grandi e capaci dell’epoca del porto di Woollongon. La pesca commerciale era diventata una ragione di vita per Tony che per otto anni assieme al fratello ha rifornito tutti i mercati della zona di ogni qualità di pescato che il mare potesse offrire.
Raggiunta una sicurezza economica stabile Tony si sposa con la gentile signora Antonina dalla quale ha avuto tre figli: Rocco, Giuseppina e Franco che hanno arricchito la sua vita ed ingrandito la sua famiglia.
L’attività commerciale dei fratelli Musumeci continua con operosa maestria e sacrifici e soddisfazioni tanto da poter acquistare un secondo battello dal nome “Woollongong” star. Oramai i due fratelli erano conosciuti e rispettati come pescatori per antonomasia. Con l’evolversi delle tecnologie il battello fu sostituito da uno più grande moderno e capace “ l’Illawarra star” e nel 1982 fu la volta del “The Giuseppina” una barca che rinforzò di più il prestigio dei due fratelli tanto da renderli indispensabili nell’economia peschereccia della baia di Woollongong.
Nel 1986 i fratelli decidono di sciogliere la loro società che durava da ben 26 anni. Tony continua con la sua attività con peschereccio “The Giuseppina” governato dal figlio Rocco e contemporaneamente apre un moderno punto vendita di pesce chiamato “Seaview Fish Market”.
La qualità del prodotto venduto e la passione per il commercio convinsero Tony, oramai nonno di tanti bei nipotini, ad aprire un nuovo punto vendita di pesce il “Better Choice Fifheries” che con il passare degli anni divenne il punto vendita più importante di tutta la zona a sud di Sydney conosciuta come la Illawarra Region.
Il Better Choice Fifheries è diventata una moderna industria del pescato apprezzata per la bontà e la qualità dei suoi prodotti che vengono esportati in gran quantità nei mercati del sud est asiatico.
Tony, oggi settantenne si riposa coccolando assieme alla moglie Antonina gli otto nipotini che i suoi figli gli anno regalato. Collabora coi figli all’attività della ditta e quando può s’imbarca sullo yatcht “Lady Nina” per respirare quell’aria di mare ed il profumo di salsedine che hanno rappresentato tutta la sua vita.

Rosario Bagnato detto “
u Saia”
Nel racconto del figlio salvatore.

Bagnato Rosario nacque a Bagnara nel 1914, sposò Caterina Bagnato detta “ a Petrullia”
Pescare per mio padre non era ne un mestiere e ne una professione, era una passione, un amore con cui ha costruito il destino e l’orgoglio della sua famiglia composta da otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Mio padre comincio a lavorare come pescatore fin da ragazzino, era troppo innamorato del suo meraviglioso mare che a quel tempo dava pescato in abbondanza. Cominciò a lavorare con mio nonno “Patri Saru” assieme ai suoi due fratelli Rocco e Domenico. Dopo essersi sposato con Caterina acquisì doti di maestria e reputazione di gran pescatore, di saggezza ed umanità, capace ed intelligente di pescare qualsiasi tipo di pesce in base a ciò che la stagione offriva.
Emigrato in Argentina, prima della seconda guerra mondiale, per le gravi ristrettezze economiche in cui versava tutta l’Italia, fece grossi sacrifici per poter sopravvivere lavorando duramente per parecchi anni. Tornato in Italia lavorò come pescatore assieme ai Fratelli Rocco e Domenico per parecchi anni dopo aver costruito una nuova barca. La società dei tre fratelli però, si divise per questioni di opportunità, visto che le loro famiglie crescevano ed i figli cominciavano ad inpadronirsi del mestiere e non potevano più dipendere da lui, considerato anche i nuovi sistemi di pesca che cominciavano a migliorare la qualità della vita. Per tre anni dal 1955 al 1958 mio padre ed il maggiore dei miei fratelli, Rosario, emigrarono in Africa e precisamente a Candola in Somalia vicino a Mogadiscio. Si pescava il tonno con il “cianciolo” e la “lampara”. Mio padre era il capobarca e doveva procurare le sardine da usare come esca. Lavorava per una compagnia italiana che produceva tonno in scatola.
La fama di mio padre come abilità di pescatore superava i confini di Bagnara, egli era troppo orgoglioso del suo lavoro. Amava il mare come la sua famiglia e per questo era onorato e rispettato da tutto il paese.
Tripodi Giovanni “Tri mazzi”

Nato a Bagnara Calabra il 14 novembre 1953, da ragazzo ha esercitò l’arte del marmista lavorando in alcuni artigiani del paese, tra cui il professore Carmelo Barbaro detto “meleio” e da Domenico Gioffrè detto “u miciu”.
Poco prima dei venti anni cominciò a svolgere il servizio di leva nella Marina Militare presso la base di La Spezia. A causa di un infortunio ad un dito, rimase in convalescenza per 40 giorni a Bagnara, durante i quali conobbe quella che poi diventò sua moglie, Enza Melluso in vacanza nel paese d’origine ma che già viveva in Australia. Con Enza rimase sempre in contatto anche quando nel 1975, finito il servizio di leva, partì per la Germania dove, ospitato da un suo grande amico, Enzo Morello detto “Pangallo”, cominciò a lavorare in una fabbrica di vetro. Nel 1976 si avventurò a lavorare in un ristorante di nome “Colosseo”, prima come lavapiatti, poi come pizzaiolo, (arte che aveva appreso presto mentre faceva il lavapiatti) e poi come cuoco sempre nello stesso ristorante.
Durante il tempo libero andava in palestra dal suo amico Morello ad imparare le arti marziali e cosi per due lunghi anni.
Tornato in Italia, il 16 febbraio del 1978 parte per l’Australia e solo dopo pochi giorni cominciò a lavorare con una compagnia petrolifera nelle raffinerie di petrolio. Il 30 aprile di quello stesso anno sposò Enza Melluso ed il 2 febbraio del 1979 nacque il primo dei suoi figli, Antonio, poi fu la volta di Rocco il 12 giugno 1981 e poi toccò a Carmela 22 agosto 1988 e Vincenzo il 15 novembre 1994.
Tantissimi sacrifici,
(caratteristica di tutti gli emigrati meridionali e “bagnaroti”
in particolare, dove il denaro guadagnato viene sempre risparmiato e non
sprecato in cose futili) hanno costellato la vita di Giovanni che, dopo aver
abbandonato la ditta petrolifera, è diventato un abile artigiano specializzato
negli isolamenti acustici contro il rumore e in quelli per l’aria condizionata.
Oggi è uomo di fiducia di questa ditta in cui lavora da 27 anni, mentre da venti
come secondo lavoro fa il pizzaiolo part-time.
Non ha smesso di frequentare le palestre di arti marziali diventando
istruttore, ed aprendo una piccola palestra, facendo gare agonistiche ed
avanzando nelle categorie fino a diventare cintura nera 4th dan
cheff istruttore dell’ International Taekwon-Do Federation, registrato come Tripodi
International Taekwon-Do, fino adesso unico “bagnaroto” in
Australia ad arrivare a questo livello.
Gianni ed Enza con l’aiuto dei figli portano avanti la famiglia in maniera
dignitosa, Rocco si è sposato due anni fa e, nonostante abbiano pochi parenti
vicini, entrambi lavorano sfruttando solo la bontà del padre di lei che bada i
figli durante le ore lavorative.
Vincenzo Bagnato detto “ u Fasoleia”

Vincenzo Bagnato nato nel 1930 a Bagnara Calabra è il terzo di nove figli di Diego e Domenica, di cui sette maschi e due femmine.
Vincenzo ha frequentato tutte le scuole elementari, e per quel tempo era una vera fortuna per un bambino figlio di pescatori, poi ha dovuto abbandonare gli studi per aiutare la sua famiglia e lavorare con suo padre e i suoi fratelli. Ha lavorato con suo padre fino all’età di venti anni, poi fu chiamato per il servizio di leva. Il suo servizio militare durò 26 mesi come marinaio su una nave della Marina Militare. Congedatosi tornò a Bagnara dove all’età di ventitre anni sposò Rosa dalla quale dopo i primi anni di matrimonio ebbe tre figli: Domenica, Diego e Paolo. Nel 1960, viste le ristrettezze economiche e le poche possibilità di lavoro, decise di emigrare in Australia affrontando il viaggio sulla nave “Toscana” lasciando momentaneamente la famiglia a Bagnara.
Arrivato a Sydney cominciò subito a lavorare come pescatore sulla barca “Isabella star” e dopo 4 mesi grazie al fratello Diego, viste le sue capacità, ebbe parte della barca stessa.
Nel 1961 la famiglia lo segue in Australia e dopo pochi anni nascono altri tre figli: Giuseppe, Rosario e Domenico. In questo periodo un episodio drammatico segnò la vita di Vincenzo: una notte mentre era in mare a pescare una tempesta danneggiò la barca ma miracolosamente lui e gli altri uomini a bordo riuscirono a salvarsi recuperando la barca il giorno dopo. Dopo tre anni vendette quella barca continuando a lavorare assieme al fratello Diego con la nuova barca “Immacolata prima”. Le soddisfazioni per il lavoro erano tantissime e si lavorava sette giorni su sette e dopo tre anni di sacrifici e fatica in mare aperto, durante una cerimonia la barca dei Bagnato, l’unica, venne premiata per l’alto profitto reso.
Nel 1972 Vincenzo e Diego separarono le loro attività. Vincenzo comprò la barca chiamata “San Giuseppe star” e continuò a lavorare coi suoi figli Diego e Paolo.
Nel 1976 la famiglia di Vincenzo decise di tornare a Bagnara e lavorare con la pesca comprando una spadara. La sua permanenza durò circa 4 anni di lavoro faticoso in giro per i mari italiani a pescare pescespada. Durante questi anni in Italia un episodio di grande coraggio e solidarietà vide protagonista Vincenzo: una notte al largo dell’isola di Capri una forte tempesta mise in serie difficoltà un’imbarcazione. Vincenzo dalla sua barca sentì un S.O.S. e dopo aver tirato su le reti si avviò verso il punto dove la barca in difficoltà stava per affondare, salvando giusto in tempo i 3 pescatori quasi spacciati. Il suo gesto è stato molto apprezzato in tutto il paese tanto che il sindaco di Bagnara, per il gesto eroico compiuto,gli conferì una medaglia d’oro al merito. Inoltre, per il suo eroismo ricevette un’ulteriore riconoscimento dalle alte autorità dello Stato.
Nel 1981 Vincenzo tornò in Australia con tutta la famiglia dove comprò una barca chiamata “Seaport”, dieci anni dopo ne comprò un’altra di nome chiamata “Antonia” che fece gestire ai figli Paolo e Rosario, mentre Diego lavora con la “Seaport”. Oggi la famiglia di Vincenzo si è molto ingrandita, i figli sono sposati ed i nipoti sono cresciuti. Nel 2003 Vincenzo è stato nominato cavaliere del lavoro della Repubblica italiana con tanto di medaglia d’oro per il suo duro lavoro ed il coraggio dimostrato in mare. Anche se oggi è in pensione, egli sta sempre vicino ai figli porgendo loro esperienza e buoni consigli per il lavoro. Vincenzo è molto orgoglioso del suo passato, del suo cognome e della sua Bagnara che porta sempre nel cuore.

Una barca da pesca della famiglia Bagnato
Ricordo di uno sfortunato pescatore che dopo anni
di duro lavoro, al momento di ritornare in Italia muore tragicamente in un
incidente.
E’ morto alla
vigilia della vacanza in Italia
Commosso tributo d’affetto a un
pescatore italiano
Panuccio Antonio detto “ u Persicu”

Sydney 29 luglio 1977
Si sono svolti giovedì mattina in una cappella privata di Leichhaardt i funerali di Antonio Panuccio, il pescatore italiano di 55 anni perito martedì mattina nella baia di Sydney. La sua barca da pesca “Connie” speronata da un traghetto “Lady Woodward” è affondata in pochi secondi. Tratto a bordo da alcuni marinai dell’equipaggio è morto pochi minuti dopo. Sono giunti da Ulladuila e da Newcastle, sul volto i segni di una notte trascorsa in mare, i pescatori italiani che non hanno voluto mancare all’ultimo appuntamento con Antonio: Vi erano pescatori di Sydney che lo conoscevano da venti anni, i commercianti del mercato del pesce, gli amici. Per molti l’appuntamento era all’aeroporto due giorni dopo. Sabato infatti Antonio doveva partire definitivamente per l’Italia, in Calabria da dove era giunto nel 1957. Per lui l’Australia è stata il mare. A Ulladulla e poi a Sydney dal 1961. Per venti anni una notte dopo l’altra il mare è stato la sua casa. Una vita dura, difficile che era stato costretto ad abbandonare due mesi prima per ragioni di salute. Aveva sistemato i figli Ross, Vince, Joe, Rocky, Johnny e Sammy, e sabato avrebbe dovuto realizzare il sogno di tanti anni, tornare in Italia con la moglie Maria per godersi il frutto del suo lavoro. Martedì il giorno dell’incidente doveva essere un’uscita d’addio, l’ultima. All’alba invece la piccola “Connie” tutta dipinta in verde è stata tagliata in due dal grosso traghetto. “ E’ morto in mare si diceva l’altra mattina tra gli amici commossi. Se doveva succedere, quasi a voler giustificare il fato, è forse stato meglio cosi.” Parole senza senso dettate più che altro dal dolore oppure dalla conoscenza dei pericoli della vita del mare. La salma verrà tumulata in Italia. Antonio era un uomo tranquillo, benvoluto, amante della famiglia e del lavoro. Al mercato del pesce dove lavoravano anche alcuni parenti era di casa. “Martedì mattina ci dicono, sono arrivati alcuni agenti di polizia e hanno chiesto in giro se conoscevamo il proprietario della “Connie”. Ci siamo sentiti raggelare il sangue nelle vene. Sapevamo che era la banca di Antonio.
Panuccio non è il primo pescatore italiano vittima di un incidente nella baia di Sydney dove i pericoli rispetto al mare aperto dovrebbero essere praticamente inesistenti. Il fato, invece sembra accanirsi contro di loro. L’inchiesta in corso non è ancora conclusa.
Spesso le storie di sacrifici e rinunce per tutta una vita per poi
godersi la pensione nel paese natio, hanno finali tristi e drammatici come ci
testimonia questo articolo che ci parla di un pescatore bagnaroto
emigrato in Australia ed al momento di ritornare definitivamente a Bagnara
rimane vittima di un spaventoso incidente.

Panuccio al lavoro
mentre traina una rete da pesca.
Storia di Diego Bagnato “ u Fasoleia”

Diego Bagnato nacque a Bagnara nel 1928 da Diego e Domenica. Primo di nove figli. Sette maschi e due femmine, fa parte di una famiglia di pescatori, mestiere che i Bagnato si tramandano da diverse generazioni.
Il 19 aprile del 1957 a causa delle ristrettezze economiche Diego decide di emigrare in Australia e di trasferirsi a Sydney. Il suo primo lavoro e come marinaio in una barca da pesca e dopo un anno, apprezzate le sue capacità ed abilità nel mestiere, ricevette una proposta di passare a fare il pescatore nella barca “San Rocco” col compito di capo barca. Dopo due anni, acquisita molta esperienza decide ci comprare una barca propria e con l’arrivo sul continente del fratello Giuseppe costituiscono un nuovo equipaggio sulla “Isabella”. Passati tre anni di ottimo lavoro e molti sacrifici Diego comprò una barca nuova la “Immacolata prima” e suo fratello Giuseppe la “Santa Maria”. Nel 1964 nel porto di Sydney c’erano solo 5 barche attrezzate per la pesca e tutte erano comandate da un Bagnato. Venduta l’ “Immacolata prima” comprò una barca tutta di sua proprietà, chiamata “Arakiwa” che gestisce assieme ai figli Giuseppe e Vincenzo, che come da tradizione cominciarono dalla gavetta a fare i marinai e non i pescatori, assieme al genero Antonio. Quella barca solcava i mari con qualsiasi tipo di tempo meteorologico dando tantissime soddisfazioni alla famiglia, tanto da battere ogni tipo di record di pescato. Grazie al lavoro che dava ottimi risultati, la flotta dei Bagnato si rinnovava costantemente, tanto che nel 1992 fu comprata la “Francesca” che lavorò instancabilmente per dieci anni fino al 2002, la “Arakiwa” fu venduta sei anni dopo. Diego oggi è in pensione ma il suo nome è inciso sulla nuova barca del figlio, la “ Don Diego”, al quale dà sempre consigli assistendolo amabilmente ed aiutandolo a sistemare le reti.
Biografia di ANTONINO BARILÁ (1905-1993)

Antonino
Barilà (1905-1993) assieme al figlio.
Foto del 1967. Si vede Antonino, a sinistra con il
cappello assieme al figlio Anibal .
Mio nonno, Antonino Barilá era nato a Bagnara Calabra l'8 ottobre 1905 ed è morto a Carmen de Patagones, Argentina il 16 dicembre 1993. Era figlio di Rosario Barilá e Maria Parisi.
Durante il mese di novembre del 1905, essendo lui un bimbo appena nato, la famiglia si trasferì in Argentina in cerca di lavoro. Il bimbo cresceva lontano dalla Patria e dalle sue radici. A casa si parlava il dialetto, però man mano che cresceva era necessario imparare lo spagnolo per poter frequentare la scuola elementare.
Abitavano a Carmen de Patagones. Questo piccolo paese è alla riva nord del fiume Negro, sull’altra sponda vi è la città di Viedma.
Nel 1921, Antonino come tutti i giovani del paese conosce Rosa Fondrini, che diventa la sua fidanzata. Però c'è un problema, Rosa abita a Viedma, cioè sull’altra riva del fiume. In quell'epoca non era ancora stato costruito il ponte. Per visitare la sua fidanzata, Antonino doveva prendere un antico canotto e remare fino all'altra riva. Ma c'era ancora un altro problema... siccome i giovani di Viedma non sopportavano che quelli di Patagones venissero a cercare fidanzata alla loro città.... gli slegavano il canotto e Antonino doveva nuotare per riaverlo.
Nel 1925 una ditta tedesca comincia la costruzione del ponte per unire le due città. Assumono tanti operai, tra i quali Antonino che insieme agli altri giovani immigranti italiani e spagnoli lavorano con tanta forza e coraggio.
Il 30 gennaio 1932 Antonino si sposò con Rosa. Il 31 ottobre 1932 nasce il primogenito Anibal (mio padre) e alcuni anni dopo nasce mia zia Nelly. Era un'epoca di povertà nell'Argentina, Antonino ha fatto l'operaio, il contadino, il portiere e tanti altri lavori per portare avanti la famiglia, poi, fece l'erbivendolo fin quando andò in pensione.
I suoi figli, sono cresciuti. Anibal è tintore e ha sposato Nilda (mia madre), Nelly è casalinga e ha sposato Edgardo.
Antonino ha avuto una vita molto difficile, di sacrificio però ha avuto la fortuna di avere una famiglia.
Ecco un'altra foto. Si vedono Antonino e Rosa. È stata scattata nel 1991 al porto di San Antonio Est nella Provincia di Río Negro. In quell'epoca siccome erano anziani tutti e due, i loro figli li portavano a spasso.
Il 16 dicembre 1993 Antonino morì, lasciando alla famiglia composta dai suoi figli Anibal e Nelly Barilá i quattro nipoti: María Inés (mia sorella), María del Carmen Barilá e Sergio Carolina Franco, e i cinque bisnipoti: Andrés, Alidé, Diego, Alexis e Agustín (mio figlio).
Antonino; il mio caro nonno, è stato molto importante nella mia vita. Mi ha trasmesso tutti i valori morali. Mi ha sempre insegnato con l'esempio. I suoi vicini lo ricordano come un uomo molto solidale e allegro. Sebbene fisicamente non sia più con me, lo porto nel mio cuore e lo ricordo con tantissimo amore. Fin da bambina sono stata molto riconoscente e ho imparato l'italiano, la sua lingua, allo scopo di avvicinarmi un po' alle sue radici.

Questa è una breve biografia di un bagnarese nella Patagonia Argentina. A tutti gli amici del sito www.bagnaracalabra.biz un affettuoso saluto.
María del Carmen Barilá
LA STORIA DI ROCCO DE NICOLA
Mi chiamo Rocco De Nicola e sono nato a Bagnara Calabra il14 giugno 1915, quarto di sette fratelli, tutti educati fin da piccoli all'amore per le arti, soprattutto quella figurative, e due miei fratelli, che ancora risiedono in Calabria, hanno ricevuto premi per le loro opere di cultura e di scultura. Anche in campo musicale la mia famiglia ha dato prova del suo valore: i miei tre fratelli più grandi hanno militato nel complesso bandistico Banda di Calabria, diretta dal maestro Francesco Alati, vincitore del primo premio al concorso bandistico di Firenze nel 1922; il gruppo successivamente venne sciolto d'autorità in quanto non accettò di incorporarsi come banda della milizia fascista. Proprio in quel periodo cominciò la mia storia di emigrante in quanto seguii nel 1926 i Miei genitori in Argentina, per il mio primo soggiorno nel Paese sudamericano. Frequentai le scuole italiane di Buenos Aires, proseguendogli studi artistici già avviati in Italia, finché nel 1930 rimpatriammo a causa delle cattive condizioni di salute di mia madre. Ritornai in Argentina circa due anni dopo, nel 1932, e ripresi gli studi artistici frequentando le scuole superiori (l'arte, avendo la fortuna di avere fra i miei docenti due cosentini, i professori Pugliese ed Orlando). Anche se lontano non ho Mai dimenticato la Patria e già nel 1934 assieme ad altri, connazionali, fondai l'Associazione culturale e sociale italo-argentina di cui fui segretario data anche la mia giovanissima età. Ma nel frattempo, nel 1936, era scoppiata la guerra per la conquista dell'Abissinia e feci immediatamente domanda per essere arruolato come volontario e dare cosi il mio contributo a quello che allora ci veniva presentato come il modo migliore per far progredire la Nazione. Purtroppo, non venni inizialmente giudicato idoneo al servizio in quanto avevo un piede difettoso, ma non mi persi d'animo; mi feci operare e, dopo l'esito positivo della nuova visita medica, destinato al 4° Reggimento bersaglieri, di stanza a Torino. Mentre completavo il periodo di addestramento la guerra terminò e così dopo otto mesi di servizio militare fui congedato senza aver combattuto in terra d'Africa, ma soltanto partecipato ad una mostra di pittura promossa dal Comune di Torino per giovani artisti non ancora affermati. Potevo, quindi, ritornare in Argentina e completare i miei studi artistici, come si può notare un po’ discontinui e partecipare a numerose mostre di pittura con molti e affermati pittori argentini. Ma l'amor patrio ed anche gli affetti familiari mi tenevano legato all'Italia, ed aspettavo l'occasione per servirla. Purtroppo non dovetti aspettare molto, nel 1940 scoppiò le Seconda Guerra Mondiale e corsi subito ad arruolarmi volontario. Stavolta venni subito dichiarato idoneo e destinato al 19° Reggimento fanteria «Brescia» di stanza a Catanzaro, ed immediatamente inviato sul fronte libico, dove sono stato per circa tre anni. Congedato provvisoriamente nel dicembre 1942 per avvicendamento dei reparti. Ritornai così nella mia Bagnara con il grado di sergente maggiore e una decorazione al valore militare conquistata sulla piazza di Tohruk. Durante la mia lunga licenza in Calabria incontrai una mia cugina, Francesca de Liguori, che sposai nel 1913 e dopo circa un anno nacque la mia prima figlia di nome Maria e nel 1946 il secondo figlio Carmelo. Nel frattempo era finalmente terminata la guerra ed ebbi il congedo. Cominciai a lavorare con mio fratello al restauro di numerose chiese di Bagnara danneggiate dalla guerra e dagli anni.
Nel 1948 nacque mia figlia Ninetta e nel 1949 decisi di rientrare in Argentina, oramai diventata la mia seconda patria. Stavolta un distacco più duro dei precedenti, anche perché lasciavo i miei genitori con la quasi certezza di non rivederli mai più, come infatti avvenne, e la mia famiglia da cui mi feci raggiungere l’anno successivo.
In Argentina, dove nacquero 3 miei figli Rocco Nunzio, Aurora ed Enrico, ho continuato a decorare e restaurare chiese, tra cui quella dedicata a San Nicola di Bari di grande importanza storica poiché sul suo campanile il generale Belgrano fece issare la prima bandiera dell'Argentina indipendente, e la cappella di San Francesco di Paola dell’ Associazione Calabrese in Argentina. Debbo però dire che questo paese, ricco di materie prime e con grandi potenzialità agricole, dovrebbe essere meglio governato e se il suo ricco patrimonio venisse sfruttato la crisi economica attuale troverebbe almeno una parziale soluzione. Non si assisterebbe così al fallimento di numerose imprese di incalcolabile valore a bellissime città lasciate in uno squallido abbandono, a famiglie costrette a vendere la casa frutto di anni di duro sacrificio, così come è capitato a me.
Anche in mezzo a tante difficoltà, non ho mai dimenticato l'Italia e la Calabria come dimostrato dall'attiva collaborazione data alle varie associazioni italiane, senza alcun tornaconto personale, anzi rimettendoci economicamente. Sono stato, infatti, nominato componente del Consiglio direttivo della Federcombattenti argentina e componente del Comitato direttivo dell'Unione Assistenza e Benevolenza, società fondata dagli italiani nel 1856, nata per proteggere i nostri concittadini privi di rappresentanza diplomatica, non essendo ancora completata l'unità nazionale e avente come padrini onorari Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Sono stato anche presidente effettivo del Circolo italiano di Berazategui per cinque anni, durante i quali ho raccolto i fondi che hanno consentilo ai miei successori la costruzione dell’attuale sede. Come delegato per il sud America dell’associazione sottoufficiali in congedo ho fondato cinque sezioni in Argentina, una in Uruguay, due in Brasile, una in Perù e una in Paraguay. Sono riuscito ad avere molti contatti con i reduci argentini fino ad organizzare nella base militare di Campo de Mayo la commemorazione del sergente Cabral, caduto sul campo di battaglia durante la Guerra d’indipendenza Argentina, alla manifesta:ione hanno preso parte sia autorità militari argentine, sia autorità diplomatiche italiane.
Ma intanto, era il 1976, mio figlio doveva contrarre matrimonio in Australia e tanto lui quanto i parenti della sposa pretesero la presenza mia e di mia moglie alla cerimonia nuziale. Dopo che assistetti alla celebrazione del matrimonio mi apprestavo a ritornare in Argentina, mio figlio mi invitò a rimanere in Australia, paese pacifico e senza grossi problemi sociali ed economici. Non mi fu molto difficile accettare questa offerta: la situazione in Argentina era ulteriormente peggiorata, sia in campo economico, sia in quello politico, e le sparatorie in strada erano ormai una consuetudine a Buenos Aires. Dopo aver salvato la pelle durante la seconda guerra mondiale non avevo nessuna intenzione di perderla innocente in un paese straniero e quindi accettai l'invito trasferendo anche il resto della famiglia in Australia.
Debbo dire che, malgrado tutto, ho lasciato con un po' di rimpianto l'Argentina, nazione dove ho trascorso 43 anni della mia vita, dove ho maturato le mie esperienze di lavoro, dove sono cresciuti i miei figli. Ma devo anche essere riconoscente alla terra australiana, dove i miei figli hanno trovato quella sistemazione che forse in Argentina non avrebbero avuto. Oggi, infatti, tutti si sono ben inseriti nella vita sociale e professionale australiana e hanno formato una loro famiglia, dandomi anche 13 nipoti. Anch'io mi sono inserito nella società australiana, infatti, ho continuato a dipingere, partecipando a varie mostre con buon successo di critica, di pubblico e anche di vendite grazie a questa attività ho acquisito il diritto a percepire una pensione australiana, diritto non riconosciutami ne dall'Argentina, ne dall'Italia, malgrado gli otto anni di servizio militare.
Anche nel nuovissimo continente ho avuto modo di ricordare i combattenti, non solo presenziando alle manifestazioni commemorative, ad esempio il 4 novembre ma anche fondando associazioni di reduci. Subito dopo il mio trasferimento dall'Argentina mi giunse dall'Italia la nomina a “delegato per le associazioni combattenti e reduci in Australia”. Non persi tempo e in breve, grazie anche all'aiuto dei reduci già residenti, fondai tre sezioni dell'Associazione sottoufficiali in congedo a Melbourne, Sidney e Adelaide, successivamente ho fondato l'Associazione bersaglieri reduci con due sezioni, una a Sidney e l'altra a Melbourne. Come si può notare, malgrado abbia trascorso molta parte della mia vita lontano dall'Italia, non l'ho mai dimenticata, proprio come un figlio non dimentica mai la madre.
Ho anche fondato l'Associazione pensionati italiani di Sredner di cui sono nato presidente per tre anni durante i quali, da quindici soci fondatori che eravamo, oggi siamo diventati tremila.
Qualche anno fa ho incontrato il signor Frank Labbozzetta, rappresentante della Regione Calabria in Australia, che mi fece conoscere il «Circolo Calabrese Tommaso Campanella» e anche a nome del direttivo mi invitò a presiederlo. Lasciai ad altri la responsabilità direttiva dell'Associazione pensionati e decisi di dedicarmi a questo nuovo circolo, diretta espressione della mai dimenticata Calabria.
Malgrado gli anni trascorsi ho sempre la mia Bagnara negli occhi e nel cuore e ovunque sia stato ho sempre cercato di far vedere come i calabresi non sono quelli che arrivano sporchi e laceri con la valigia di cartone legata con lo spago ma, provengono da una terra che ha saputo dare al mondo numerosi uomini illustri esempio di moralità e di ingegno.
Auguro, pertanto a tutti gli emigrati italiani,
soprattutto a quelli calabresi buona salute, gridando «Viva l'Italia!» (che è anche
l'antico nome della Calabria).
Tratta dal periodico Calabria Emigrazione dell’Agosto
Settembre 1990.
CAPITOLO UNDICI
Il
ponte Caravilla
Il ponte Caravilla fu costruito per la prima volta nel 1825 è prese il nome dell’ingegnere che lo realizzò, almeno così si dice. Altre fonti tendono a dare a questo nome significati molto diversi da quello citato giocando sul nome stesso Cara e Villa e sul fatto che il quel posto in tempi remoti si dice esisteva una villa signorile.

Il ponte in una foto della fine del 1800.
Il Gioffrè nel suo libro “Storia di Bagnara” ed. Laruffa 1983, così c’è lo descrive: “formato da tre grandi arcate dell’altezza di metri 13 e da una corsia pedonale e carreggiabile di metri 34 di lunghezza e metri sette di larghezza, fu un’opera architettonica di inestimabile valore, anche per le sue particolari strutture tutte in mattoni pieni.
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Una veduta dei primi del 1900.
La sua imponente e maestosa mole attira lo sguardo del forestiero sia perché disposto in maniera tale che bisogna attraversarlo tre volte, sia per la sua meravigliosa posizione che offre un’incantevole visione da sembrare un balcone sul mare”.
Nel periodo che va dalla fine della II guerra mondiale agli anni sessanta, quando Bagnara non era ancora stata invasa dal cemento lecito ed illecito e la struttura di questo “monumento” era godibile da ogni angolo del paese, molti pittori venivano a dipingere le loro tele ricostruendo l’insieme del paesaggio che dal ponte scendeva verso la marina dove le chiese del Carmine e del Rosario ed il verde adiacente sembravano protetti da questa elegante opera.
Distrutto durante la seconda guerra mondiale, il 4 settembre del 1943 ad opera dei tedeschi in fuga, fu ricostruito tra il 1945 ed il 1946 dalla ditta Oscar Pistolesi che lo ebbe in sub-appalto dalla ditta dell’ ingegnere Giunta di Reggio Calabria.

Due vedute del ponte in epoche diverse.
CAPITOLO DODICI
La torre aragonese
Intorno alla metà del XVI secolo, durante il dominio degli aragonesi, uno dei problemi più grossi da risolvere, soprattutto per i paesi costieri del sud Tirreno era quello d'arginare l'avanzata dei turchi, che dopo aver occupato la costa settentrionale africana, divennero molto temibili.
Il viceré Consalvo fece costruire lungo il litorale, alcune torri d'avvistamento richieste dal consigliere regio Fabrizio Pignatelli.
La loro funzione era quella d'avvistare gli eventuali predoni, ed allestire una difesa in grado di fermarli prima dello sbarco.
Anche Bagnara, punto strategicamente importante nello scacchiere delle guerre dello Stretto, ebbe la sua Torre.

La torre con le due casette adiacenti, in una
foto degli anni trenta.
Costruita in cima ad un piccolo promontorio che separa la spiaggia di Gramà da quella di Marinella, a contatto visivo con la fortezza situata sulla rupe di Marturano, era luogo ideale per visionare lo specchio di mare antistante, ed in caso dare l'allarme.
Nello stesso periodo fù fortificata la rupe di Marturano. Dalla parte sporgente verso il mare si costruirono due grandi muraglie difensive che furono chiamate Bastione a sud e Costanzella a nord.
I ruderi dei muraglioni
aragonesi a difesa della rupe di Maturano.
Durante la seconda guerra mondiale la torre è stata colpita dalle cannonate delle navi degli alleati, e per tanto tempo ha riportato quelle ferite.

La torre colpita dalla stupidità della
guerra.
La Torre è stata per tanti anni, a partire dai primi del novanta, legata con strutture ferrose e poi restaurata con smisurate ed obbrobriose colate di cemento che gli hanno fatto perdere il fascino e la bellezza primordiale. Mi domando se bisognava proprio intervenire cosi esageratamente.

Alcune fasi
dell’inizio dei restauri.

La torre In due fasi del restauro.

A sinistra com’è oggi, a destra nella sua bellezza primordiale.
CAPITOLO TREDICI
La costruzione del porto

La storia, e ancor di più le leggende sulla nostra cittadina ci narrano di porti o rifugi costruiti nell’antichità.
Porto Oreste e porto Balano o Balaro da sempre sono i più conosciuti e i più nominati nelle leggende e nelle “verità storiche” della nostra cittadina.
Maestro in ciò è stato certamente Rosario Cardone col suo libro “Notizie storiche di Bagnara Calabra”. Egli tra le altre cose ci da dei primi ragguagli reali delle problematiche che sin dalla fine del 1700 spinsero gli amministratori a ricercare un luogo per la costruzione di un porto per la salvaguardia delle flotte. Egli cosi ci narra di una disavventura in mare e della conseguente richiesta per la costruzione di un porto:
“Nel detto anno,
che fu veramente anno di sventure, 1799, pè molti
naufragi accaduti in questi tirreni lidi, una furiosa procella trasportò alla
nostra Marinella, vicino alla chiesetta di Santa Maria di Porto salvo, un
grosso vascello Russo a tre ponti e mezzo, con settecento persone a bordo di
equipaggio e da disbarco: il quale legno si salvò prodigiosamente, non avendo
perduto, se non che soli quattordici individui, i quali rimasero vittime della
loro temerità, per avere voluto tentare di scendere a terra su di un
palischermo, col quale furono da’ flutti miseramente ingoiati.
Per ovviare a simili, e più tristi continui
avvenimenti, i nostri dotti e zelanti cittadini, l’Abate D. Giuseppe di Majo, e
il giureconsulto D. Giovanni Messina esposero al Re, in nome della università
di Bagnara, il preciso bisogno che vi era di un porto ( e che tuttora vi è, in
questo litorale assai più che in
qualunque altro sito) per salvezza delle forze marittime e de’ legni
mercantili; che troppo allo spesso in questi tirreni lidi divengono bersaglio
delle marine tempeste, e non di rado veggonsi sbalzati
dai fiotti, e in mille pezzi infranti ora nella nostra marina, ed ora fra gli
scogli di queste costiere, proponendo a tal uopo un luogo adattissimo nella
nostra grande marina, cioè a Pietrecalane, ove credesi che negli antichi tempi fosse stato, come altrove
dicemmo, l’Orestino porto. Ferdinando IV, allora regnante, mostratosi ben
disposto a tale ragionato progetto ordinò, con suo real
dispaccio, che si prendesse stragiudiziale informazione, la quale essendo
risultata favorevole vennero subito in Bagnara i magistrati destinati
all’oggetto, unitamente ad un Ingegnere a molti capi di arte, per verificare se
il proposto luogo fosse veramente adattato alla costruzione di un porto. E poich’èssi vi trovarono si nella
imboccatura, che nel seno palmi cinquanta di profondità, atta a sostenere qualunque
naviglio, si propose allora il governo, che se si allungasse, con un getto di
fabbrica di palmi quattrocento, la scogliera che ivi è, in direzione di
tramontana, potrebbesi in tal modo costruire un porto
del circuito di palmi ottocento, di molta utilità al commercio, e al regio
erario, perché sarebbe divenuto un ottimo caricatore di olei. Ma con tutta la
Sovrana approvazione che era ottenuta, a causa poi delle note disavventure, in
cui soggiacque il Napoletano regno, la utilissima esecuzione di un tale disegno
fu messa in totale dimenticanza.”
Dopo le note vicende e l’evolversi della storia fino ai
giorni nostri, le uniche notizie di una bozza di progetto par la costruzione di
un porto nel nostro paese risalgono al 1965 quando era sindaco Diego Versace.
Probabilmente ci saranno in giro altri progetti di altre epoche ma quello più
vicino ai giorni nostri prima della costruzione dell’attuale, risale proprio al 1965. Anche in quella occasione
però nulla di concreto, il progetto fu messo in archivio e ci rimase per quasi
venti anni.
All’inizio del 1979 una violenta mareggiata arrecò ingenti danni alla marineria del nostro paese creando molti disagi logistici oltre che al rione Marinella anche al centro.
Le proteste degli abitanti del rione dei pescatori, stanchi oramai di perdere periodicamente le proprie imbarcazioni a causa del mare mosso crearono non pochi allarmisti e preoccupazioni che furono subito recepite ed incanalate verso una pacifica e corretta protesta dall’amministrazione comunale presieduta dal sindaco Dott. Carmine Versace.
Attuate le procedure del caso, il problema venne discusso in consiglio regionale che richiese al sindaco un progetto di massima per poter deliberare in favore della cittadina. Fu rispolverata quindi quella bozza fatta nel lontano 1965 e presentata con sollecitudine. Il risultato fu di un finanziamento generico di un miliardo di lire. Questi soldi furono gestiti direttamente dalla regione per degli studi tecnici che servirono a pagare alcuni ingegneri in orbita alla regione stessa e che alla fin fine non portarono a niente di concreto, furono fatti prevalentemente studi sul sistema del commercio ed i riflessi della pesca sull’economia locale.
Il 31 dicembre di quello stesso anno una più grande e terribile tempesta di mare distrusse oltre a numerosissime imbarcazioni anche la strada che collega il centro alla Marinella, facendo danni ingenti alle abitazioni. Ricordo che la cassaforte della posta del rione fu ritrovata in mezzo alla piazza e le comunicazioni con il centro erano possibili solo grazie alle vecchie strade medioevali site dietro il colle di Maturano. Addirittura anche la ferrovia per molto tempo venne interrotta e cosi nel tratto del binario dalla stazione fino a Marinella fu allestita una linea che permetteva il trasporto di cose e persone fra il centro ed il rione Marinella. Il primo gennaio si tenne nella sala del consiglio comunale un’assemblea dei cittadini alla presenza del sindaco Versace, del vice sindaco Zoccali (assessore ai lavori pubblici) e di molti consiglieri comunali che si attivarono con proposte per riuscire immediatamente a proteggere la via marina da eventuali altre mareggiate. Grande apprensione ed accoramento si vedevano nel’impegno di Francesco (Ciccio) Caratozzolo, allora segretario della camera del lavoro di Bagnara e consigliere comunale del PCI e di tutti gli altri consiglieri di quel partito che collaborarono attivamente con l’amministrazione per risolvere l’emergenza.
La situazione era davvero tragica e la protesta cominciò ad avere i suoi risvolti anche violenti subito pacati dall’intelligenza del sindaco Versace e di tutta la classe politica del periodo che per la prima volta diede largo ad una convergenza molto ampia per poter affrontare l’emergenza in modo serio e costruttivo.
Una manifestazione di protesta fu organizzata a Reggio Calabria per due giorni consecutivi fino alla delibera definitiva dei fondi per il porto. Tecnicamente fu un successo strategico dell’allargamento della maggioranza al PCI che fu chiamata maggioranza programmatica allargata; con il prof. Dato che entrò da esterno come tecnico.
Nonostante l’impossibilità di avere in giunta assessori comunisti per divieto espresso degli organigrammi nazionali e provinciali della Democrazia Cristiana, con la giunta del dott. Versace si sperimentò per la prima volta in provincia un’alleanza tecnica col PCI che diede i suoi frutti grazie anche all’interessamento del problema da parte di alcuni esponenti politici di spicco come l’onorevole Tommaso Rossi, il senatore Gerolamo Tripodi, l’onorevole Mario Tornatora e l’assessore ai lavori pubblici regionale Saverio Alvaro che fatalità volle, fosse dello stesso partito dell’assessore ai lavori pubblici bagnarese, il vice sindaco prof. Francesco Zoccali.

La voragine sotto la rupe di Maturano. Foto L. Tripodi.
Per fare ordine alla situazione creatasi al comune di Bagnara dopo l’emergenza della mareggiata, diciamo che la giunta DC – PSI rimase integra con Versace sindaco e Zoccali vice sindaco con in più l’appoggio esterno del PCI.
Un appoggio serio e costruttivo venne dalla lista civica Marinella che si era presenta alle ultime elezioni ottenendo due consiglieri comunali.
La manifestazione di protesta lascio Reggio Calabria dopo due giorni quando il consiglio regionale deliberò i primi otto miliardi di lire per la costruzione del porto, inseriti su una voce di bilancio “porto di Bagnara” e non generici da poter stornare eventualmente da qualche altra parte come spesso succedeva e come accadde per il primo miliardo finanziato.

I primi pilastri posati per la costruzione della strada
per raggiungere il porto.
Il più finalmente era stato fatto, si crearono cosi i presupposti tecnici finanziari, economici e politici per la costruzione del porto di Bagnara che certamente oggi ha ancora bisogno di interventi tecnici e strutturali per poterlo rendere veramente sicuro ed efficiente. La mancanza di servizi primari come il rifornimento di acqua e carburante e delle più elementari strutture ad esso legate non consentono però ancora oggi la sua funzione sicura e completa anche per la mancanza del braccio nord che non è mai stato costruito.
Alla sua inaugurazione nessuno si ricordò delle traversie passate e dell’impegno svolto da quel sindaco e da quella giunta per ottenere i finanziamenti.

Alcune fasi dell’inizio del lavori.

Uno dei tanti disegni illustrativi del progetto del
porto e di come doveva essere nella sua realizzazione finale.

Una veduta del porto dal satellite del 2005. Foto
Google.
Bibliografia
Sascia Villari –
Contrabbando, tratto dal mensile il Ponte “Settembre Ottobre1950”.
Augusto Placanica – L’Iliade funesta –
Casa del libro – 1982.
L’avvento del fascismo in
Calabria – Ed. Pellegrini - 1980
Antonino Gioffrè – Storia di Bagnara – Laruffa 1983.
Rosario Cardone – Notizie storiche di Bagnara
– 1873.
Luigi Parpagliolo
– Le vie d’Italia Giugno 1930.
Alessandro Carati – I cavalieri
dell’Aspromonte 2004.
Vincenzo Spinoso - Fatica, Tratto dal
quindicinale “ Sfalassà” (
giornale locale) del
15 agosto 1949.
Pasquale Morabito - Storie di lotte, lutti
e letti di un “elettrosaldocarpentubi” – polivalente
e flessibile.
Domenico Capomolla
- Scritti vari 1954.
Tribuna del Mezzogiorno del 7 aprile 1958.
Calabria Emigrazione dell’Agosto Settembre
1990.
Obbiettivo ( giornalino
locale) Marzo
Aprile 1986.
Albatros ( giornalino
locale) 8 Dicembre 1995.
Dettagli sul contenuto
del libro
Archivi fotografici familiari,
documentazioni ed interviste.
Nel lontano 1985, in collaborazione con
l’indimenticabile amico Totò Ferruccio, e un giovane promettente studioso di
storia locale Enzo Barilà, avevamo cominciato una ricerca fotografica su
Bagnara. Il risultato fu presentato in una mostra autofinanziata dove furono
esposte cento fotografie di Bagnara vecchia con relative didascalie. Fu quella,
purtroppo l’unica manifestazione culturale per la ricorrenza dei mille anni
della nascita dell’abazia di S. Maria e dei dodici Apostoli. Dopo quella mostra
l’interesse per questo tipo di hobby si allargò a macchia d’olio in tutto il
paese. Oggi, dopo più di venti anni, grazie alla collaborazione di tantissime
persone l’archivio storico fotografico bagnarese comprende migliaia di pagine
di documentazione di vario tipo. Prevalentemente foto e cartoline d’epoca,
interviste e documenti pubblici e privati, che sono a disposizione di tutti
tramite il sito internet www.bagnaracalabra.biz.
Una ricerca in
continua evoluzione che ha la sua strategia nella collaborazione
e non nel lucro.
Un forte contributo allo sviluppo
dell’archivio storico fotografico bagnarese lo si deve al sig. Mimmo Villari,
videoamatore di notevole qualità, con la passione per i documentari. Molto
apprezzati ed interessanti sono quelli la lui
prodotti negli anni ottanta sui temi culturali e folcloristici di Bagnara.
La passione e l’interesse per l’argomento
ha portato il sig. Carmelo Pavia ad essere un valido ricercatore di documenti
d’epoca. Grazie al suo impegno l’archivio storico fotografico bagnarese può
vantare pezzi di notevole interesse storico.
Tra i ricercatori più attivi e giovane
collezionista che offre il suo disinteressato contributo all’archivio è
Francesco Crea. Ottime alcune sue ricerche fotografiche su Marinella.
Il sig. Antonino Calabrò, tra i fondatori
dell’associazione culturale Capo Maturano ed autore del libro “Bagnara Calabra
storie di bolli e francobolli“ è uno dei punti cardini
del panorama della ricerca della memoria bagnarese. Le sue teorie sulla
collaborazione tra i singoli hanno portato ad un forte sviluppo dell’azione della ricerca.
Il sig. Giorgio Giovinazzo da sempre
collezionista di cartoline bagnaresi può essere considerato il decano di tutti.
Il suo contributo è sempre stato puntuale e disinteressato e la sua prematura
scomparsa penalizza in modo serio tutta l’associazione culturale “Capo
Maturano”.
Un buon archivio è quello del dott.
Domenico Gentiluomo dal quale sono venute fuori alcune tra le più belle ed
antiche cartoline della città.
Amico da sempre, Giuseppe Dominici vanta
un buon archivio tematico sul territorio tra gli anni ottanta e novanta.
Collabora attivamente e senza interesse di lucro allo sviluppo dell’archivio
storico fotografico bagnarese.
Un archivio fotografico molto fornito
esiste alla pro loco dal quale abbiamo copiato un buon numero di cartoline grazie
alla concessione del ex presidente Luigi Oriana.
Indispensabile è il contributo sullo
studio del territorio che continuano a dare le cartoline del 1917 e del 1924
fatte stampare dalla ditta Caratozzolo.
Un
archivio importante è quello che Francesco Barilà ha realizzato su Porelli e
senza indugi ha posto a disposizione dell’archivio storico fotografico
bagnarese. La sua prematura scomparsa ha lasciato l’opera incompiuta. La sua
passione e sensibilità verso la cittadina erano straordinarie.
Da questa ossatura si è potuti partire per
costruire di questo lavoro, che ha trovato lungo il suo cammino molte altre persone
che sensibili a questo tipo di ricerca hanno contribuito con i loro archivi famigliari al suo
ampliamento e definitiva realizzazione.
Capitolo Primo
Tutto nasce grazie alla determinazione del
prof. Giuseppe Dominici e
alla pazienza e la bontà della signora Maria Carmela Iannì che si è lasciata intervistare.
Il sig. Pietro Bagalà nello stesso capitolo ci
ha fornito notizie e materiale molto importante.
Tre signore anziane del rione Valletta:
Mica, Sarina e Graziea ci hanno regalato la loro
memoria storica su alcuni avvenimenti particolari.
Interessanti sono stati i racconti dei
sig. Carmelo Perrello del rione Inglese del rione che ricordiamo con affetto e
del sig Iannì Giuseppe
vecchio pescatore di Marinella.
Sempre presente nei nostri ricordi l’ex
presidente della pro loco di Bagnara Luigi Oriana, anche in questa
occasione ha contribuito narrandoci i suoi ricordi.
La tabella del 1927 è stata presa dal sito
dell’ ANPI, associazione nazionale partigiani
italiani.
Alcune foto sono del dott. Domenico
Gentiluomo, altre tratte da vecchi giornali d’epoca ed altre ancora
dall’archivio della famiglia Tripodi Carmelo “ u Mannararu”, fatte dal fotografo inglese Frank Monaco. Alcune sono tratte dall’archivio di
Francesco Crea ed altre ancora fanno parte di una ben più ampia collezione di
Mimmo Villari.
Alcune notizie le abbiamo apprese dal Dott.
Alessandro Carati dal suo “I CAVALIERI
DELL’ASPROMONTE” - ed. Marafioti Polistena P. 2004, altre dal periodico
Albatros del 8 dicembre 1995, giornalino del rione di Porelli dell’epoca.
Il
dipinto della vecchia chiesa di Marinella di don giovanni
Cacciola, per gentile concessione dei familiari
Capitolo Secondo
La gentilezza e la collaborazione di tre
persone hanno portato alla luce la storia della lavorazione del legno. I
signori: Francesco Patamia, Mario Fazzari che ricordiamo con affetto, e Francesco
Zoccali di Porelli, sono stati i protagonisti della
ricostruzione di questo mestiere. Un forte contributo è stato dato dagli scritti e le
foto di Pasquale Morabito, e dalle notizie
e le foto che ci ha fornito l’ avv.
Vincenzo Romano.
Altre foto arrivano dagli archivi del dott. Antonio Calabrò e da alcuni
filmati di Rocco Calabrò, dal fotografo neorealista Franco Pinna, dalle
famiglie Pirrotta , Barbaro e Lanzo. Alcune tratte
dall’archivio dell’onorevole Albanese grazie alla gentilezza delle sue nipoti
Lilli e Maria Carmela e la ricerca del sig Carmelo
Pavia. Altre sono state tratte da internet di cui non siamo riusciti a sapere
l’autore. Alcune notizie sono tratte da “L’avvento del fascismo in Calabria “–
Ed. Pellegrini - 1980
Capitolo Terzo
La bagnarota è
stato un capitolo molto difficile da realizzare per le troppe notizie ricevute
che contrastavano molto tra di loro in alcuni periodi storici.
Tante sono le persone che hanno
contribuito allo sviluppo dei testi e che adesso elencherò a caso scusandomi se
ne dimenticherò qualcuna, ci sono: Luigi Oriana, Francesco Patamia, Carmela
Pirrotta, Maria Iannì, Francesco Versace, Francesco Zoccali, Mario Fazzari, Pietro Bagalà, Mimmo Villari,
Carmelo Pavia, Barilà Carmela, Careri Domenica.
Le foto di questo capitolo sono di : Franco Pinna, Francesco Patamia, Natalino Tripodi, Luigi Cristina, Archivio Francesco Crea, Frank Monaco, Domenico Caruso, Pietro Bagalà, Gianni Saffioti. Alcune tratte da un documentario del regista De Seta, altre dell’archivio dell’ASSOCIAZIONE BAGNARA CALABRA INCORPORATED SYDNEY NSW SOCIALE CULTURALE RICREATIVO
Altri
testi sono di:
Vincenzo Spinoso - Fatica, Tratto dal
quindicinale “ Sfalassà” ( giornale locale 1949). Sascia
Villari – Contrabbando,
novella del 1954.
Capitolo Quarto
Testo tratto da alcune interviste all’
rag. ManlioPistolesi e dott. Carmine Versace e alcuni
documenti dell’archivio comunale. Le foto sono tratte da vari archivi: quello
della famiglia Manlio Pistolesi, quello della famiglia dell’
ing. Vincenzo Gioffrè. Cartoline edite dalla ditta Caratozzolo, foto di
Gianni Saffioti.
Capiloto
Quinto
Le notizie più antiche arrivano da Rosario
Cardone – Notizie storiche di Bagnara – 1873, altre sono prese da Antonino Gioffrè –
Storia di Bagnara – Laruffa 1983. Il grosso del
contenuto è stato realizzato grazie alla collaborazione di Francesco Versace e
Luigi Oriana.
Un contributo al testo è stato dato dalla
famiglia Alati. Le foto storiche sono degli archivi: delle famiglie: Alati,
Dante Leone, Sofio, Saffioti, Villari, Valente, Calabrò e Gioffrè Domenica.
Capitolo Sesto
In occasione della preparazione del
capitolo sulla bagnarese, essenziale è stata la collaborazione dei signori:
Dominici Gregorio e Giovanni, Alati Rosario, Versace Carmine,Francesco e Rosario, Laurendi Bruno, Tripodi
Rocco e Vinvenzo, Pistolesi Antonino e Manlio, i
quali hanno messo a disposizione i loro
archivi fotografici personali e si sono prestati a farsi intervistare. Altre
foto sono di Nanà Giarmoleo, Melillo Corigliano,
Francesco Tripodi. Un testo è tratto dalla Tribuna del Mezzogiorno del 7 aprile
1958.
Capitolo Settimo
Questo capitolo nasce grazie alla gentilezza
del sig. Francesco Patamia sia per i testi sia per tutte le fotografie.
Capitolo Ottavo
Gli articoli del dott. Giuseppe Capomolla sono inclusi in una raccolta di suoi scritti su Bagnara
Le interviste ai sindaci sono tratte dall’ Obbiettivo ( giornalino locale)
Marzo Aprile 1986.
Le
foto sono di: archivio Pro loco Bagnara, archivio Antonio Calabrò, alcune
tratte dalla rivista “Le
vie d’Italia Giugno 1930”, altre di Giuseppe Dominici, Rosario Alati e di
Gianni Saffioti. Ha collaborato il dott. Carmine Versace.
Capitolo Nono
I testi sono di Gianni Saffioti, Carmelo
Pavia, Salvatore Bagnato dall’australia Maria del Carmen Barilà. Rocco De Nicola. Le foto:
archivi: Barilà, Parisio, Triulcio. Peridico Calabria Emigrazione dell’Agosto Settembre
1990.
Hanno collaborato Antonino Denaro e l’ ASSOCIAZIONE BAGNARA CALABRA INCORPORATED SYDNEY NSW SOCIALE CULTURALE RICREATIVO
Capitolo Decimo
I
testi sono tratti da documenti appartenenti agli archivi geom. Rosario Gioffrè
e avv. Vincenzo Romano.
Le foto sono degli archivi: geom. Rosario
Gioffrè, Francesco
Crea, Gianni Saffioti.
Si
ringrazia per la collaborazione i Fratelli Pietro e Giuseppe Pavia ed il dott.
Luigi Palesandro.
Capitolo Undicesimo
Il capitolo nasce grazie alla gentilezza del
rag. Manlio Pistolesi che oltre alle notizie ha concesso anche alcune foto
importanti. Per altre notizie, Antonino Gioffrè – Storia di Bagnara (Laruffa 1983). Altre foto tratte dagli archivi di: Antonio
Calabrò, Francesco Crea, Gianni Saffioti.
Capitolo Dodicesimo
Testo di Gianni Saffioti. Alcune notizie
tratte da Rosario Cardone – Notizie storiche di Bagnara – 1873.
Foto di Gianni Saffioti ed archivio Pavia.
Capitolo Tredicesimo
La
parte storica del testo è del già citato Rosario Cardone, le altre notizie a
cura del dott.Carmine
Versace e di alcuni documenti avuti da Francesco Caratozzolo. Le fotografie
sono di Gianni Saffioti, il disegno è di un archivio privato ma reperibile sia
al comune che alla pro loco di Bagnara.
Si
ringrazia per la collaborazione, per i consigli e suggerimenti:
Bagnato
Salvatore
Bonifacio
Achille
Calabrò Antonio
Fontanella
Sergio
Masetto Eddi
Pavia Carmelo
Puntillo
Clemente (Tito)
Spinoso
Francesco
Talamo Francesca
Villari Domenico
Un
caro ricordo di quanti hanno partecipato alla costruzione di questo lavoro e che purtroppo ci hanno
lasciati senza poterne vedere il risultato.
Col
più grande rispetto alla loro memoria:
Bagnato
Rosario ( u Saia)
Barilà
Francesco
Dominici
Gregorio
Don
Giovanni Cacciola
Fazzari
Mario
Ferrucio
Totò
Giovinazzo
Giorgio
Iannì
Maria Carmela
Leone
Dante
Oriana
Liugi
Parrello
Carmelo
Ranieri
Antonino
Tripodi
Carmelo
Vizzari
Totò
Vizzari
Vincenzo

L’archivio
storico fotografico bagnarese è presente ed in continuo svuluppo
dal 1985, in occasione dell’unica manifestazione culturale tenutasi a Bagnara
per la ricorrenza dei mille anni dala nascità della cittadina. E’ presente sul web dal febbraio
2000 tramite il sito:www.bagnaracalabra.biz ed è patrimonio di quanti collaborano
quotidianamente a migliorarlo
e mantenerlo a
disposizione di tutte le persone di buona volontà senza fini di lucro ed
interessi privati di ogni genere.
PUBBLICAZIONE PRODOTTA
DA:

E DA:

Realizzazione grafica di Carmelo Pavia
Maggiori
notizie e ampia disponibilità fotografica su:
www.bagnaracalabra.biz
la biblioteca multimediale di
Bagnara Calabra
P.2010